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Quanta flessibilità è necessaria?

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Oltre ad essere "complicato, dispendioso e inefficiente" il rapporto contrattuale uno a uno vede da una parte un contraente forte (il datore di lavoro) e dal'altra (nella stragrande maggioranza di casi) un contraente debole (il lavoratore).
I sindacati ed il contratto unico (per categoria) sono nati anche per ovviare a questa disparità.

il rapporto contrattuale uno a uno vede da una parte un contraente forte (il datore di lavoro) e dal'altra (nella stragrande maggioranza di casi) un contraente debole (il lavoratore)

Questo è più che altro un luogo comune, da diversi punti di vista.  Se per "forza" dei contraenti si intende la facoltà di redigere materialmente le condizioni del contratto, allora non fa differenza: il datore di lavoro, come il lavoratore, è interessato a scegliere condizioni il più possibile attraenti per la controparte, in modo da poter risparmiare negli sforzi di ricerca o nella retribuzione.  Quindi la controparte non è penalizzata, anche se si limita a negoziare su un contratto già scritto.

Se invece per forza contrattuale si intende la capacità di ciascuna delle parti di "tirare sul prezzo", essa dipende essenzialmente dalle condizioni di domanda ed offerta e dalla retribuzione prevalenti in ciascun particolare mercato.  Attualmente le condizioni generali sembrano svantaggiare i potenziali lavoratori (e questo, ragionevolmente è uno dei motivi per cui spendere tanto sforzo politico sulla riforma del lavoro ha poco senso), ma esistono casi seppure molto particolari di località e settori in cui essi sono favoriti ed anzi i datori di lavoro faticano a trovare manodopera.  Se non erro alcuni commentatori su questo sito hanno indicato la Information Technology nel Regno Unito come uno di questi esempi.

Gentile tizioc, questo sarebbe vero in una società perfetta (ed è certamente vero per lavoratori con altissima professionalità e di cui c’è scarsa offerta), dove il datore di lavoro, oltre al proprio tornaconto, ha anche una visione della sua funzione di responsabilità sociale.
Nella realtà (ripeto : ovviamente non per tutti) assistiamo ad aziende che continuano a produrre solo perché sussidiate, ad imprenditori che hanno reinvestito gli utili in operazioni finanziarie e non nell’azienda, a produzioni a basso contenuto di innovazione (favoriti anche dal basso costo del lavoro, prodotto dalla pletora di contratti flessibili)
La conseguenza è che il datore di lavoro (ripeto ancora: non tutti, ma vale per troppi) cerca il massimo beneficio col minimo di spesa, avendo il vantaggio di poter scegliere tra cento, mille disoccupati, sottoccupati, cassa integrati, in cerca di un lavoro pur che sia.
Qui viviamo in un mondo dove l’evasione è a 120 miliardi l’anno, la corruzione è a 60 miliardi, la disoccupazione giovanile è al 30% (e fino al 50% al sud), peggio per quella femminile, la sicurezza sui posti di lavoro (certo, in alcuni ambiti) è una illusione (per ridurre i costi), il premio alla professionalità ed alla conoscenza sono sconosciuti.
Dove il problema della produttività sembra tutto racchiuso nell’abolizione dell’Ar. 18, dopo di che gli imprenditori assumeranno e gli stranieri investiranno.
E si potrebbe continuare.
In quale mondo: “il datore di lavoro, come il lavoratore, è interessato a scegliere condizioni il più possibile attraenti per la controparte”.

Nella realtà (ripeto : ovviamente non per tutti) assistiamo ad aziende che continuano a produrre solo perché sussidiate, ad imprenditori che hanno reinvestito gli utili in operazioni finanziarie e non nell’azienda, a produzioni a basso contenuto di innovazione (favoriti anche dal basso costo del lavoro, prodotto dalla pletora di contratti flessibili)

Però il sindacato non risolve queste questioni.  Forse potrebbe essere un fattore migliorativo in un sistema come quello tedesco, in cui i sindacati partecipano alla governance delle aziende vedendo riconosciuto un ruolo di stakeholders.  Ma questo non può evidentemente valere per le microimprese che costituiscono il reale tessuto produttivo in Italia.

