Titolo

La propaganda anti-Euro e Twitter

12 commenti (espandi tutti)

Seguo con grande interesse il dibattito su Euro e No Euro anche se mi infastidisce il continuo insultarsi tra le parti. In questa ottica ho, a suo tempo, aderito e contribuito, (con grande delusione) a Fermare il Declino.
Parto da una constatazione. L’economia italiana è un disastro. Il dibattito accademico non può ignorare questa realtà.
Porto una esperienza personale, anche se minore. Ho sviluppato una azienda agrituristica recentemente in Toscana. Un hobby. Una piccola cosa ma che è sintomatica della situazione attuale.
I miei clienti sono per il 98% stranieri. I miei prezzi sono allineati alla concorrenza e imposti dal mercato internazionale (qualcuno dice un poco alti). Dato che credo di essere bravo ho una occupazione micidiale (praticamente tutto esaurito da marzo a Novembre). La struttura dei costi fissi è però tale per le infinite imposizioni burocratiche connesse all’attività che, sommati ai costi variabili e a quelli del personale (tutto in regola) porta a un risultato di un utile pressochè nullo. Con costi dovuti alla burocrazia in crescita.
Conclusione: se continua così preferisco chiudere e licenziare le tre persone che vi lavorano).
Perchè altri sopravvivono? Grazie a lavoro nero, sottofatturazione ed evasione fiscale, in crescita naturalmente.
Questa è la realtà del mercato. quella vera che viviamo ogni giorno noi non accademici.
Allora come stupirsi se il 25% della popolazione vota Grillo, o in Grecia il 20% vota per un partito filo nazista (lo stesso Hitler andò al potere con i voti del popolo, mi sembra di ricordare, a seguito delle feroci sanzioni imposte dagli alleati vincitori).
E’ facile quindi dare la colpa all’Euro di tutto ciò. E non saranno i CV prestigiosi a dimostrare il contrario. Occorrono argomentazioni sostanziose ed aderenti alla realtà, fatti concreti che possano convincerci che uscire dall’euro e svalutare non sia la soluzione migliore. Non basta dare la colpa alla classe politica, peraltro esatta espressione del popolo italiano, o ai cattivi e corrotti funzionari dell’apparato pubblico italiano, nè alla stupidità dei lettori. Tutto ciò è pura utopia, supponenza culturale. La realtà non è quella che si vede dai libri in un Campus americano, circondato da prati ben tenuti ma quella che si vive entrando in un ufficio pubblico o ospedale italiano ogni giorno. E questa realtà, che è un fatto culturale non si cambia in sei mesi o un anno ma ci vorranno, probabilmente generazioni. E di queste miserevoli realtà il dibattito deve necessariamente tenere conto.

Occorrono argomentazioni sostanziose ed aderenti alla realtà, fatti concreti che possano convincerci che uscire dall’euro e svalutare non sia la soluzione migliore.

Tu hai un'attività che va a rotoli perché lo Stato ti suca vivo e se ne strafotte di regolare effettivamente ed imparzialmente il mercato, e la colpa è dell'Euro?

Cavolo, questa prima che macroeconomia di base è algebra! Dati i costi, svalutando lui potrebbe vendere allo stesso prezzo di mercato internazionale che equivale a un maggior ricavo in valuta nazionale, coprendo i costi.

Si può risolvere il problema tagliando i costi a monte? Probabilmente, si dovrebbero valutare conseguenze su tutti gli ambiti; personalmente non credo che ci siano molti margini. Ma proprio qui è il cuore del commento di Alessandro: gli economisti che sostengono che sia quest'ultima - piuttosto che la ridenominazione e svalutazione - la soluzione migliore, hanno l'onere professionale ed etico di dimostrarlo valutando imparzialmente le alternative, e non andare avanti a botte di partiti presi.

eh, perchè basterebbe valutare un attimino la cosa in termini reali, per vedere che l'algebra va allegramente a farsi benedire. dimmi un po', se io utilizzo due kg di legno per produrre una matita, ed un mio concorrente ne utilizza uno solo, in tutto ciò dove entra la valuta in cui si compie lo scambio con il cliente?
ma non c'è niente da fare. l'illusione monetaria è più forte di qualsiasi religione.

(ah, in ogni caso, il nostro imprenditore che svalutando può fare prezzi più bassi si è come al solito dimenticato che la filiera produttiva odierna è praticamente interamente internazionalizzata, e che per produrre i beni da vendere a basso prezzo, deve prima comprare altri beni, ad alto prezzo. ops.)

