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La propaganda anti-Euro e Twitter

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Premessa 1: dell'Euro penso che abbia vantaggi e svantaggi (così come la Lira aveva altri vantaggi e altri svantaggi), e che in base ad essi l'Italia dovrebbe (rectius: avrebbe dovuto) scegliere ciò che più le conviene (e non buttarsi acriticamente dove va l'Europa).

Premessa 2: sull'Euro sono al 100% d'accordo con quello che ne scriveva Milton Friedman.

Premessa 3: i costi di uscita vanno senz'altro valutati (vedi premessa 1), ma vanno anche valutati i costi (pur se diluiti nel tempo) del rimanere nell'Euro.

Detto questo io da perfetto ignorante penso che:

1. L'Italia nell'Euro non ci doveva proprio entrare. Stava scritto nei parametri di Maastricht. Sostanzialmente l'Italia non li rispettava (quello del debito pubblico al 60% non lo rispettava neanche formalmente). Quei parametri furono voluti dai Tedeschi (in particolare dalla Bundesbank) e messi proprio per evitare che paesi deboli entrassero per poi minare la moneta unica, come sta accadendo. Lo spirito di quei parametri era di limitare la moneta unica a paesi già in grado di avere una moneta solida. Era l'identikit dei paesi dell'area del Marco più la Francia.

2. Dal 1979 al 1992 l'Italia fece parte dello SME: fu un continuo svalutare. Se non ce la faceva a stare nello SME (che almeno aveva delle bande di oscillazione), a maggior ragione sarebbe stata dura stare nell'Euro (vedasi punto 1).

3. Se l'Italia uscisse dall'Euro, con ogni probabilità l'Euro stesso finirebbe: a naso dico che verremmo seguiti da Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro, Malta e Slovenia. Ma a quel punto l'Euro non servirebbe più a nulla. Quando poi anche la Francia decidesse di uscire, l'Euro cesserebbe anche formalmente.

4. Ritorsioni: un'uscita dall'UE significherebbe un ingresso dell'Italia nell'EFTA, ovvero avremmo i vantaggi del mercato unico europeo senza gli svantaggi dei costi di partecipazione all'UE. Certo, non avremmo voce in capitolo sulle scelte prese a Bruxelles, ma tanto già non l'abbiamo, quindi...

5. Ritorsioni + dazi? Innanzi tutto metteremmo anche noi sulle merci provenienti dall'UE. Ma realisticamente nessuno avrebbe interesse a iniziare una guerra commerciale. Se poi Francia e Germania lo volessero, la Gran Bretagna metterebbe certamente il veto. Se poi ci dovessero essere dei dazi allora vorrebbe dire che l'Italia, oltre a uscire dall'UE, uscirebbe anche dall'unione doganale dell'UE. A quel punto sarebbe libera di stringere accordi di libero scambio con qualsiasi altro paese del mondo, a cominciare dagli USA. E con una moneta non più sopravvalutata, ma tornata al suo valore di mercato, ricominceremmo ad esportare.

Come è stato ampiamente scritto su questo sito l'Italia ha avuto sostanziosi vantaggi immediati dall'ingresso nella moneta europea sotto forma di riduzione dei tassi di interesse e dello spread creditizio, che, a un certo punto, si era quasi azzerato (proprio quando l'euro stava vedendo la luce, intorno al 1999-2000). A quei tempi infatti l'Italia era riuscita a conseguire un avanzo primario pari ad alcuni punti di PIL.

Tutto ciò è stato sprecato dall'incapacità della classe politica italiota, in particolare della coppia Berlusconi-Tremonti,  ma anche quelli dell'altra sponda hanno una discreta fetta di responsabilità. Se non ricordo male a quei tempi si sparlava di  'dividendo dell'euro' (precursore del 'tesoretto' di qualche anno dopo).

È vero che da un lato ha avuto il vantaggio della riduzione del tasso d'interesse e dello spread (quindi minori spese per emettere i nuovi BOT/CCT), ma dall'altro, in virtù della parità monetaria, le imprese italiane hanno iniziato ad andare in difficoltà, con le conseguenze sulle minori entrate fiscali per lo stato, maggiori spese in ammortizzatori sociali, etc... che hanno annullato il cosiddetto "dividendo dell'Euro".

Non è vero che negli anni successivi all'ingresso nell'euro " le imprese italiane hanno iniziato ad andare in difficoltà, con le conseguenze sulle minori entrate fiscali" fino al 2008 le entrate fiscali sono aumentate e la spesa per ammortiizzatori sociali era stabile, è stato il SIlvio, datore di lavoro del sig Borghi, che ha aumentato la spesa pubblica senza ritegno, dato che aveva trovato un avanzo primario dei conti del 5% del PIL e l'ha azzerato.
Detto questo tutti i discorsi sul fatto che il debito pubblico si svaluterebbe senza che i detentori stranieri possano farci niente mi sembrano ridicoli.
Lasciamo da parte l'ipotesi che lo stato italiano possa permettersi di NON pagare i titoli in scadenza perchè una simile scelta unilaterale renderebbe convenienti le peggiori ritorsioni, nel caso di una svalutazione l'atteggiamento degli investitori sarebbe molti semplice, alla scadenza non rinnoverebbero titoli che non danno neanche la garanzia di restituire il capitale investito, ogni anno gli italiani dovrebbero trovare 120 miliardi per pagare di tasca propria i titoli in scadenza attualmente in mani estere dato che nessuno al di fuori dell'Italia li compererebbe.
La convenienza dell'uscita dall'euro mi sembra una teiera di Russell....

ma dall'altro, in virtù della parità monetaria, le imprese italiane hanno iniziato ad andare in difficoltà,

questo è il riassunto della tesi diAB: la moneta forte, euro, causando un calo della domanda aggregata, ha causato il calo della produttività  che ci ha tolto competitività. T. Monacelli ci ha messo meno di 140 caratteri per confutare questa vulgata: il calo dei tassi provoca un aumento della domanda aggregata. alla peggio la moneta, euro, è stata neutra nella nostra perdita di competitività.

