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Quanta flessibilità è necessaria?

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Penso che la riforma Ichino possa, con un piccolo ritocco, risolvere il problema ai punti 1 e 2. Infatti essa già prevede la creazione di un sistema di Enti, da parte delle imprese (da sole o assieme ai sindacati) che adottano il contratto unico, che servono proprio a trovare un altro lavoro a chi viene licenziato. La buona riuscita del sistema è assicurata dal fatto che le imprese hanno un forte incentivo a far funzionare bene questi Enti, perchè prima l'Ente riesce a trovare un altro lavoro ad un licenziato, prima l'impresa che lo ha licenziato può smettere di pagargli il sussidio (che secondo il meccanismo della riforma può arrivare ad essere molto corposo).  E siccome le imprese in un modo o nell'altro gestiscono questi Enti (da sole o in gruppi di imprese, con o senza la partecipazione dei sindacati) hanno anche le leve per far sì che i ricollocamenti avvengano il prima possibile. Questo in parte risolve anche il problema dei costi di licenziamento, perchè la minaccia di alti costi se la disoccupazione persiste spinge le imprese a farla durare il meno possibile, per minimizzare i sussidi erogati. E qui viene il ritocco che proporrei, perchè invece l'altra parte, cioè il lavoratore licenziato, non ha invece un incentivo chiaro a collaborare con l'Ente. Una parte dei lavoratori potrebbe trovare più conveniente non lavorare e prendere il sussidio, finchè dura, e solo successivamente impegnarsi a trovare un altro impiego.  Questo perchè nella legge non è prevista in modo esplicito una parte di "activation" delle politiche di ricollocamento, cioè in parole povere delle regole che introducano dei controlli dell'effettivo impegno a collaborare e sanzionino il lavoratore che non collabora (fatta salva naturalmente la possibilità opt-out di non collaborare con l'Ente, rinunciando però al sussidio). Emendando la legge e inserendo una previsione esplicita di politiche di activation, il problema si risolverebbe (esattamente com'è successo in Danimarca, dove prima di introdurre l'activation il sistema non stava dando risultati così buoni). 

Certamente rimane il problema dell'alto costo di licenziamento per i lavoratori più anziani, almeno fra quelli cd. "non qualificati", perchè avrebbero le maggiori difficoltà ad essere ricollocati e contemporaneamente avrebbero i sussidi più alti, vista l'elevata anzianità. E' anche vero però che se la soglia che definisce un lavoratore come "anziano" fosse abbastanza alta, un disincentivo a licenziare i più anziani (o una parte di essi, quella  grandi linee meno ricollocabile) forse sarebbe anche "giusto" da un punto di vista sociale (l'efficienza è importante ma non è nemmeno tutto, ad esempio un operaio può trovarsi ad essere licenziato ad un'età in cui è troppo vecchio e troppo poco qualificato per trovare un altro posto, troppo giovane per andare già in pensione, e troppo lontano dalla pensione per essere mantenuto dallo Stato o dalla famiglia così a lungo; un esito che sarebbe meglio evitare, e visto che le imprese già hanno un qualche incentivo a preferire il licenziamento di anziani (perchè in generale costano di più e sono meno produttivi), mettere un contrappeso sopra una certa soglia di anzianità può essere desiderabile).

Sul punto 3 invece chiederei qualche specificazione in più, con sostenibilità intendete quella finanziaria (costi del sistema che esplodono)? In questo caso più che di medio lungo periodo, io parlerei di sostenibilità in caso di crisi, nel senso che il rischio insito nel sistema è che in periodi di acuta recessione il meccanismo di ricollocazione si inceppi perchè non c'è sufficiente domanda di lavoro, mentre a causa della crisi vengono contemporaneamente licenziati molti lavoratori. A quel punto avremmo una situazione in cui ci sono tanti licenziati che prendono il sussidio, e pochi che riescono a trovare lavoro, quindi le imprese vedrebbero i loro costi gonfiarsi a causa dei tanti sussidi erogati, e questo aggraverebbe la loro condizione già precaria a causa della recessione. Se questo aggravio supera il beneficio che le imprese ottengono dal poter licenziare, e quindi poter riorganizzare l'azienda per cercare appunto di superare la crisi... beh a quel punto suppongo che tornerebbe la cassa integrazione, con tutti i suoi limiti che ben conosciamo.