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Quanta flessibilità è necessaria?

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Cito rispettivamente dal sito della CGIL e di Avvenire:

“Il Presidente del Consiglio Monti, che ha partecipato per pochi minuti all'incontro, ha tenuto a precisare che non si sarebbe tornati sulla discussione dell'articolo 18, considerata chiusa, e che è impegno del governo formulare il testo in modo tale che non si determinino abusi sui licenziamenti economici. La CGIL ribadisce che l’unico modo per evitare abusi sui licenziamenti è il reintegro nei posti di lavoro, altrimenti confermiamo il fatto che siamo in presenza di un provvedimento teso a rendere i licenziamenti più facili”.

Commento: infatti si vogliono rendere i licenziamenti più facili nel senso di attribuire loro un costo certo... che scoperte! Oggi si fanno ugualmente ma si deve trattare di caso in caso – oppure correre dei rischi. Non mi pare necessariamente un peggioramento...

monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano e presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della Conferenza episcopale italiana, commentando l'attuale progetto di riforma del mercato del lavoro: "Bisogna chiedersi - ha detto il vescovo in un'intervista al settimanale Famiglia cristiana - davanti alla questione dei licenziamenti, chiamati elegantemente, con un eufemismo, 'flessibilità in uscita', se il lavoratore è persona o merce. È la grande istanza dell'enciclica sociale Rerum Novarum". “La questione di fondo: il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare - dice Bregantini - come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perchè resta invenduto in magazzino.”


Commento: ma merce lo è il lavoro, e quindi – per definizione – il lavoratore ossia colui che si definisce tale in quanto produttore di lavoro. Se vogliamo de-mercificare il lavoratore (ed io sono d’accordo) bisogna sapere che c’è un doppio prezzo da pagare, ossia devono esistere difese interne (ammortizzatori sociali, cassa integrazione, sovvenzioni di stato alle aziende, divieto di licenziamento, tutte queste cose rientrano nelle opzioni possibili) ed esterne (il protezionismo – in qualche grado - diventa una necessità, almeno in un mondo dove esistono nazioni diverse con regole diverse).

Se vogliamo de-mercificare il lavoratore (ed io sono d’accordo) bisogna sapere che c’è un doppio prezzo da pagare, ossia devono esistere difese interne (ammortizzatori sociali, cassa integrazione, sovvenzioni di stato alle aziende, divieto di licenziamento, tutte queste cose rientrano nelle opzioni possibili) ed esterne (il protezionismo – in qualche grado - diventa una necessità, almeno in un mondo dove esistono nazioni diverse con regole diverse).

Quindi tu desideri un paese semi-feudale, abitato perlopiù da morti di fame che cercano di scappare altrove?

Tanto per dire, ma chi lo decide a quali azienda dare le sovvenzioni, e a quali no? E quelli che il lavoro non ce l'hanno, come vengono aiutati dal divieto di licenziamento?

Credo tu non abbia ben capito lo spirito del mio commento: il punto era affermare che il lavoro è una merce e quindi lo è pure il lavoratore, che ci piaccia o no. Sarebbe ipocrita negarlo. Poi, se pensiamo – come pensa Avvenire e come penso io – che la persona che necessariamente è associata al lavoratore vada tutelata e non affidata solo all’efficienza del mercato (che non solo non tutela necessariamente i singoli individui, ma che è anche di fatto non implementabile in modo realmente ideale nel mondo reale) allora bisogna accettare il principio che la collettività deve pagare un prezzo alla tutela dell’individuo. Quanto? Come? Dove mettere l'asticella? Ci sono molte strade e ne ho citate alla rinfusa alcune – non era un programma!!!!!

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tizioc 23/3/2012 - 18:23

Commento: ma merce lo è il lavoro, e quindi – per definizione – il lavoratore ossia colui che si definisce tale in quanto produttore di lavoro. Se vogliamo de-mercificare il lavoratore (ed io sono d’accordo) bisogna sapere che c’è un doppio prezzo da pagare,

Non è detto che sia così.  A rigor di logica, l'obiettivo di "demercificare" il lavoratore nel senso di rispondere alle istanze di dignità dei lavoratori richiamate da Bregantini (e già esposte nell'enciclica Rerum novarum) spetta al sistema di assicurazione sociale.  Un sistema supportato da politiche attive per l'impiego, come quello proposto da Ichino sul modello danese, può tranquillamente fare fronte a tale esigenza.  Di fatto, il progetto di riforma annunciato dal Governo sembra aver completamente trascurato l'impianto delle due proposte (Ichino e Boeri-Garibaldi) di cui finora si era discusso, a parte aspetti secondari quali il disincentivare e limitare l'applicabilità dei contratti flessibili.

flexsecurity

chemist 23/3/2012 - 19:33

Ma certo, in termini di costi per es. Ichino propone di trasferirli dalla cassa integrazione ad un sussidio di disoccupazione (nell'ottica di proteggere l'individuo piuttosto che la stabilità del suo lavoro). Si può supporre che questo sistema sia più funzionale (ammesso che in un paese come l'Italia lo si possa far funzionare) perché rende il mercato del lavoro più flessibile... in ogni caso rimane il fatto che la collettività si accolla dei costi, solo con modalità diverse.