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La propaganda anti-Euro e Twitter

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Il giorno 31 dicembre 2013 il Signor G. aveva 30 mila euro in banca.

Il giorno 1 gennaio 2014 l'Italia esce dall'euro.

Il giorno 1 gennaio 2014 il Signor G. alle ore 8:00 aveva 60 milioni di lire (conversione 2000 lire/ 1 euro).

Il giorno 1 gennaio il Signor G. vuole cambiare le sue lire in euro (preferiva una moneta "forte"...) . Anche altri 30 milioni di italici volevano cambiare le loro lire in euro.

Alle ore 9:00 il Signor G. possedeva 15 mila euro (anzichè i 30 mila del giorno prima...).

Alle ore 10:00 il debito pubblico italico da 2000 miliardi Euro era diventato 4 milioni di miliardi di lire (equivalenti al cambio 1 gennaio 2014   4000 miliardi di euro.

Se un kg di pane in Italia costa (al 31/12/2013) 4 Euro, il giorno dopo in Italia costa l'equivalente di 8 euro a causa del nuovo cambio. 

Le panetterie di Ventimiglia ( 8 euro equiv./kg) chiudono perchè il pane conviene comprarlo a Mentone (Francia)  (4 euro/kg).

Dunque in un solo giorno: svalutazione 100% che genera inflazione 100%, e raddoppio del debito pubblico italico (espresso in euro).

E poi? Dove sta l'errore? Mi date una mano a trovarlo?

Se permette, potrei provarci (ma premetto che non sono un esperto, quindi perdoni eventuali castronerie..)

Non c'è motivo di applicare un cambio 1:2000. Il cambio dovrebbe essere fatto 1:1, quindi se il signor G aveva 30 mila euro, il 1 gennaio 2014 avrà 30 mila nuove lire (o fiorini, o ducati, o scudi, o talleri...)

Se vorrà cambiare le proprie nuove lire in euro (ammesso e non concesso che la convertibilità sia possibile sin dal 1 gennaio) dovrà rivolgersi al mercato dei cambi, dove nel frattempo la nuova lira potrebbe andare incontro a svalutazione. Dunque, è possibile, in un caso di scuola in cui avvenga una svalutazione immediata del 20%, che in cambio delle proprie 30 mila nuove lire, ottenga 24 mila euro.

Il debito pubblico, da 2000 miliardi di euro, seguendo la stessa logica, diventerebbe 2000 miliardi di nuove lire, che in caso (da scuola) di svalutazione del 20%, dopo un giorno si sarebbe automaticamente "svalutato" rispetto all'euro del 20%.

Se un kg di pane in Italia costa 4 euro, il giorno dopo costa 4 nuove lire, ovvero l'equivalente di 3.2 euro.

Le panettiere di Mentone chiudono (o meglio, vendono meno...) perchè conviene comprare il pane a Ventimiglia, dove costa il 20% in meno.

È d'accordo?

(Questi sono solo dei semplici e schiocchi esempi, ovviamente. Per un approfondimento, anche sul nesso tra svalutazione ed inflazione, la rimanderei al blog di Bagnai)

rovina tutto il ragionamento: i creditori della Repubblica Italiana si aspettano il pagamento del debito contratto in Euro mediante Euro, senza falcidia alcuna. Trattandosi di titoli al portatore, non c'è possibilità di discriminare tra creditori esteri e italiani.

Pertanto, la Repubblica italiana dovrebbe pagare sempre duemila miliardi di Euro: naturalmente, alle previste scadenze. Allora qualche capo ameno proporrà un default controllato o una rinegoziazione del debito in scadenza, eventi che ridurrebberlo a zero l'affidabilità della Repubblica italiana sul mercato dei capitali.

Allora qualche capo ameno proporrà un default controllato o una rinegoziazione del debito in scadenza, eventi che ridurrebberlo a zero l'affidabilità della Repubblica italiana sul mercato dei capitali.

per i nostri napoleoni della macroeconomia sono obiezioni dell'intendenza,  per le quali non vale neanche la pena di cercare in quale versetto  del bagnai-pensiero si è posto rimedio all'increscioso inconveniente.

