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Euro, domanda, e produttività: un viaggio nel mito. Parte 1

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Conosco bene il libro del Prof. Moretti, che è principalmente descrittivo e divulgativo rispetto ai suoi lavori più tecnici (che pure conosco). Il libro non discute di una presunta “ripresa dovuta ai settori innovativi”, ma di un processo di divergenza di lunga durata tra economie locali che, semmai, si sarà reso più evidente dopo la crisi nel senso di quali città siano riuscite a mantenere adeguati livelli di occupazione e quali no. E le faccio notare però come negli ultimi anni tutti discutano di un “ritorno del manifatturiero” (in opposizione ai settori “cool”) negli USA.

Le faccio pure notare come l'impianto analitico del Prof. Moretti, come pure l'orientamento dei suoi lavori di ricerca recenti, hanno al centro l'esistenza di esternalità di rete a livello aggregato, ovvero proprio economie di scala macro che, se vogliamo, assomigliano un pochettino al discorso Kaldor-Vernoorn come lei discute approfonditamente in questo post di NfA. Il libro poi discute della possibilità che fattori istituzionali (idee, creatività etc.), nello spirito dell'analisi della Saxenian (Berkeley) sulla Silicon Valley, possano essere al centro della grande divergenza, ma mi pare che il Prof. Moretti propenda più per una spiegazione nel senso di equilibri multipli dovuti a esternalità di rete e risultati casuali e dipendenti dalla storia. Il premio all'istruzione esiste (è esogeno o endogeno, Professore?) ma l'impianto di economia urbana adottato da Moretti prevede migrazione dei lavoratori con più istruzione verso le città più produttive, per cui non mi pare tanto un fattore esplicativo del successo di un'economia locale.

Infine, sminuire così la discussione sulle determinanti dell'innovazione mi pare in tutta onestà un pochino riduttivo, Professore. Sono d'accordo, lo ripeto ancora, che il discorso per cui sia la domanda a causare l'innovazione mi pare problematico, e che gli incentivi, come io e lei entrambi scriviamo, siano di lungo periodo (rendimenti futuri attesi) ma gli aspetti microeconomici non si riducono certo qui (commento velocemente e inadeguatamente a riguardo qui su). In letteratura esiste una tensione ancora irrisolta tra “demand-pulled” e “technology-pushed” innovation, non esattamente nel senso discusso qui, ma la visione per cui l'innovazione sia una “scatola nera” che nasce dal niente o comunque senza interazioni con l'ambiente economico sembra un po' semplice e... primitiva, suvvia. Assomiglia un po' al dire “la svalutazione risolve tutti i problemi, il cambio reale è sopravvalutato”.

In ogni caso, mi rendo conto che non è un discorso troppo adatto a questo contesto, ma sarei contento di riprenderlo in futuro.

P.S. Paragonare i problemi dell'Italia agli Stati Uniti mi sembra un pochettino inappropriato. Non solo gli Stati Uniti hanno goduto di politiche di sostegno della domanda a seguito della crisi che qui ci sogniamo (indipendentemente dal giudizio sulla loro validità), ma ci sarebbero anche considerazioni meno strettamente economiche da fare, nel senso che è più conveniente e semplice per un paese anglofono orientarsi sui settori sulla frontiera tecnologica. Non a caso l'Europa continentale è ancora concentrata sul manifatturiero.

ma l'impianto di economia urbana adottato da Moretti prevede migrazione dei lavoratori con più istruzione verso le città più produttive, per cui non mi pare tanto un fattore esplicativo del successo di un'economia locale.

Non lo capisco. In caso di successo di un'economia locale abbiamo immigrazione, in caso di insuccesso (o minore successo) abbiamo emigrazione.  Perché non sarebbe esplicativo?

Non capisco il senso del suo post. Moretti ne ha parlato anche in un lungo articolo su la Stampa. Certamente il suo libro è su trend di lungo periodo. Ho solo segnalato un elemento che si poteva trarre dalla sua analisi. E cioè l'interessante evidenza che la gran parte della creazione di posti lavoro sta arrivando in settori (e aree geografiche) con forte componente di R&D e skill premium. Tutto qui. Mi pare molto indicativo che ciò stia avvenenendo dopo la più grande crisi di domanda dalla Grande Depressione. E indicazione del fatto che innovation segue logiche di fondo (human capital, capital-skill complementarity, good institutions) ben diverse dalla ciclicità della domanda. (Se poi lei si vuole inventare un autogoal, lo faccia. Ma francamente non lo vedo.)

Va bene

PZ 14/8/2013 - 12:00

Scusi Prof. Monacelli ma ho interpretato il suo post qui di sopra come dire: "risolveremo tutti i problemi buttandoci velocemente su industrie innovative" che oltre non essere nello spirito del libro del Prof. Moretti mi è parso, per così dire, un pochino irrealistico, e tanto più paradossale considerando che il framework di Moretti prevede economie di scala a livello aggregato, cioè ciò che è discusso come poco probabile da lei nel post principale.

Rispondo anche a Francesco Forti qui di sopra: intendevo dire che non si può prendere il premio [di salario] all'istruzione come causa esogena del successo di una città o zona economica, perché la teoria economica, come la narrativa prevalente dello skill-biased-technical-change, prevede che questo dipenda dalla diversa domanda relativa di diversi tipi di fattore lavoro (skilled vs. non-skilled), ovvero è una variabile endogena. Banalmente, maggiore è il successo di una città / area urbana / economia locale nello sviluppare industrie innovative ed economie di agglomerazione, maggiore sarà il premio all'istruzione e maggiore la migrazione di altri lavoratori bravi.