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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 2

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Non commento nel merito sulla questione centrale dell'articolo di Monacelli (la relazione tra ingresso nella moneta unica e produttività) perché, al di là dello zelo di alcuni fautori di euroexit, credo che sia poco interessante, e per il resto l'articolo la tratta in modo più che esauriente.  Mi limito invece a segnalare alcuni aspetti che sono risultati non del tutto chiari, nell'eventualità che questo susciti discussioni interessanti.  Anzitutto: (dalla seconda parte, sez. b.3):

E’ chiaro che tutte queste sono ipotesi e domande ben diverse da “euro = cambio fisso”, e quindi (soprattutto) dal suo (azzardato) corollario: usciamo dall’euro e riprendiamoci la flessibilità del cambio. È altresì vero che massicci (e potenzialmente pericolosi) flussi di capitale colpiscono le economie in ogni parte del mondo, indipendentemente dal fatto che abbiano adottato cambi fissi o flessibili. Esempi macroscopici recenti di paesi con cambi flessibili e con importanti problemi di gestione dei flussi di capitale sono la Turchia e il Brasile. È paradossale notare che molti dei paesi che fronteggiano flussi di capitale massicci tendono ad adottare ex-post regimi di cambio fisso o semi-fisso, proprio per evitare l’eccesso di apprezzamento della valuta

Qui non ho ben capito se Monacelli intenda dichiararsi a favore delle politiche di questi paesi - ma potremmo aggiungere altri casi più recenti, come l'Indonesia. In tutti questi casi, non si tratta esattamente di paesi all'avanguardia nel campo della stabilizzazione macroeconomica.

Dalla discussione su Twitter ricavo il link ad un interessante paper: Engel C. (2011) Currency Misalignments and Optimal Monetary Policy: A Reexamination, che effettivamente sembra rivalutare la non completa flessibilità dei cambi, almeno nella misura in cui si suggerisce il targeting dei prezzi al consumo (che è effettivamente una politica più "rigida" rispetto ad altre possibilità, ad esempio il prezzo dei beni prodotti).  Ma non mi è chiaro come questo possa spiegare le politiche dei paesi emergenti.  Piuttosto, c'è da temere che il perseguimento della stabilità del cambio da parte di questi paesi abbia avuto altre motivazioni, che per intenderci non sarebbero neanche troppo dissimili da quelle che Bagnai ha ipotizzato per l'Italia.

Certamente più rilevante è il ruolo dei cambi fissi come semplice politica di commitment contro l'inconsistenza dinamica, ma resterebbe da paragonare questa politica ad altre possibilità, altrettanto non-discrezionali e rules-based. (Ad esempio molte economie emergenti sono esportatrici di commodities, e ciò ha portato alcuni autori a suggerire "peg the export price" come una migliore approssimazione alla stabilizzazione economica.)  Quella del cambio fisso come politica di commitment per eccellenza (lasciando a parte il caso delle unioni valutarie) potrebbe essere nulla più che una moda per certi aspetti dannosa.

E in ogni caso, sembra quantomeno intuitivo che la causalità vada nel senso [rigidità più o meno accentuata del tasso di cambio] --> [effetto destabilizzante dei flussi di capitale e opportunità di politiche di stabilizzazione].  Il paragrafo citato sembra dare per scontato che sia vero l'opposto, e sarebbe utile una spiegazione a riguardo.

Un altro punto non del tutto chiaro è nella prima parte, dove si discute dello shock petrolifero.  Anche se in quel contesto è un esempio puramente illustrativo, mi sembra che venga affrontato in modo così sintetico da risultare poco chiaro se non ingannevole, soprattutto per una questione che per certi aspetti è di stretta attualità.  Nella prima parte dell'articolo si legge:

Con costi energetici più alti, le imprese subiscono un aumento dei costi marginali di produzione (correnti e futuri). A parità di impiego di lavoro, quindi, sarà per loro efficiente (cioè sarà “un equilibrio”) aumentare i prezzi. Siccome aggiustare i prezzi è costoso (per svariati motivi, anche qui la letteratura è immensa), le imprese decideranno di aumentarli meno di quanto farebbero se non ci fossero costi di aggiustamento (e in più sulla base di quanto ci si aspetta che saranno i costi marginali in futuro). Perciò parte della risposta dell’impresa sarà via i prezzi, parte via una riduzione della quantità di produzione.

Ora, in un regime di concorrenza imperfetta, dove il caso normale è che il costo marginale sia minore del prezzo fissato dall'impresa, non sembra empiricamente rilevante il caso in cui una resistenza all'aumento dei prezzi da parte della singola impresa causa un calo del PIL.  Di solito uno shock petrolifero viene considerato come shock di markup (nel modello NK) con un meccanismo un po' più complesso, che in particolare potrebbe prestarsi a politiche di stabilizzazione.

E in ogni caso, tutta quella discussione sembra dare quasi per scontato che gli shock petroliferi siano stati la causa dell'inflazione galoppante degli anni '70, ad esempio degli Stati Uniti.  Questa tesi viene talvolta ripetuta come una sorta di vulgata nei manuali di macroeconomia, ma ben guardare i dati (ad esempio la crescita piuttosto sostenuta del PIL reale negli Stati Uniti, 2.6% dal 1973 al 1981), sembra che la responsabilità principale sia da attribuire alla politica monetaria che in quel periodo appariva completamente disancorata.  Sarà un caso, ma il prezzo del petrolio negli anni 2000 è passato da 20$ a oltre 140$, in un ambiente di inflazione bassa.