Lex monetae: ogni Stato sovrano determina la propria valuta legale. Quindi, i contratti che ricadono sotto legge italiana (cioé il 95% dei titoli di debito pubblico, e buona parte del debito privato) verrebbero riconvertiti in nuove lire. Se ne discute su varie pubblicazioni generaliste (a memoria, ricordo di aver letto articoli su Forbes e FT Alphaville).

Naturalmente, il discorso è ben diverso per i titoli di debito e i contratti emessi sotto legge internazionale (in particolare, inglese). Uno dei problemi dell'Argentina (se ricordate la "vittoria" dei fondi speculativi sui titoli di stato, alcuni mesi fa) era che buona parte del debito ricadeva sotto la legislazione americana (fu un tribunale di New York a decidere). Ma fortunatamente gran parte del debito italiano ricade sotto la legislazione italiana.

Inoltre, c'è un altro fattore importante da considerare. Con incagli e sofferenze bancarie al 22%, ed un rapporto debito/PIL al 130%, mi chiedo quale sia la reale solvibilità, dentro l'euro, del debito (pubblico e privato) del nostro Paese...

Lex monetae: ogni Stato sovrano determina la propria valuta legale. Quindi, i contratti che ricadono sotto legge italiana (cioé il 95% dei titoli di debito pubblico, e buona parte del debito privato) verrebbero riconvertiti in nuove lire. Se ne discute su varie pubblicazioni generaliste (a memoria, ricordo di aver letto articoli su Forbes e FT Alphaville).

Quindi basterà far riferimento alla Lex monetae e i nostri creditori andranno via soddisfatti e contenti di esser stati trattati in punta di codice?

almeno in Italia. L'idea che la scappatoia legale risolva non solo il problema legale, ma anche quello economico sottostante.

Federico, il problema non è se legalmente lo stato può ridenominare i propri debiti, facendoli passare da debiti in euro a debiti in una valuta che stampa lui. Il problema è quali sono le conseguenze sulla sua credibilità futura se lo fa. Non cambia assolutamente nulla che l'esproprio dei creditori avvenga in punta di codice, o mediante dichiarazione di bancarotta oppure mediante una rivoluzione armata.  L'unica cosa che conta è la risposta alla seguente domanda: dopo aver osservato un evento espropriativo, tu hai più voglia o meno voglia di prestare i soldi al paese che l'espropriazione ha messo in atto? Ripeto, non è un problema legale, è un problema economico di fondo. Paradossalmente, il fatto che l'esproprio possa avvenire senza violare le leggi o senza atti rivoluzionari catartici è peggio, perché significa che il paese nel suo funzionamento normale non offre alcuna protezione agli investitori. Almeno le rivoluzioni sono eventi eccezionali e si può sperare che dopo le cose cambino.

Un altro esempio di questo atteggiamento, scambiare i problemi economici per problemi legali-amministrativi, è il modo in cui sono trattati i debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni. Lo stato ha permesso il loro accumulo per sfruttare il fatto che, per come sono al momento strutturate le leggi contabili e in particolare la definizione di debito a livello europeo, essi non rientrano nella conta del debito, mentre se tali debiti venissero pagati emettendo Btp lo sarebbero. Tu credi veramente che i mercati non se ne accorgano? Presumibilmente è peggio, perché al posto di un debito di consistenza chiara c'è un debito che nessuno sa esattamente quanto sia. Aggravando l'incertezza qusto fa crescere il costo del debito. Però tutti quanti, serenamente, si sono convinti che finché quel debito non viene contabilizzato secondo le regole del Manuale SEC 95 allora non esiste e non ha effetto. È un atteggiamento semplicemente assurdo.

Se fossimo nel 2006 probabilmente sottoscriverei il suo commento fino all'ultima parola. Però mi sembra di capire che, oggi, gli investitori stiano già prezzando gli eventi di cui noi amabilmente discutiamo. Del resto, perchè dovrebbe esistere un differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi se non a causa del fatto che sia già ampiamente contemplata la possibilità che il sistema Italia possa un giorno non essere in grado di ripagare i debiti?

