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Quanta flessibilità è necessaria?

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Gentile tizioc, questo sarebbe vero in una società perfetta (ed è certamente vero per lavoratori con altissima professionalità e di cui c’è scarsa offerta), dove il datore di lavoro, oltre al proprio tornaconto, ha anche una visione della sua funzione di responsabilità sociale.
Nella realtà (ripeto : ovviamente non per tutti) assistiamo ad aziende che continuano a produrre solo perché sussidiate, ad imprenditori che hanno reinvestito gli utili in operazioni finanziarie e non nell’azienda, a produzioni a basso contenuto di innovazione (favoriti anche dal basso costo del lavoro, prodotto dalla pletora di contratti flessibili)
La conseguenza è che il datore di lavoro (ripeto ancora: non tutti, ma vale per troppi) cerca il massimo beneficio col minimo di spesa, avendo il vantaggio di poter scegliere tra cento, mille disoccupati, sottoccupati, cassa integrati, in cerca di un lavoro pur che sia.
Qui viviamo in un mondo dove l’evasione è a 120 miliardi l’anno, la corruzione è a 60 miliardi, la disoccupazione giovanile è al 30% (e fino al 50% al sud), peggio per quella femminile, la sicurezza sui posti di lavoro (certo, in alcuni ambiti) è una illusione (per ridurre i costi), il premio alla professionalità ed alla conoscenza sono sconosciuti.
Dove il problema della produttività sembra tutto racchiuso nell’abolizione dell’Ar. 18, dopo di che gli imprenditori assumeranno e gli stranieri investiranno.
E si potrebbe continuare.
In quale mondo: “il datore di lavoro, come il lavoratore, è interessato a scegliere condizioni il più possibile attraenti per la controparte”.

Nella realtà (ripeto : ovviamente non per tutti) assistiamo ad aziende che continuano a produrre solo perché sussidiate, ad imprenditori che hanno reinvestito gli utili in operazioni finanziarie e non nell’azienda, a produzioni a basso contenuto di innovazione (favoriti anche dal basso costo del lavoro, prodotto dalla pletora di contratti flessibili)

Però il sindacato non risolve queste questioni.  Forse potrebbe essere un fattore migliorativo in un sistema come quello tedesco, in cui i sindacati partecipano alla governance delle aziende vedendo riconosciuto un ruolo di stakeholders.  Ma questo non può evidentemente valere per le microimprese che costituiscono il reale tessuto produttivo in Italia.

L'introduzione di contratti ultra-flessibili a partire dagli anni '90 servì a mitigare una situazione di disoccupazione strutturale insostenibile, che causava un enorme spreco di potenzialità, oltre che una marcata esclusione sociale.  In altre parole, non credo che abbia ridotto le opportunità di lavoro, rispetto alla situazione preesistente.  Però attualmente è facile constatare che un modello ultra-flessibile espone i lavoratori a rischi decisamente eccessivi in termini di retribuzione e condizioni di lavoro (mentre i rischi legati al ciclo economico erano considerati del tutto marginali quando quelle politiche furono attuate).  Quindi un contratto a tempo indeterminato con incentivi a tutela del posto di lavoro come quello proposto da Ichino può ben essere preferibile.

Nei limiti relativi a quanto scritto sopra però, una maggiore libertà contrattuale (ampiamente prevista ad esempio nei paesi anglosassoni) non peggiora le cose e può leggermente migliorarle.  Resta ovviamente la possibilità di migliorare le opportunità per i lavoratori, intervenendo sui fattori che limitano lo sviluppo dell'economia italiana (non ultimo il ruolo del settore pubblico e la scarsa attrattività per gli investitori esteri), e inoltre sarebbe utile una policy di sostegno agli investimenti, per contrastare l'attuale situazione di crisi economica.