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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Nel 1992 il cambio lira-marco era di 760 se ricordo bene, dire che a 990 ( del 25% più basso ) nel 1996 fosse troppo alto dà ragione a chi dice che una singola svalutazione del 30% come quella teorizzata dagli euro-exit è semplicemente inutile e il grafico sulla produttività mostra come anche l' efffetto della svalutazione in questione è puro doping con effetti temporanei e senza nessuna utilità per contrastare il peggioramento di lungo periodo.

I dati sul cambio si leggono molto più agevolmente da qui:

dove la linea blu indica la variazione del cambio nominale e la rossa il campio reale. L'utilità (certa) della "corretta" valutazione del cambio è quella di mantenere una situazione di equilibrio nel saldo delle partite correnti evitando accumli di deficit o surplus che corrispondono a debiti e crediti esteri. Su questa cosa non c'è margine di dibattito: mi risulta essere universalmente accettata.

In questa sede si discuteva della possibilità che un cambio sopravvalutato quando non è sostenuto da un indebitamento estero (come in Grecia e Spagna) produca stagnazione e con essa caduta della produttività, il che appare quantomeno più che plausibile (è una situazione simile a quella di Spagna e Grecia dopo il 2008: fine dei finanziamenti, cambio sopravvalutato->recessione).

Quanto alla disoccupazione è noto che nei primi anni dell'euro sono entrate a regime le leggi Biagi e Treu che hanno introdotto ufficialmente profili lavorativi atipici, questo produce un effetto di emersione di lavoro sommerso e di aumento dei lavori part time (tutto documentato) che crea un aumento degli "occupati" ufficiali senza necessariamente aumentare la quantità totale di lavoro e di "prodotto", e infatti il PIL è rimasto stagnante.

Comunque vedo che ti rifiuti di considerare il problema che ti pongo sulla questione dei tempi: se anche non fosse colpa del cambio non è verosimile che sia colpa di inefficienza e corruzione perchè non risulta esserci nessuna discontinuità temporale in inefficienza e corruzione mentre l'effetto da spiegare ha una netta discontinuità temporale, questa:



Caro Babbeus, il grafichetto che hai postato ben due volte e che mostrerebbe come lo scarto del reddito pro capite italiano abbia "una netta discontinuità temporale" a partire da una certa data è ingannevole, in quanto sta confrontando un paese con una media di paesi, in cui anche la discontinuità potrebbe avvenire in una media di date. Infatti, se si prendono i singoli paesi, si vedrebbe che rispetto ad alcuni grandi paesi industrializzati la discontinuità inizia negli anni ottanta, mentre per altri in coincidenza dei primi anni novanta, e per altri ancora dopo. Per ogni paese si può raccontare una storia, anzi una narrazione, diversa.

Peraltro, non è detto che se succede qualcosa nell'89, allora la causa di quel qualcosa sia nell'89. Comunque per visualizzare, sotto un grafico dei differenziali dei pil procapite tra italia e alcuni paesi UE e non UE. Ad esempio, rispetto agli USA lo stacco inizia nell'80, con la Germania si ha un doppio stacco, uno nei primi 90 e l'altro a metà novanta. Con l'Olanda tra fine anni 80 e inizio 90. Con la Francia, nei primi 2000, etc. etc.

In somma, il declino italiano ha radici precedenti allo stesso trattato di Maastricht del 92, per dirne una e con questo fatto bisogna fare i conti.

Interessante grafico ed interessante argomentazione la tua anche se le conclusioni a cui arrivi mi pare non siano corrette. Dal grafico io vedo che l'inizio della discesa sebbene non sia così nettamente collocabile in un anno ben preciso comunque parte per tutti i casi considerati nel decennio 1990-2000 (anche gli usa: gli USA li vedo oscillare sempre inrorno a -8,000 e iniziare a scendere negli anni '90, non negli anni '80). Le linee che più dovrebbero interessarci comunque sono quelle degli altri paesi europei che dovrebebro avere economie più vicine e più in relazione con la nostra (Francia e Germania ad esempio) rispetto alle quali il declino inizia a metà anni 90. Il che è consistente con quello che dice il grafico delle produttività di Italia, Francia e Germania a confronto. Il declino di Ita rispetto a USA o Canada è comunque condiviso da Fr e Ger almeno fino a quando il differenziale Fra-Ita e Ger-Ita rimane stabile, quindi non è un declino "dell'Italia" e non ha ragioni specificamente italiane.

Continua a valere la mia obiezione: il declino rispetto a Fr e Ger come può essere colpa dell' inefficienza visto che i differenziali di efficienza tra Ita, Fra e Ger non hanno subito nel tempo nessuna variazione significativa?