Leggendo un'intervista del prof. Bisin su Wall Street Italia cito, testualmente, "Il discorso sul default parziale e' complesso. adesso e' troppo tardi, rischiamo l'esplosione. Io vedrei bene un meccanismo istituzionale formale per default organizzato e ordinato in sede UE." Inutile nasconderci, prof. Brusco: questo è lo scenario nel quale ci troviamo, lo sappiamo bene noi, e lo sanno benissimo gli investitori internazionali. Il debito (pubblico, certo, ma soprattutto privato) si trova probabilmente già da tempo su una traiettoria insostenibile.

Il nocciolo della questione mi parrebbe essere, a questo punto, il come uscirne. Le possibilità, per chi ritiene che una possibile soluzione sia lo smantellamento ordinato dell'eurozona, sono molteplici e correttamente riportate da marcodivice pochi commenti sotto.

Non sono sicuro che gli investitori esteri reagirebbero in modo più negativo ad una ridenominazione e conseguente svalutazione del debito italiano, piuttosto che ad un "default organizzato" (per usare le parole del prof. Bisin) o, peggio, ad una soluzione di tipo greco. Per non parlare del bail-in alla cipriota: che fine farebbero le nostre banche?

Federico, il tuo commento sembra dire che siccome tanto siamo già in brache di tela e i mercati danno per scontato un default italiano tanto vale il default farlo subito. Guarda che non è così. Lo spread che abbiamo rispetto ai bund è sicuramente troppo alto e sarebbe bene farlo scendere, ma non rende affatto la situazione insostenibile.  Prova a dare un'occhiata a quanto pagavamo di interessi nel 1990 e quanto paghiamo adesso: in termini di rapporto al PIL è circa la metà.  Ti assicuro che potrebbe andare molto, molto peggio. E sicuramente andrà peggio se si continuano a diffondere voci sul default. L'unica cosa veramente insostenibile della situazione attuale è il continuo calo del PIL, e la crescita anemica quando va bene. Occorre quindi argomentare che il default o l'uscita dall'euro (che è comunque una forma di default) può essere utile per riavviarne la crescita in modo stabile nel lungo periodo, non con qualche fiammata.  Se hai pazienza tra poco usciranno articoli che discutono esattamente di questo.

Ma, soprattutto, io veramente non capisco la logica di concentrarsi su un'azione di politica economica, l'uscita dall'euro, che è complicata, richiede comunque parecchio tempo e rischia di creare forti ripercussioni negative a livello internazionale. Il punto è già stato fatto da Marco Divice. Perché, per una volta, non proviamo a mettere a posto le cose che veramente non vanno?

Scusa, mi cito, perché ciò che sostieni è forse la linea più semplice ed essenziale del discorso, nonché la più comprensibile. Poco più su ho scritto:'Io che ne so poco di economia, devo individuare una logica semplice per dare un senso alle nozioni in mio possesso. Ad esempio, mi ha interessato molto il loro tentativo di legittimare l'uscita dall'Euro associandoci a tempo perso la frase "ma le riforme sono comunque necessarie". Mi piace, perché questa frase è un pò la loro essenziale rovina. Intanto, la buttano li con poca convinzione, e questo è tutto dire. Insomma, non sono propriamente dei luminari delle riforme, e forse forse, non sono neanche così convinti che si debbano così tanto fare. Ok, magari qualche riforma si, la farebbero, ma la spesa pubblica, quella no, non mi pare proprio che vogliano toccarla. Ok, non è questo il punto. Non la spesa pubblica, non adesso. Dunque, ricapitolando:"Ma le riforme sono comunque necessarie!" Eccola! E' ancora lei! Se ne fanno scudo! Allora: se quella frase non la dicono, ci sono ottime ragioni per pensare che ci sia qualche problema. Se quella frase la dicono, invece...pure. Se le riforme sono necessarie, perché non farle subito? Perché non sprecare fiato proponendo soluzioni a problemi che sono nell'ordine di un'abbondante manciata di provati luoghi comuni impacchettati sistematicamente all'estero sulla mancata credibilità dell'Italia? Perché non dedicarsi a quello, invece di legittimare impavidamente sulla pelle altrui analisi così FRAGILI per loro DIMOSTRABILE IMPREVEDIBILITA' o anzi - volendo anche andargli incontro - per la loro NON TRASBURABILE ED IPOTETICA IM/PREVEDIBILITA'? Se le riforme sono necessarie, cari miei, pensate a quelle. Non fate gli eroi di minoranza contro un mondo accademico in combutta contro di voi, senza alcuno spiraglio di ragione contro di voi, senza alcun dubbio contro di voi, senza alcuna prova contro di voi, senza alcuna autorità...sempre e solo contro di voi. Pensate ai problemi di questo paese, invece di sputare sangue per rimandare ancora una volta nel tempo ogni - possibile - soluzione ad ogni - singolo - ed innegabile problema.'
Insomma, è più la fatica di pensare al default, con tutti i rischi del caso, posticipando l'analisi dei problemi, che non la fatica di affrontarli subito, quei problemi. Cos'è più produttivo? 