L'introduzione di contratti ultra-flessibili a partire dagli anni '90 servì a mitigare una situazione di disoccupazione strutturale insostenibile, che causava un enorme spreco di potenzialità, oltre che una marcata esclusione sociale.  In altre parole, non credo che abbia ridotto le opportunità di lavoro, rispetto alla situazione preesistente.  Però attualmente è facile constatare che un modello ultra-flessibile espone i lavoratori a rischi decisamente eccessivi in termini di retribuzione e condizioni di lavoro (mentre i rischi legati al ciclo economico erano considerati del tutto marginali quando quelle politiche furono attuate).  Quindi un contratto a tempo indeterminato con incentivi a tutela del posto di lavoro come quello proposto da Ichino può ben essere preferibile.

Nei limiti relativi a quanto scritto sopra però, una maggiore libertà contrattuale (ampiamente prevista ad esempio nei paesi anglosassoni) non peggiora le cose e può leggermente migliorarle.  Resta ovviamente la possibilità di migliorare le opportunità per i lavoratori, intervenendo sui fattori che limitano lo sviluppo dell'economia italiana (non ultimo il ruolo del settore pubblico e la scarsa attrattività per gli investitori esteri), e inoltre sarebbe utile una policy di sostegno agli investimenti, per contrastare l'attuale situazione di crisi economica.

Francamente ritengo che questa impostazione (contraente forte e debole) non sia sempre valida o lo fosse nel secolo scorso. Per esempio se io sono un lavoratore estremamente qualificato ed il datore di lavoro ha bisogno di me (perché di qualificati che ne sono pochi e senza di loro perde un lavoro di qualche milione) le parti si invertono:  ad essere forte sono io.  Se l'impresa impiega solo manodopera poco qualificata, forse il contratto collettivo è meglio per i lavoratori.  Però le delocalizzazioni di questi anni ci fanno capire che è un vantaggio momentaneo e illusorio.  L'azienda se ne va in serbia e ciao al contratto collettivo. Se l'azienda produce beni ad elevato valore aggiunto il contratto collettivo non serve. Basta come dice sopra Massimo Famularo, avere una serie di norme comuni a tutti  (ferie, malattie, congedi, permessi) e poi avere contratti individuali.

si,ma

aldo lanfranconi 17/3/2012 - 18:40

anche le aziende di punta hanno bisogno di chi pulisce i cessi

in questo caso firmano un contratto con un'azienda di pulizie

Gentile Dr. Forti, è esattamente quanto scrivevo nel primo capoverso del mio intervento.
Ma immagino che anche Lei riconoscerà che si tratta di una eccezione e non della regola dei rapporti di lavoro subordinati.
Per quanto riguarda le delocalizzazioni, poi,basta che l'azienda minacci soltanto di delocalizzare per dimostrare di essere dalla parte del più forte.

Per quanto riguarda le delocalizzazioni, poi,basta che l'azienda minacci soltanto di delocalizzare per dimostrare di essere dalla parte del più forte.

Questo è vero, però esistono diverse condizioni di cui tenere conto: (1) la minaccia di trasferire l'azienda deve essere credibile, ovvero deve esistere contendibilità.  Qui è la concorrenza tra i diversi sistemi istituzionali a fare la differenza, più che il costo del lavoro in sé.  La Serbia è un caso emblematico: ha avviato un vasto programma di riforme neoliberali dopo la fine del regime di Slobodan Miloshevich.  Possibile che l'Italia non sia in grado di fare altrettanto? (2) deve esistere un sovrappiù da spartire tra azienda e lavoratori, a causa del potere di mercato di una o ambedue le parti.  Gli stabilimenti FIAT hanno verosimilmente un certo potere di monopsonio nell'economia locale, quindi è plausibile che la minaccia di trasferire la produzione altrove faccia stare decisamente peggio i lavoratori, costringendoli a traslocare e/o riqualificarsi.  Però questo non è certamente un caso tipico nella situazione italiana.  (3) i sindacati non possono in ogni caso rimediare a questa situazione, a meno di non istituire misure protezionistiche, o coalizzarsi con le equivalenti organizzazioni serbe (coalizione comunque difficile a causa della divergenza di interessi).

Gentile tizioc, condivido quanto scrive.
Mi permetterei di aggiungere: 4) un sistema dell'istruzione che consenta di poter trovare in loco le professionalità utili alla produzione.
E questo non sempre si realizza.
5) una legislazione che reprime le aspirazioni a maggiori diritti da parte dei lavoratori.
Ed, ancora una volta, ritorniamo alla posizione del più forte.