Le linee che più dovrebbero interessarci comunque sono quelle degli altri paesi europei che dovrebebro avere economie più vicine e più in relazione con la nostra (Francia e Germania ad esempio) rispetto alle quali il declino inizia a metà anni 90

 

la differenza tra il reddito procapite italiano e quello tedesco si è mantenuta pressoché stabile durante tutti gli anni 90; anzi ,dal 95 al 2002,pur con varie oscillazioni è diminuita da 2200 a 2100. il vero ''salto''si ha tra il 2004 e il 2005 (la differenza passa da 2300 a 2500)ma soprattutto tra il 2005 ed il 2006 (si passa da una differenza di 2500 a 3100)e tra il 2006 ed il 2007(da 3100 a 3900) e così via fino ad oggi.

 fin dentro l'euro non era cambiato nulla ,ciò che cambia dal 2005 in poi è il peso del cuneo fiscale:da loro diminuisce da noi aumenta.

 http://ec.europa.eu/economy_finance/ameco/user/serie/ResultSerie.cfm

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C'è anche un altro aspetto,ho letto qui il paragone tra Francia ed Italia come paesi con una pressione fiscale simile, è un inesattezza dal punto di vista della pressione fiscale reale sui ceti produttivi. Il fatto che il settore sommerso dell'economia, che è composto al 99% da attività a basso valore aggiunto e bassa produttività, in Italia ha un peso DOPPIO che in Francia Per cui la pressione fiscale REALE su chi paga le tasse è del 50% in Francia e del 60% in Italia.

Caro Babbeus,

mi è difficile spiegare ciò che è facile da capire

Le linee che più dovrebbero interessarci comunque sono quelle degli altri paesi europei che dovrebebro avere economie più vicine e più in relazione con la nostra (Francia e Germania ad esempio) rispetto alle quali il declino inizia a metà anni 90.

Ok, prendiamo Francia e Germania (c'aggiungo pure l'Olanda che "pesa" in termini export) con uno zoom a partire dagli anni '80 del differenziale del PIL procapite tra italia e paesi con "economie più vicine e più in relazione con la nostra".

Spero sia evidente che con la Germania, si ha un dip intorno al 1990 e un secondo intorno al 2005. Per l'Olanda, un allontanamento costante da prima del 1990. Per la Francia meno netto dal 2000. Tre storie diverse, di cui due con segnali evidenti da prima della metà anni 90, e la francia dopo di un bel pezzo.

il declino rispetto a Fr e Ger come può essere colpa dell' inefficienza visto che i differenziali di efficienza tra Ita, Fra e Ger non hanno subito nel tempo nessuna variazione significativa?

questa domanda sposta ora il tiro e afferma (nascosta nella domanda) che i differenziali di efficienza tra italia e gli altri (in questo caso fra e ger) siano rimasti invariati. Au contraire.  Se leggi attentamente le due tabelle riportate nell'articolo di Monacelli su TFP e LP, vedrai che il tasso di crescita della produttività totale e del lavoro dell'Italia oltre a essere inferiore a Germania e Francia dal periodo iniziale della tabella, tende negli anni a peggiorare ulteriormente. Quasi insesorabilmente. Spero che apprezzi il senso di questa dinamica di tassi di crescita della produttività rispetto a Germania e Francia.

 

Siamo tutti d'accordo sul fatto che la produttività Italiana ha un arresto rispetto a Fr e Ger (in questo ramo della discussione ho postato io stesso dei grafici), il problema è perchè ci sia stato questo arresto. C'era chi sosteneva che la colpa era "ovviamente" dell'inefficienza del settore pubblico italiano, io sollevavo dubbi al riguardo visto che l'inefficienza in questione è storica e sussisteva anche quando la nostra produttività era allineata a Fr e Ger.

Il rischio di default italiano del 1992 e i cambiamenti internazionali hanno messo fine alla possibilità di proseguire la politica allegra di inflazione e debito pubblico,anche perchè il debito pubblico è una droga che serve solo alle attività a basso valore aggiunto e ad alta intensità di manodopera messe fuori mercato dai paesi emergenti, la droga della crescita fittizia è finita e il marcio è venuto a galla.

Babbeus, come dici tu, l'inneficienza è storica, quindi come tutti quelli con problemi cronici (non necessariamente legati a un'unica causa), sono più suscettibili degli altri alle malattie. Peraltro, più tempo passa, e più aumenta la probabilità che un acciacco ti stenda.