Esatto

sandro brusco 9/8/2013 - 23:59

Grazie per la ripetizione, il tuo commento mi era sfuggito. Io tutta questa fregola da parte degli euroexiter per dire che le riforme (e quali) vanno comunque fatte non l'ho vista, ma non essendo mai stato su twitter magari mi è sfuggito qualcosa.

Trovo che questo sia l'errore logico più rilevabile nella diatriba anti-euro, quantomeno il più semplice, per chi ne capisce poco. Bisognerebbe farglielo notare. In assenza di precise idee riformiste, è evidente che la loro volontà di uscire dall'Euro ha qualche difetto intrinseco. Stessa cosa se queste idee ci fossero, e contemplassero la volontà di aumentare la spesa quanto più ci aggrada. Ci sono veramente tante questioni. Ad esempio, intanto, come può esserci un'uscita organizzata? Chi è che ha ipotizzato per filo e per segno la procedura? E come tenerla nascosta, e come dichiarlarla? E come può a questa scelta seguire una fase riformista, se nessun partito o movimento o nicchia che vuole uscire dall'Euro ha al contempo idee precise su ciò che bisogna fare dopo? E' che bisognerebbe averle adesso queste idee, perché è adesso che loro vorrebbero uscire dall'Euro. E cosa credono, che poi, magicamente, il sistema politico inizierà improvvisamente a funzionare? Non è solo questione di economia, santo cielo, è una questione pratica: se non hai una base maggioritaria, politicamente rilevante e sostanzialmente organizzata, che organizzi l'uscita dall'Euro e tutto ciò che ne segue, come fai ad augurarti che questa avvenga? Cos'è, improvvisamente, la casta si sforzerebbe di non essere più tale? Bah...dovreste fare un post anche su queste cose banali e semplici! Sono questioni meno faticose ma altrettanto efficaci :) Grazie.

Dunque, anche Lei concorda che in un giorno mi ritrovo con meno euro-equivalenti, da 30k a 24K o alla peggio 15k...
Quindi il debito pubblico espresso in lire rimane a 2000 miliardi di lire, pari a 2400 miliardi di euro equivalenti. Svalutare la moneta italica significa pagare di piu' la moneta pregiata (utile per transazione con l'estero). avro' i soldi per comprare il pane a ventimiglia e non a mentone. Avro' solo 24k oppure 15k in banca per comprarmi all'estero le medicine. Da un giorno all'altro perdo dal 20% al 50% di valore della moneta. E state certi che la svalutazione si trascina dietro l'inflazione al traino, visto che al momento siamo la seconda manifattura d'Europa e trasformiamo materie prime che acquistaimo con soldi veri (euro) e non di cartone (nuova lira italica del 2014). Certo, vendiamo in euro. Ma i soldi chi li anticipa alle imprese? Le Banche italiche? Vabbe' lasciamo perdere...vado a mettere i soldi del monopoli in svizzera...

Se vorrà cambiare le proprie nuove lire in euro (ammesso e non concesso che la convertibilità sia possibile sin dal 1 gennaio) dovrà rivolgersi al mercato dei cambi, dove nel frattempo la nuova lira potrebbe andare incontro a svalutazione.

Oppure anche, perché no, nel frattempo il vecchio euro senza il peso dell'economia italiana e del suo debito potrebbe rivalutarsi. Considererei i due fattori insieme.

Poi ci sono i costi di uscita, come analizzato da UBS e riportato anche qui, costi che considerano per assodato che l'uscita dall'euro comporterebbe anche - per ritorsione - l'uscita dalla UE.

