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Protezione dell’occupazione: cosa sappiamo e cosa no. Parte 1: teoria

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chemist, non volevo mandarti al bar :-) solo invitarti  a una discussione meno vaga. Cosi' va gia' meglio, grazie.

Vengo al merito delle questioni che hai chiarito.

 il riferimento era al conflitto insanabile dell'antica Roma, che portò gradualmente al fallimento della repubblica ed all'instaurazione del principato. Un fallimento su cui penso che ancora oggi valga la pena di riflettere

Certo, ma di cose cosi' e' piena la storia anche recente, no? La differenza rispetto ad allora e agli 30 del 1900 in Italia, per dire, e' che abbiamo istituzioni democratiche (nazionali e sovranazionali) molto piu' forti. Questo non e' sufficiente a prevenire quello a cui ti riferisci, ma e' certamente necessario.

Per venire alla proletarizzazione ed al lavoratore commodity, mi pare un tantinello difficile negare che la globalizzazione abbia ridotto drasticamente il valore di molte forme di lavoro 

Per chi e dove? Prova a chiedere a cinesi e indiani di quanto e' aumentato il valore del loro lavoro (in qualunque  forma) dal 1990 a oggi. Ci fanno concorrenza? Cosi' va il mondo, anche noi facevamo concorrenza (con enorme successo) agli inglesi, agli americani, ai francesi e tanti altri fino al 1970. E che oggi che siamo diventati ricchi vogliamo far rimanere li' fermi a morire di fame 1/3 della popolazione mondiale?

hangover

chemist 28/2/2012 - 13:11

Scrivo dal tavolino del bar, cercando di gestire un terribile hangover...:-)
Non credo che, se la situazione dovesse deteriorarsi seriamente in Europa, il fenomeno comincerebbe proprio dall’Italia, piuttosto da paesi come Ungheria o Grecia... poi si sa, il cattivo esempio è contagioso.
Quanto al secondo punto sono totalmente d’accordo: il valore di molte forme di lavoro si è ridotto localmente, cioè nei paesi ricchi. Il punto, secondo me, è gestire la transizione da una prosperità riservata solo ad alcune aree geografiche (es. tipico -Europa occidentale) ad una prosperità molto più diffusa (es. tipico Cina) senza passare attraverso livelli socialmente inaccettabili e comunque esplosivi di umiliazione delle classi più o meno direttamente esposte, che in prima approssimazione sono i lavoratori dipendenti dell’industria, ma in seconda approssimazione è un po` tutta la società perché su per li rami l’impoverimento di una parte si trasmette inevitabilmente a tutto il rimanente.
Più flessibilità per essere più competitivi? Va bene, ma primo non mi farei illusioni sull’entità dei benefici ottenibili (basta considerare che paesi più flessibili come gli USA non hanno mostrato tutta questa attitudine a compensare a livello industriale gli svantaggi con l’Asia) ed inoltre tirando troppo questa leva si rischia di rompere la macchina, ossia fuor di metafora di rompere la famosa “coesione sociale”.
That’s my view, anyway.

per definizione la globalizzazione porta benefici. Se un altro paese produce qualcosa in maniera più competitiva le soluzioni sono 1) abbassare il proprio salario 2) cambiare il tipo di produzione logicamente non puoi competere con i cinesi producendo magliette di cotone tutti i dubbi sulla globalizzazione sono un semplice spauracchio per chi non sa (o non vuole) adattarsi alle nuove condizioni

x enrico

chemist 28/2/2012 - 17:44

Lavorando per una multinazionale che opera in settori a tecnologia avanzata con sedi operative in tutti i continenti e sede legale a Singapore direi di non potermi considerare così sprovveduto su cosa significhi competere nel mondo globalizzato.
Ma posso sempre imparare.

x chemist

enrico 28/2/2012 - 17:51

perfetto.
allora non c'è alcun conflitto sociale insanabile.
Da sempre i lavori meno produttivi sono stati abbandonati.
Difendere posti di lavoro improduttivi non può che peggiorare la situazione.
Ogni obiezione a tale inevitabile processo è pura ideologia