Il punto che facevi della data in cui vi sarebbe "una netta discontinuità temporale" e che coincide con l'euro, o il cambio reale sopravvalutato non regge i dati. Purtroppo abbiamo tanti altri "usual suspects" da interrogare, ognuno con un suo ruolo e con impronte più visibili.

se fumo per 50 anni, mi viene il cancro e intanto continuo a fumare, tracciando un grafico delle mie condizioni di salute vedrò un netto peggioramento da quando mi è venuto il cancro, e senza discontinuità nel fumo. che però ne resta la causa.

In italia l'inefficienza (corrispettiva del fumo) avrebbe dato l'innesco a un processo degenerativo interno al sistema (corrispettivo del cancro) che porta al collasso? Quale sarebbe questo processo degenerativo a livello economico che ha avuto l'italia e che non ha avuto ad es. la Francia o la Spagna? Non è curioso che questo processo sia partito e abbia provocato dei problemi proprio simultaneamente alla crisi dell'eurozona che riguarda insieme più paesi esenti da queste "inefficienze" e che ha cause del tutto differenti?

In Italia la pressione fiscale effetiva piu alta del mondo ( abbassata numericamente ad arte comprendendo nel PIL il 20% di economia sommersa ) serve a mantenere una PA che passa il tempo nel migliore dei casi a non fare nulla di utile, ma soprattutto quando lavora serve SOLO ad intralciare l'iniziativa imprenditoriale.
In Francia, Inghilterra , Germania e Spagna NON è COSI', le tasse si pagano ( anche meno che in Italia ) ma la PA serva ad AIUTARE i cittadini e le imprese.
Chi lo nega ( come Borghi e Bagnai ) secondo me è un difensore interessato di un sistema MARCIO

Anche lei qui è vittima di fallacia. Dice che "il giusto tasso di cambio reale serve a equilibrare il balance di current account". Credo che qui (in totale buona fede si intende) risulti chiaro l'errore logico di chi non viene dalla teoria economica. SIA  tasso di cambio reale CHE current account balance sono variabili endogene. Si determinano a vicenda. Per giunta in modo dinamico. (Ricordo un surreale dialogo di Bisin con Borghi + truppe sulle cd "relazioni bivariate". Concetto completamente oscuro al presunto economista B.).

Per cui pensare che tasso di cambio reale "causi" CA balance è già un errore in partenza.  Tasso di cambio influenza CA balance, e viceversa.La relazione è complessa, e come detto dinamica. Se ne esce solo con modelli dinamici (sia teorici, che di analisi econometrica, tipo Vector Auto Regression. Mi scuso per il tecnicismo, ma qui è veramente impossibile usare altri strumenti)

Oppure "che il tasso di cambio debba essere allineato in modo  da ottenere un certo obiettivo di CA balance". Questa idea presuppone che si sia stabilito un target o obiettivo ottimale del CA balance, e che la politica economica (monetaria e/o fiscale) debba reagire sistematicamente con i propri strumenti per raggiungere quel target. Nuovamente, qui siamo in completely unchartered territory.

Il tasso di cambio reale è un prezzo (relativo). Come ogni prezzo si determina in equilibrio. Cioè  è il sintomo, la risultante, di forze e relazioni sottostanti, che hanno a che fare con domanda e offerta e con le risposte agli shock (questi esogeni) che colpiscono l'economia.

Trattiamolo per quello che è.

Le retroazioni tra CA e valore della moneta non sembrano creare grosse complicazioni, almeno se ignoriamo fattori esterni ed indipendenti. Io l'ho sempre vista così:

Se hai il saldo CA negativo e il mercato valuatario è completamente libero la tua moneta si deprezza per la legge della domanda e dell'offerta (c'è più domanda di moneta estera che di moneta nazionale). Se il deprezzamento non è stato "congruo" ci sarà ancora uno squilibrio CA (inferiore), se positivo la moneta si apprezzerà, se negativo la moneta si deprezzerà. Il risultato di queste retroazioni (assumento che tutto il resto rimanga sempre uguale) apparentemente è una convergenza asintotica a zero del saldo CA e una convergenza ad un certo valore p* del tasso di cambio. Sbaglio a vederla così? Ho capito male? Quali complicazioni ulteriori ci sarebbero nell'interazione di questi due parametri?

Tra l'altro ci sono studi sull'ipotetico apprezzamento o deprezzamento del cambio euro-dollaro in caso di rottura della moneta unica, come questo (pag.6), che mostra valori che sembrano corrispondere alla situazione dei saldi CA dei vari paesi.

D'altra parte: per quale motivo ci aspettiamo che con l'uscita dall'euro Ita, e Spa avranno monete deprezzate e la Germania no? E' giusto aspettarselo? In base a che cosa? Il saldo CA non c'entra nulla?