Premessa 1: dell'Euro penso che abbia vantaggi e svantaggi (così come la Lira aveva altri vantaggi e altri svantaggi), e che in base ad essi l'Italia dovrebbe (rectius: avrebbe dovuto) scegliere ciò che più le conviene (e non buttarsi acriticamente dove va l'Europa).

Premessa 2: sull'Euro sono al 100% d'accordo con quello che ne scriveva Milton Friedman.

Premessa 3: i costi di uscita vanno senz'altro valutati (vedi premessa 1), ma vanno anche valutati i costi (pur se diluiti nel tempo) del rimanere nell'Euro.

Detto questo io da perfetto ignorante penso che:

1. L'Italia nell'Euro non ci doveva proprio entrare. Stava scritto nei parametri di Maastricht. Sostanzialmente l'Italia non li rispettava (quello del debito pubblico al 60% non lo rispettava neanche formalmente). Quei parametri furono voluti dai Tedeschi (in particolare dalla Bundesbank) e messi proprio per evitare che paesi deboli entrassero per poi minare la moneta unica, come sta accadendo. Lo spirito di quei parametri era di limitare la moneta unica a paesi già in grado di avere una moneta solida. Era l'identikit dei paesi dell'area del Marco più la Francia.

2. Dal 1979 al 1992 l'Italia fece parte dello SME: fu un continuo svalutare. Se non ce la faceva a stare nello SME (che almeno aveva delle bande di oscillazione), a maggior ragione sarebbe stata dura stare nell'Euro (vedasi punto 1).

3. Se l'Italia uscisse dall'Euro, con ogni probabilità l'Euro stesso finirebbe: a naso dico che verremmo seguiti da Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro, Malta e Slovenia. Ma a quel punto l'Euro non servirebbe più a nulla. Quando poi anche la Francia decidesse di uscire, l'Euro cesserebbe anche formalmente.

4. Ritorsioni: un'uscita dall'UE significherebbe un ingresso dell'Italia nell'EFTA, ovvero avremmo i vantaggi del mercato unico europeo senza gli svantaggi dei costi di partecipazione all'UE. Certo, non avremmo voce in capitolo sulle scelte prese a Bruxelles, ma tanto già non l'abbiamo, quindi...

5. Ritorsioni + dazi? Innanzi tutto metteremmo anche noi sulle merci provenienti dall'UE. Ma realisticamente nessuno avrebbe interesse a iniziare una guerra commerciale. Se poi Francia e Germania lo volessero, la Gran Bretagna metterebbe certamente il veto. Se poi ci dovessero essere dei dazi allora vorrebbe dire che l'Italia, oltre a uscire dall'UE, uscirebbe anche dall'unione doganale dell'UE. A quel punto sarebbe libera di stringere accordi di libero scambio con qualsiasi altro paese del mondo, a cominciare dagli USA. E con una moneta non più sopravvalutata, ma tornata al suo valore di mercato, ricominceremmo ad esportare.

Come è stato ampiamente scritto su questo sito l'Italia ha avuto sostanziosi vantaggi immediati dall'ingresso nella moneta europea sotto forma di riduzione dei tassi di interesse e dello spread creditizio, che, a un certo punto, si era quasi azzerato (proprio quando l'euro stava vedendo la luce, intorno al 1999-2000). A quei tempi infatti l'Italia era riuscita a conseguire un avanzo primario pari ad alcuni punti di PIL.

Tutto ciò è stato sprecato dall'incapacità della classe politica italiota, in particolare della coppia Berlusconi-Tremonti,  ma anche quelli dell'altra sponda hanno una discreta fetta di responsabilità. Se non ricordo male a quei tempi si sparlava di  'dividendo dell'euro' (precursore del 'tesoretto' di qualche anno dopo).

È vero che da un lato ha avuto il vantaggio della riduzione del tasso d'interesse e dello spread (quindi minori spese per emettere i nuovi BOT/CCT), ma dall'altro, in virtù della parità monetaria, le imprese italiane hanno iniziato ad andare in difficoltà, con le conseguenze sulle minori entrate fiscali per lo stato, maggiori spese in ammortizzatori sociali, etc... che hanno annullato il cosiddetto "dividendo dell'Euro".

