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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 2

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Alcuni commenti, in realtà (a) lo sostiene solo Bagnai, a Borghi non interessa (b) è una considerazione che conoscevo ma io sono interessato ai problemi di tutta l'Europa, non solo dell'Italia (la povera Spagna...), tieni presente che quando Bagnai si riferisce all'"Euro" credo si riferisca all'intero sistema quindi anche all'assenza di sistemi di monitoraggio/controllo circolazione capitali, (c) e (d) molto interessante, cercherò di approfondire.


Tutti gli spunti sono molto interessanti, alcune cose le conoscevo, altre no. Tutto questo non fa che confermarmi nell'idea che ci sia bisogno di un dibattito più esteso, non si può pretendere più di quello che fai tu in un commento (comunque mi hai dato di che studiare per un po' :-) ).

Prego,  figurati.

a)      Avevo inserito Borghi perchè in una trasmissione TV  (con Boldrin in collegamento, e vi lascio immaginare la sua faccia ascoltando ste robe..:-)) si lancio’ in una sparata del tipo “ma basta vedere la línea della produttività sul grafico…da quando siamo entrati nell’euro…línea piatta”…ossignur…comunque non è rilevante.

b)      Si, hai ragione, è l’intera costruzione dell’eurozona che deve essere oggetto di analisi per poter capire quali siano le decisioni migliori da prendere, non c’è dubbio. Volevo solo sottolineare che nel blog di Bagnai si prende sistemáticamente in giro chi, a suo modo di vedere, non si rende conto che in Italia “il debito pubblico non c’entra, è tutto un problema di debito privato finanziato con massicci capitali proveniente dall’estero”..si trovano ad esempio frasi del genere:” Che l’euro ci ha messo in crisi perché ci ha costretto ad accumulare ingenti quantità di debiti verso l’estero, per finanziare un crescente deficit commerciale, per lo più verso i paesi del Nord, non lo dico perché sono “antitedesco”, come farfuglia qualche traditore. Lo dico perché, come accuratamente ripeto, nella mia totale, vacua, desolante assenza di qualsiasi originalità, mi limito a riportare le parole di tanti saggi e illustri colleghi, inclusi i padri dell’euro. Sono un nano sulle spalle di giganti. Dai piedi di balsa”. Krugman e mille altri economisti questi ingenti capitali esteri per finanziare debito privato non li hanno visti. Il gigante dai piedi di balsa in questione era Roubini. Puoi tranquilamente digitare in google “Roubini 2006 Davos” e leggere lo speech, quello con Tremonti special guest... secondo te, Roubini, ci disse che la colpa dei nostri mali era da cercare nell’euro e nella Merkel, o in qualche altro posto?

Grazie ancora per l’interessante discussione. E ovviamente condivido l’idea che è la costruzione dell’intera eurozona che debe essere analizzata e migliorata. Ma se si parte da una analisi sbagliata dei motivi per cui i vari Paesi stanno avendo difficoltà, dubito si possa arrivare a proporre soluzioni efficaci.  L’analsi della situazione di Spagna e Irlanda fatta da Bagnai in parte ricalca quella fatta da molti economisti. E’ l’utilizzo della stessa diagnosi per spiegare i problemi italiani che lascia basiti.

Scusa se ti annoio, dopo di questo smetto…J

Vorrei solo fare una precisazione, forse superflua. Tutta la discussione sulle poltiche monetarie piu giuste da adottare (euro exit si o no, manovre di tassi, liquidity injections, “gestione” del cambio) sono discussioni che riguardano esclusivamente la gestione della “ciclicità” dell’economia. Un conto, infatti, è l’aspetto cíclico della crescita economica, e la política monetaria puo essere d’aiuto, qualore ben utilizzata, per evitare overheating nelle fasi di espansione e accelerare l’uscita dalle recessioni. Un conto è la crescita strutturale dell’economia, cioè il tasso di crescita potenziale di un Paese “across the cycle”. Se il tasso di crescita potenziale dell’italia è tra i piu bassi all’interno dei Paesi ad esso paragonabili per livello di sviluppo e benessere (ed è questo l’argomento, a mio avviso, su cui bisognerebbe concentrare l’attenzione sia dal punto di vista del dibattito político che económico), questo dipende da scelte di politica económica, dalla costruzione di istituzioni economiche e sistemi di incentivi sbagliati accumuluti per decenni.  Ed è questa la vera emergenza. Un libro iluminante in tal senso è “Why nations fail. The orign of power, poverty and prosperity” di Acemoglu. Un affascinante viaggio a metà tra la macroeconomia e la storia economica alla ricerca dei fattori che accomunano I paesi che prosperano e che mancano nei paesi (e negli imperi) che sono entrati in declino. Per usare le parole dell’autore, «Extractive institutions » : questo deve essere il nostro nemico. Se non  lo sconfiggiamo, EUR o non EUR, non andiamo da nessuna parte. E depende solo da noi, non dalla Merkel.