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FARE, un partito territoriale

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Il deludente risultato elettorale di FARE, come è stato detto, ricalca solo in parte i territori di voto della Lega, se non per una marcata ma non specifica prevalenza nordista.

Non mi sembra corretto, inoltre, affermare che il programma di FARE, che si caratterizza per una forte connotazione economica, si avvicini a quello della Lega delle origini, se non per l'aspetto del federalismo, concetto per altro declinato in maniera del tutto diversa nei due movimenti.

Invece quello che ha avvicinato FARE ai territori di caccia della Lega (senza identificarcisi), è una componente assolutamente emotiva e non politica, cioè la forte insofferenza di alcune fasce sociali (senz'altro molto sensibili ai residui fiscali positivi) verso l'organizzazione pubblica in genere, peggio se lontana geograficamente dai cittadini.

Questa insofferenza, dovuta principalmente all'eccessivo prelievo effettuato e alla scarsa qualità dei servizi resi, è evidentemente più forte nel Lombardo-Veneto e quindi l'analisi di Lodovico Pizzati mi sembra centrata. Ne possiamo concludere che nel Nord del paese e particolarmente in Lombardia e nel Veneto siamo riusciti meglio perchè abbiamo parlato non solo alla mente, ma anche al cuore e alla pancia dell'elettorato.

Questo dovrebbe spingere ad un'analisi attenta sulle caratteristiche e la calibratura dei 10 punti che, certo, sono basati più su componenti economiche che sociali. Aspetti che possono parlare alla mente di tutto il paese ma al cuore e ala pancia solo del Nord.

Qui sorge il primo problema. Non si può considerare il Meridione d'Italia (per semplicità parlo in generale, ma in realtà andrebbero considerate importanti differenze) come un'area pronta "sic et simpliciter" ad accettare le regole del libero mercato, poiche queste regole richiedono la presenza di uno Stato eticamente forte ed eguali condizioni di sviluppo rispetto al Nord del paese.

Imagino che leggendo, qualcuno corrucci la fronte e commenti: ci risiamo, ecco uno che ora chiede gli aiuti di Stato... . Ovviamante la Storia, prima ancora della teoria economica, ci insegna che quella non è la soluzione.

Quando parlo di Stato eticamente forte (utilizzando, mi rendo conto, una terminologia non amata dal mondo liberale), mi riferisco ai fondamenti di "vita, libertà e proprietà" che non sono garantiti in vaste aree del meridione d'Italia, dove la criminalità organizzata impedisce lo sviluppo di un libero mercato e minaccia la sopravvivenza delle comunità di cittadini.

Credo che questo aspetto, cioè quello dell'incidenza della criminalità organizzata nel tessuto politico, sociale ed economico del Meridione e (in parte) dell'intero paese, sia stata largamente sottovalutata dei fondatori; tutti originari del Nord Italia e in larga parte residenti all'estero.

Non si considera che l'Italia è l'unico paese occidentale ad avere la caratteristica che aree importanti del territorio sono controllate dalla malavita organizzata con organizzazioni di tipo militare (si veda l'ultima relazione dei servizi sul tema dei casalesi).

Il punto 6 sulla Giustizia, da questo punto di vista, costituisce una risposta classica e, a mio modo di vedere, non sufficiente a questa situazione. Nella Piramide dei bisogni, infatti, la Giustiza può essere collocata al quarto o al quinto livello, la sicurezza al secondo.

C'è poi un secondo aspetto. Si continua a ritenere che l'elettorato di riferimento di FARE fosse quello di centro-destra e magari della Lega. Credo che questo assunto sia sbagliato.

Non riesco rapidamente a documentare le mie affermazioni (chiedo scusa se salto una delle regole auree del confronto scientifico), ma mi sembra evidente che soprattutto il centro-destra di Berlusconi rappresenti largamente interessi corporativi e non produttivi (IMU "restituita" docet).

La realtà è che nel nostro paese destra e sinistra sono due categorie spurie, spalmate entrambe su una serie di interessi corporativi, per le quali non è affatto detto che l'elettorato più sensibile ai nostri richiami sia a destra. Prova ne sono i grafici di Francesco C..

Infine un terzo aspetto. Vogliamo essere un autentico partito popolare o una elite di pensatori? Il tema non è scontato e i paragoni con il Partito Liberale o Repubblicano dell'epoca mi fanno venire i brividi. Io sono per una ispirazione popolare, proprio per parlare a quelle fasce di popolazione che avrebbero tutto da guadagnare dal lancio del processo produttivo, anche se mi rendo conto di quanto questo sia complesso. Ma ancora una volta, risulta necessario valorizzare meglio i punti del programma che si rivolgono al welfare, ai giovani e alle donne.

Cosa FARE

Solo qualche spunto.

FARE non sarà mai competitiva se cercherà di penetrare il centro-destra, ma solo se cercherà di imporre all'agenda politica del paese i principi dei 10 punti, indipendentemente dal quadro politico, rompendo sia a destra che a sinistra le consorterie che impediscono lo sviluppo.

FARE deve imporre un nuovo concetto di politica per il paese. Non è impossibile, ancora oggi l'attenzione dell'opinione pubblica verso di noi è ampia, superiore al nostro magro 1,2 percento elettorale.

FARE deve rivedere in piccola parte i 10 punti del Manifesto, centrando una offerta politica autenticamente coerente con i suoi principi ma applicabile a tutto il paese e non solo a una parte di esso. Per il Sud debbono essere affrontati i temi della lotta alla criminalità e di uno sviluppo possibile e sostenibile. In questo modo diventeremo un autentico partito nazionale anche se è probabile che i voti continueranno a pervenire più al Nord che al Sud del paese.

FARE deve saper parlare anche al cuore (che ha perso, dopo la vicenda Giannino) e alla pancia del paese, sviluppando temi oggetto di grande sensibilità quali le tasse, al Nord, e la lotta alla malavita, al Sud.