Non è vero che negli anni successivi all'ingresso nell'euro " le imprese italiane hanno iniziato ad andare in difficoltà, con le conseguenze sulle minori entrate fiscali" fino al 2008 le entrate fiscali sono aumentate e la spesa per ammortiizzatori sociali era stabile, è stato il SIlvio, datore di lavoro del sig Borghi, che ha aumentato la spesa pubblica senza ritegno, dato che aveva trovato un avanzo primario dei conti del 5% del PIL e l'ha azzerato.
Detto questo tutti i discorsi sul fatto che il debito pubblico si svaluterebbe senza che i detentori stranieri possano farci niente mi sembrano ridicoli.
Lasciamo da parte l'ipotesi che lo stato italiano possa permettersi di NON pagare i titoli in scadenza perchè una simile scelta unilaterale renderebbe convenienti le peggiori ritorsioni, nel caso di una svalutazione l'atteggiamento degli investitori sarebbe molti semplice, alla scadenza non rinnoverebbero titoli che non danno neanche la garanzia di restituire il capitale investito, ogni anno gli italiani dovrebbero trovare 120 miliardi per pagare di tasca propria i titoli in scadenza attualmente in mani estere dato che nessuno al di fuori dell'Italia li compererebbe.
La convenienza dell'uscita dall'euro mi sembra una teiera di Russell....

ma dall'altro, in virtù della parità monetaria, le imprese italiane hanno iniziato ad andare in difficoltà,

questo è il riassunto della tesi diAB: la moneta forte, euro, causando un calo della domanda aggregata, ha causato il calo della produttività  che ci ha tolto competitività. T. Monacelli ci ha messo meno di 140 caratteri per confutare questa vulgata: il calo dei tassi provoca un aumento della domanda aggregata. alla peggio la moneta, euro, è stata neutra nella nostra perdita di competitività.

Faccio un passo indietro e rinnovo l'invito a parlare PRIMA delle modalità di uscita e gestione della transizione, POI della svalutazione.

Ci sono tre modi possibili per uscire:

denuncia trattato= uscita UE (no, non c'è nessun EFTA o rete di protezione.visto che si è denunciato il trattato. si riparte da zero)

negoziato a n stati = nessuna segretezza

dissoluzione dell'euro tout court.

piuttosto che parlare dei benefici effetti della svalutazione della sterlina negli anni 90, mostrando di non capire che è differente dal cambiare valuta e che le altre variabili che influenzano il processo oggi hanno valori totalmente differenti, propongano una procedura sensata per uscire e gestire la transizione senza causare catastrofi.

Il discorso sul rapporto tra produttività e domanda è più complesso; Bagnai non lo banalizza così ma Monacelli secondo me dovrebbe rifletterci di più. Gli economisti sanno che i settori in cui si accumula la produttività sono i cosiddetti settori "traded"; rozzamente, quelli esposti alla domanda estera. Se esiste una relazione tra domanda e produttività, allora l'ingresso nell'Euro (assumendo e non concedendo che causi anche un'iniziale diminuzione dei tassi d'interesse reali) è coerente con l'idea per cui:

- diminuisce direttamente la domanda per il settore traded domestico via graduale apprezzamento reale, la cui produttività poi rallenta;

- aumenta la domanda relativa di beni di consumo (via diminuzione tassi e afflusso capitali) del settore untraded, avendo questo un effetto marginale sulla produttività;

- aumenta la domanda di beni traded stranieri via diminuzione dei tassi, rinforzando il meccanismo;

- quanto ai beni di investimento, in presenza di un apprezzamento reale diminuirà la domanda relativa di beni nazionali e aumenta la domanda relativa di beni esteri, con effetto negativo sulla produttività nazionale.

Insomma, un modello un tantino più complicato cambia la conclusione anche in presenza di tassi in diminuzione. Del resto i dati dicono che le asimmetrie nascono proprio da sentieri divergenti delle varie componenti del reddito e della domanda nazionale di beni.

...e quelle italiane mediamente lo sono, hanno tratto vantaggio dai bassi tassi di interesse portati all'inizio dall'euro.

