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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 2

14 commenti (espandi tutti)

È paradossale notare che molti dei paesi che fronteggiano flussi di capitale massicci tendono ad adottare ex-post regimi di cambio fisso o semi-fisso, proprio per evitare l’eccesso di apprezzamento della valuta.

E' vero, ma o limitano i flussi di capitale eliminando la convertibilita' della valuta in conto capitale, Bretton Woods-style (Cina, Malaysia post-Asian Crisis) o hanno elevate  flessibilita' salariali che permettono di assorbire gli shock tramite aggiustamenti strutturali. John Greenwood, che nel 1983 fu l'architetto del currency board di Hong Kong, in un articolo su FT di due anni fa ha elencato otto condizioni per la stabilita' di un sistema monetario a cambi fissi con liberta' di flussi di capitale:

1. Economia molto aperta
2. Elevata flessibilita' di prezzi e salari. (Nota che invece la "stickiness" dei salari e' un assunto centrale per i keynesiani di ieri e di oggi, e anzi una conquista da tutelare per i cosiddetti post-keynesiani nostrani.)
3. Poco welfare e trasferimenti fiscali (che disincentivano l'aggiustamento dei salari e la riallocazione della forza lavoro in aree dove l'offerta di lavoro e' maggiore)
4. Forte disciplina fiscale (dal 1984 a oggi il governo di Hong Kong ha mantenuto un surplus di bilancio medio annuo dell'1.4% del PIL)
5. Alta capitalizzazione del sistema bancario (in Hong Kong il capital ratio si aggira sul 14% - 19%, ben superiore a quello dell'Eurozona)
6. Mantenimento di bilanci attivi delle banche con la banca centrale
7. Bassa leva finanziaria nel settore immobiliare residenziale (dal 1991 in Hong Kong sono stati limitati al 70% del valore dell'immobile, e recentemente anche a meno)
8. Bassa leva finanziaria nel settore immobiliare commerciale, che indirettamente limita l'indebitamento delle ditte private

Ora, con questo non voglio dire che senza Euro si starebbe meglio: anzi, io sono un sostenitore dell'Euro non perche' lo veda come uno strumento di maggiore integrazione politica (che aborrisco per varie ragioni, non ultima quella che implica armonizzazione che e' nemica della concorrenza tra i vari governi) ma perche' spero che forzi l'adozione di almeno parte delle condizioni su elencate, che considero desiderabili in se'. E comunque,  ormai e' tardi per tornare indietro: chi le trova inaccettabili avrebbe dovuto pensarci prima.

Sono diventato un fan dei "like" anche per i commenti e non solo per gli articoli. Questo di Enzo (anche se non concordo con l'idea di generalizzare a partire dall'esperienza di HK) merita un paio di "like", specialmente per le conclusioni! 
:-) 

tasto like

marcodivice 17/8/2013 - 13:57

il tasto like per post e commenti è una mia vacchia richiesta, insieme credo a corrado ruggeri. approfitto dell'appoggio di michele boldrin per rilanciarla.  Fosse già implementato andrebbe premuto a manetta per l'ottimo post di Monicelli.

Consenso

PZ 17/8/2013 - 20:02

E magari a nessuno viene in mente che molti di questi punti possano essere considerati inaccettabili dalla maggioranza della popolazione, e che il dovere degli economisti non sia quello di difendere per partito preso un sistema con costi e benefici al fine di raggiungere determinati risultati, ma illustrare e divulgare costi e benefici affinché il "popolo bue" [cit.] possa effettuare le scelte democraticamente e in maniera più consapevole?

Sembra profetico Bagnai: l'euro è stato stabilito non tanto perché buono ed efficace strumento di politica macroeconomica, ma come necessario mezzo per vincolare scelte "strutturali" interne ai singoli paesi.