Faccio un passo indietro e rinnovo l'invito a parlare PRIMA delle modalità di uscita e gestione della transizione, POI della svalutazione.

Ci sono tre modi possibili per uscire:

denuncia trattato= uscita UE (no, non c'è nessun EFTA o rete di protezione.visto che si è denunciato il trattato. si riparte da zero)

negoziato a n stati = nessuna segretezza

dissoluzione dell'euro tout court.

piuttosto che parlare dei benefici effetti della svalutazione della sterlina negli anni 90, mostrando di non capire che è differente dal cambiare valuta e che le altre variabili che influenzano il processo oggi hanno valori totalmente differenti, propongano una procedura sensata per uscire e gestire la transizione senza causare catastrofi.

Il discorso sul rapporto tra produttività e domanda è più complesso; Bagnai non lo banalizza così ma Monacelli secondo me dovrebbe rifletterci di più. Gli economisti sanno che i settori in cui si accumula la produttività sono i cosiddetti settori "traded"; rozzamente, quelli esposti alla domanda estera. Se esiste una relazione tra domanda e produttività, allora l'ingresso nell'Euro (assumendo e non concedendo che causi anche un'iniziale diminuzione dei tassi d'interesse reali) è coerente con l'idea per cui:

- diminuisce direttamente la domanda per il settore traded domestico via graduale apprezzamento reale, la cui produttività poi rallenta;

- aumenta la domanda relativa di beni di consumo (via diminuzione tassi e afflusso capitali) del settore untraded, avendo questo un effetto marginale sulla produttività;

- aumenta la domanda di beni traded stranieri via diminuzione dei tassi, rinforzando il meccanismo;

- quanto ai beni di investimento, in presenza di un apprezzamento reale diminuirà la domanda relativa di beni nazionali e aumenta la domanda relativa di beni esteri, con effetto negativo sulla produttività nazionale.

Insomma, un modello un tantino più complicato cambia la conclusione anche in presenza di tassi in diminuzione. Del resto i dati dicono che le asimmetrie nascono proprio da sentieri divergenti delle varie componenti del reddito e della domanda nazionale di beni.

...e quelle italiane mediamente lo sono, hanno tratto vantaggio dai bassi tassi di interesse portati all'inizio dall'euro.

In termini di accesso al credito, certamente; qui stiamo parlando di maggior domanda: l'effetto del tasso d'interesse sulla domanda (quello cui si riferiva Monacelli, credo) è o sui beni di consumo o sui beni di investimento; il mio punto è che l'effetto dell'apprezzamento sulla domanda relativa di beni del settore traded *può* essere maggiore di quello del tasso d'interesse, sia per i beni di consumo che di investimento traded (i beni untraded, per definizione, non subiscono l'effetto del cambio - nominale o reale che sia).

scusa, ma come prima cosa, quale apprezzamento?

nel momento in cui si entra nell'euro, non c'è nessun apprezzamento. questo al massimo segue dopo, e a questo punto dovrai dirmi che esiste un'"inflazione strutturale italiana" diversa da quella tedesca. e perchè mai dovrebbe essere diversa? chi la stabilisce? è scritta nella pietra?

e ancora, anche ammesso che ci sia, e sia immutabile, questo cosa comporta? solito discorso: allora come la mettiamo con i differenziali tra lombardia e campania, o tra città studi e cologno nord. i trasferimenti e la politica fiscale, giusto? si è visto che risultati ottengono.

infine: la domanda per il settore traded domestico come abbiamo visto non è mai diminuita, anzi. le esportazioni sono sempre aumentate. del resto non c'è stato, appunto, alcun apprezzamento.

e poi perchè la produttività dovrebbe accumularsi nel settore traded? in virtù di cosa? che cambia tra concorrenza interna ed esterna? e ancora, perchè un bene non tradable, per la produzione del quale è richiesta l'importazione di energia/materie prime/altro, o comunque per la produzione ed il prezzo di vendita del quale è importante quanto il produttore dipenda, anche non direttamente per la produzione del bene in questione, dall'importazione di energia/materie prime/altro, dovrebbe essere indipendente dal cambio?

Risposte

PZ 11/8/2013 - 09:34

Le risposte alle tue domande sono tutte contenute nelle questioni del dibattito in questione (sì, si discute di una differente inflazione strutturale) o nella teoria economica (Nord vs. Sud: teoria delle aree valutarie ottimali) o nei dati (sì, la produttività si accumula nel settore traded, per diverse ragioni; tanto per incominciare perché non è il settore traded ad essere più produttivo, ma i settori più produttivi ad essere traded).

Per la questione essenziale, rimando al dibattito nell'ultimo post del Prof. Monacelli, in cui ho postato un commento.

Nel breve periodo il minor costo del debito ha consentito anche un guadagno di competitività' che in seguito è' stato sprecato dal differenziale di inflazione e minore produttività' del lavoro.