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Quanta flessibilità è necessaria?

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Se vogliamo de-mercificare il lavoratore (ed io sono d’accordo) bisogna sapere che c’è un doppio prezzo da pagare, ossia devono esistere difese interne (ammortizzatori sociali, cassa integrazione, sovvenzioni di stato alle aziende, divieto di licenziamento, tutte queste cose rientrano nelle opzioni possibili) ed esterne (il protezionismo – in qualche grado - diventa una necessità, almeno in un mondo dove esistono nazioni diverse con regole diverse).

Quindi tu desideri un paese semi-feudale, abitato perlopiù da morti di fame che cercano di scappare altrove?

Tanto per dire, ma chi lo decide a quali azienda dare le sovvenzioni, e a quali no? E quelli che il lavoro non ce l'hanno, come vengono aiutati dal divieto di licenziamento?

Credo tu non abbia ben capito lo spirito del mio commento: il punto era affermare che il lavoro è una merce e quindi lo è pure il lavoratore, che ci piaccia o no. Sarebbe ipocrita negarlo. Poi, se pensiamo – come pensa Avvenire e come penso io – che la persona che necessariamente è associata al lavoratore vada tutelata e non affidata solo all’efficienza del mercato (che non solo non tutela necessariamente i singoli individui, ma che è anche di fatto non implementabile in modo realmente ideale nel mondo reale) allora bisogna accettare il principio che la collettività deve pagare un prezzo alla tutela dell’individuo. Quanto? Come? Dove mettere l'asticella? Ci sono molte strade e ne ho citate alla rinfusa alcune – non era un programma!!!!!