P.S. Grazie al Prof. Monacelli per questo post, è pieno di spunti interessanti e con un'ampia visione critica, e soprattutto delinea un programma di ricerca ben chiaro se si vuole approfondire il punto in questione.

Purtroppo alla fine Bagnai usa tanti argomenti a dir poco opinabili da sembrare un banale difensore di uno status quo che rende impossibile una crescita economica REALE basata su una produttività REALE del paese.
Se divulgare costi e benefici ?
Come per esempio dire che la svalutazione del 1992 ha portato un milione di disoccupati in più ed un calo dei consumi del 3.5% e far notare che la svalutazione è sempre e comunque un impoverimento perchè nessun artificio monetario cambia il fatto che essendo la moneta solo un mezzo di scambio il tenore di vita di una nazione, ovvero i beni e servizi a disposizione dei suoi abitanti saranno solo pari alla quantità e qualità di beni e servizi REALI che gli stessi sono in gradi di produrre e scambiare.
E che nessuna crescita drogata ha mai portato vantaggi reali a lungo termine, anche i tifosi di Bagnai in fondo lo ammettono che la svalutazione del 1992 dopo solo 4 anni aveva esaurito TUTTI i suoi effetti positivi , dato che parlano di cambio sopravvalutato di una moneta che era crollata del 30% solo 4 anni prima.

Questi spunti sono interessanti. Ma solo suggestivi. Ognuna delle ipotesi andrebbe formalizzata meglio, magari in un modello. Per capire fino a che punto ciascuna condizione sia necessaria (e/o sufficiente). Su twitter mi sono sentito dare del c..glione (ovviamente dal solito Borghi, sic!) per aver impostato un paragone tra EA e USA.

Il punto era, e ancora è: un'area valutaria comune è qualcosa di diverso da un sistema di cambi fissi. Questa era l'intuizione originaria che ha spinto i paesi europei ad abbandonare il sistema dello SME e a fare un salto in avanti "strutturale" nel tentativo di coordinare le loro politiche economiche.

Ma che cosa realmente necessita un'area valutaria comune? E' sufficiente dire: gli USA "funzionano" perchè sono uno stato unitario? E' questo l'aspetto cruciale? A me sembra un pò tautologico. O forse è il mitico sistema dei trasferimenti tra Stati degli USA la chiave? (Tutti i fanatici di euro-exit si riempiono la bocca con questo mito dei trasferimenti. Certo ci sono. Ma nessuno che tiri fuori uno straccio di studio che mostri come funzionano, che effetti hanno, e soprattutto quanto decisivi siano per la "viability" del dollaro come currency area.)

Oppure quello che è veramente necessaria è una vera unione bancaria? O una politica fiscale centralizzata?  O servono tutte queste cose insieme? (anche una lingua comune?).

Attenzione: perchè questo è il vero punto cruciale. Quale deve essere il passo successivo della costruzione dell'euro (ammesso che si voglia andare avanti)? Certamente deve essere qualcosa di strutturale: ma che cosa, veramente?

 

OCA o AVO

l.biagini 19/8/2013 - 09:06

In merito all'OCA mi pare che molti facciano lo stesso errore dell'economia in equilibri. Si tende all'OCA o all'equilibrio non che questo venga raggiunto (lo credo impossibile visto che non siamo in un sistema sociale statico ma dinamico).

Un attimo, mi stai dicendo che in sistemi dinamici non si raggiungono equilibri? Ok, non saranno equilibri fissi (statici) e saranno equilibri dinamici che oscilleranno attorno a certi  punti. Non un punto solo di equilibrio; potrebbero essere piu' d'uno.  Se non sbaglio Nash ha proprio detto questo, per i giochi a somma > zero.  Anche la natura è un sistema dinamico, ma ci sono equilibri (strategie evolutivamente stabili).

Non un punto solo di equilibrio; potrebbero essere piu' d'uno.  Se non sbaglio Nash ha proprio detto questo, per i giochi a somma > zero. 