La filiera di un agriturismo è elementare. I costi sono prevalentemente di personale (50% circa), variabili (luce, gas, lavanderia ecc.) e costi fissi. C'è poco da limare sui costi (se non scendendo drasticamente nella qualità (appartamenti non puliti ecc.). Ma i prezzi finali, quelli sì li impone il mercato internazionale. Mi dica lei cosa fare per riuscire ad avere margini decenti. Io lo faccio come hobby, e mi permetto di avere tutto in regola, chi ci vive molto semplicemente fa nero ed evasione. La teoria è una cosa. La realtà è un altra cosa.

qualunque svalutazione di sorta non cambierebbe nulla, a meno che la svalutazione non serva effettivamente a ridurre i salari reali dei dipendenti.
è banalmente ovvio che quindi il problema sono, appunto, tasse e burocrazia.

Non c'è nulla da dimostrare, secondo me, caso mai basta mostrare quello che già le diverse nazioni fanno.
Ci sono nazioni che, incapaci di intrapprendere certe riforme, ricorrono la spirale svalutazione-inflazione senza uscirne mai (come un drogato nel tunnel) e ci sono nazioni che invece hanno il coraggio e la capacità, quando serve, di fare riforme pubbliche energiche e radicali per mantenere alto il livello del sistema paese (formazione, ricerca, produttività generale del fattori, welfare). Prendo per esempio la Germania con agenda 2010, la Svizzera con il suo contenimento della spesa pubblica e del debito e la Svezia degli ultimi 20 anni con il forte calo di spesa pubblica e tassazione. Li prendo ad esempio perché sono nazioni che esportano parecchio (Svezia 34% del PIL, Germania 43%, 53% la Svizzera, malgrado il Franco forte) e lo fanno sulla base della qualità dei prodotti e del sistema-paese, non di semplici giochini alegbrici basati sulla forza o debolezza della valuta.

 Lo fanno sulla base della qualità dei prodotti

Mia moglie anni fa ha comprato un frullino svizzero (http://www.bamix.com/).

Prima di prendere questa decisione (non ci vuole un mutuo, ma costa 3-4 volte i competitori da supermercato) i frullini le duravano 1-2 anni. Il frullino svizzero invece ci seppellirà. Basta usarlo un paio di volte per rendersi conto che al suo confronto, i competitori che si trovano usualmente negli scaffali dei supermercati, ma anche nei negozi di elettrodomestici o anche in quelli di prodotti per la cucina, paiono giocattoli per bambini.

Il mercato degli agriturismi è assolutamente aperto e frammentato. Lo stato ha poco da regolare, se non imponendo, come fa, oneri e obblighi sempre più gravosi e spessissimo ingiustificati quali, ad esempio, l’obbligo di avere un numero minimo di personale in funzione delle dimensioni dell’azienda ovvero stravaganti corsi di formazione su argomenti i più vari.
Ma i conti non tornano egualmente. I costi dovuti al personale incidono per circa il 50% sui costi totali. Anche escludendo le spese idiote causate dalla burocrazia, per riacquisire competività e adeguata marginalità (senza ricorrere al nero) occorre svalutare i salari di almeno il 15%. E ad un operaio che oggi in busta paga prende 1.000 € netti ci vadano i professori a dirgli che il suo salario scende ad 850 € perchè l’austerità poi gli darà il benessere.
Gli argomenti contro la svalutazione saranno pur validi sulla carta, ma nella vita reale la miseria sta dilagando.

E ad un operaio che oggi in busta paga prende 1.000 € netti ci vadano i professori a dirgli che il suo salario scende ad 850 € perchè l’austerità poi gli darà il benessere.

veramente è in uk che il salario dei lavoratori è ritornato indietro di 10 anni con la banca centrale che non sterilizza

occorre svalutare i salari di almeno il 15%

No, al limite occorrerebbe abbattere il costo del lavoro. Il netto potrebbe addirittura aumentare. Basta abbassare o annullare la pressione fiscale sui redditi da lavoro bassi. Metti che ti mettessero al pari con i tuoi competitori britannici: su un costo del lavoro di 1500 Euro, la pressione fiscale (tributi e contributi) è del 18%, per cui il netto che si porta a casa è 1230 Euro.

Ti ha già risposto bene Alessandro Riolo.

Ma fammi aggiungere che se non diventi competitivo e chiudi il salario va a 0 che è molto peggio.Le alternative al recupero di competitività esistono, ma sono poco piacevoli.

E che  molti lavoratori (studenti, giovani alle prime esperienze, immigrati) un salario di 850€ lo accetterebbero di buon grado.