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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Non capisco il senso del suo post. Moretti ne ha parlato anche in un lungo articolo su la Stampa. Certamente il suo libro è su trend di lungo periodo. Ho solo segnalato un elemento che si poteva trarre dalla sua analisi. E cioè l'interessante evidenza che la gran parte della creazione di posti lavoro sta arrivando in settori (e aree geografiche) con forte componente di R&D e skill premium. Tutto qui. Mi pare molto indicativo che ciò stia avvenenendo dopo la più grande crisi di domanda dalla Grande Depressione. E indicazione del fatto che innovation segue logiche di fondo (human capital, capital-skill complementarity, good institutions) ben diverse dalla ciclicità della domanda. (Se poi lei si vuole inventare un autogoal, lo faccia. Ma francamente non lo vedo.)

Va bene

PZ 14/8/2013 - 12:00

Scusi Prof. Monacelli ma ho interpretato il suo post qui di sopra come dire: "risolveremo tutti i problemi buttandoci velocemente su industrie innovative" che oltre non essere nello spirito del libro del Prof. Moretti mi è parso, per così dire, un pochino irrealistico, e tanto più paradossale considerando che il framework di Moretti prevede economie di scala a livello aggregato, cioè ciò che è discusso come poco probabile da lei nel post principale.

Rispondo anche a Francesco Forti qui di sopra: intendevo dire che non si può prendere il premio [di salario] all'istruzione come causa esogena del successo di una città o zona economica, perché la teoria economica, come la narrativa prevalente dello skill-biased-technical-change, prevede che questo dipenda dalla diversa domanda relativa di diversi tipi di fattore lavoro (skilled vs. non-skilled), ovvero è una variabile endogena. Banalmente, maggiore è il successo di una città / area urbana / economia locale nello sviluppare industrie innovative ed economie di agglomerazione, maggiore sarà il premio all'istruzione e maggiore la migrazione di altri lavoratori bravi.