Mi hai ricordato questo: http://mpra.ub.uni-muenchen.de/29957/1/MPRA_paper_29957.pdf

Se non l'hai già letto, troverai le conclusioni interessanti.

Se dipendesse dalle mie personali preferenze, il passo successivo sarebbe lasciare l'unione valutaria come pistola puntata alla tempia dei governi recalcitranti davanti alle riforme; e abolire l'UE lasciando SEE+AELS+Svizzera (ed estendendo il piu' possibile l'area Schengen). Lo so che secondo i vari Delors, Kohl etc. l'unione monetaria era vista come passo nella direzione di "un'unione sempre piu' perfetta", ma a me invece sta bene com'e', una specie di "gold standard differenziale"  che impedisca ai governi di procrastinare aggiustamenti strutturali tramite interventi di politica monetaria (i quali in teoria dovrebbero servire in pura funzione anticiclica, ma in pratica, specie nei paesi come l'Italia, finiscono in scelte consistentemente inflattive).

Dollar-exit

Tom Riddle 19/8/2013 - 14:07

A mio modesto parere, la diversa coesione politica ha avuto un ruolo non indifferente. Mentre negli Stati Uniti vi è un unico Stato Federale detentore del monopolio della forza, ciascuno dei 17 membri dell'eurozona ha ancora un esercito. Se la Grecia nel 2012 avesse deciso di uscire dall'euro, infliggendosi immani sofferenze, cosa avremmo potuto fare per impedirglielo? Mandargli i panzer? Ovviamente no. Se invece un governatore statunitense annunciasse seriamente un referendum per uscire dal dollaro e dall'Unione, si troverebbe gli agenti federali sotto casa e un'accusa per "rebellion or insurrection" o "seditious conspiracy".

Credo che questa differenza spieghi parte del panico del 2012, quando Tsipras rischiava di vincere le elezioni in Grecia. Certo, l'assenza di un'unione bancaria avrà un ruolo altrettanto importante, ma resta il fatto che oltreoceano un concetto come "dollar-exit" non sarebbe nemmeno concepibile.

o meno esplicit. si richiamano tutti. Ossia, il presupposto implicito e': l'Italia e' una paese disastrato ormai al conto (quello surrealmente scaricato sulle spalle incolpevoli delle generazioni future, per intenderci, dalla Kasta, capace unicamente di rinviare/portare a nuovo, devaluing). l'Unico modo per indurre cambiamenti e' il bastone. Aut fai le riforme Aut fai la fine della Costa guidata da Schettino....La domanda pero' e': l'Italia ce la fara'? 120k espatriati da codesto paese solo nel 2012. Sarebbe interessante calcolare quanti scrivano dall'estero-
f.to un n espatriato)

Indipendentemente da quello che ci vorrebbe imporre o suggerire l'Europa (la Germania in primis, come indicato con, penso, poca ironia nel commento), l'Italia deve fare le riforme se vuole sostenere il livello di beni e servizi che la popolazione pretende ogni giorno. Quindi la gente deve capire che non è possibile un'alternativa soluzione, con buona pace di chi vuole continuare ad esasperare le teorie di Keynes (che non condivido totalmente, ma che in parte possono essere efficaci in particolari situazioni; ma non ora, soprattutto in Italia dove la spesa pubblica a deficit fa da padrone da lungo tempo). Altrimenti può tornare un Paese povero, iniziando a partire con il ridimensionamento della spesa e delle necessità che i consumatori dovranno accettare. Aldilà di complotti, diktat o altro ancora.

Several centuries ago....l'Italia va trattata come un paese emergente, in cui le regole sono da riscrivere da ZERO, ispirandosi a Galileo Galilei, piu' che al Talmud. A buon intenditore. Certo, a dare retta a De Mauro sull'ignoranza CRASSA degli Italiani, passando attraverso le fondazioni politico-bancarie....e varie altre celesti amenita' omens aren't good