In termini di accesso al credito, certamente; qui stiamo parlando di maggior domanda: l'effetto del tasso d'interesse sulla domanda (quello cui si riferiva Monacelli, credo) è o sui beni di consumo o sui beni di investimento; il mio punto è che l'effetto dell'apprezzamento sulla domanda relativa di beni del settore traded *può* essere maggiore di quello del tasso d'interesse, sia per i beni di consumo che di investimento traded (i beni untraded, per definizione, non subiscono l'effetto del cambio - nominale o reale che sia).

scusa, ma come prima cosa, quale apprezzamento?

nel momento in cui si entra nell'euro, non c'è nessun apprezzamento. questo al massimo segue dopo, e a questo punto dovrai dirmi che esiste un'"inflazione strutturale italiana" diversa da quella tedesca. e perchè mai dovrebbe essere diversa? chi la stabilisce? è scritta nella pietra?

e ancora, anche ammesso che ci sia, e sia immutabile, questo cosa comporta? solito discorso: allora come la mettiamo con i differenziali tra lombardia e campania, o tra città studi e cologno nord. i trasferimenti e la politica fiscale, giusto? si è visto che risultati ottengono.

infine: la domanda per il settore traded domestico come abbiamo visto non è mai diminuita, anzi. le esportazioni sono sempre aumentate. del resto non c'è stato, appunto, alcun apprezzamento.

e poi perchè la produttività dovrebbe accumularsi nel settore traded? in virtù di cosa? che cambia tra concorrenza interna ed esterna? e ancora, perchè un bene non tradable, per la produzione del quale è richiesta l'importazione di energia/materie prime/altro, o comunque per la produzione ed il prezzo di vendita del quale è importante quanto il produttore dipenda, anche non direttamente per la produzione del bene in questione, dall'importazione di energia/materie prime/altro, dovrebbe essere indipendente dal cambio?

Risposte

PZ 11/8/2013 - 09:34

Le risposte alle tue domande sono tutte contenute nelle questioni del dibattito in questione (sì, si discute di una differente inflazione strutturale) o nella teoria economica (Nord vs. Sud: teoria delle aree valutarie ottimali) o nei dati (sì, la produttività si accumula nel settore traded, per diverse ragioni; tanto per incominciare perché non è il settore traded ad essere più produttivo, ma i settori più produttivi ad essere traded).

Per la questione essenziale, rimando al dibattito nell'ultimo post del Prof. Monacelli, in cui ho postato un commento.

Nel breve periodo il minor costo del debito ha consentito anche un guadagno di competitività' che in seguito è' stato sprecato dal differenziale di inflazione e minore produttività' del lavoro.

Ringrazio tutti per i contributi. Il mio problema e di altri 30 milioni di italiani rimane: in un giorno (poche ore) perdo da 6mila a 15mila euro (su 30mila di partenza) con il passaggio da lira a euro se i miei soldi restano in banca in italia. Dunque al solo ANNUNCIO di conversione euro/lira mi conviene avere tanto contante in euro oppure dollari oppure un conto corrente in svizzera (altrove , ma non italia) cosa non cosi' semplice...tutto il resto è fuffa per legulei...importante per carità, ma io mi/vi chiedo? Come faccio/facciamo a non perdere cosi' tanti soldi, visto che le imprese italiane con filiali estere producono e vendono e incassano in valuta pregiat, mentre noi italioti continuiamo a guradare il dito e non la lune e continuiamo a prenercelo nello stoppino?
Io con la conversione lira/euro ci perdo da 6mila a 15mila euro, se permettete al momento è l'unica cosa che conta, al di là di mille discussioni. Quale soluzione si propone?

Così almeno ci ha spiegato Laura Castelli del M5S in un mitico documento (vai a pagina 6 se ti sembra troppo incredibile). Perché, ovviamente, nessuno potrebbe mai averne sentore prima, nessuno sentirebbe la minaccia avvicinarsi.

Bisogna capire certa gente, hanno visto gli italiani bersi le panzane più grottesche al momento di andare a votare e quindi sono convinti che li si possa gabolare ugualmente bene quando si tratta del loro portafogli. Non so se purtroppo o per fortuna ma non è così. L'incentivo a informarsi per votare meglio è bassissimo, dato che un voto singolo non cambia nulla. Ma l'incentivo a non farsi fregare i propri risparmi è enormemente più forte.