Titolo

Protezione dell’occupazione: cosa sappiamo e cosa no. Parte 1: teoria

5 commenti (espandi tutti)

Il costo per l'imprenditore in termini di licenziamento per bassa produttivitá non dovrebbe dipendere dall'art 18.

Il costo dipende da due cose: (1) l'intrepretazione stringente di "giusta causa": licenziare il singolo lavoratore a tempo indeterminato per bassa produttivita' e'di fatto impossibile; (2) l'incertezza circa i tempi di un procedimento e la possibilita' di arrivare a una sentenza di reintegro.

La domanda di skills e di capitale umano dipende infatti anche dalla qualitá dell'imprenditore. Uno "stupido" avrá difficoltá a riconoscere le potenzialitá di lavoratori skilled

A tali "stupidi" pensa la concorrenza: essi non possono sopravvivere in un mercato concorrenziale. La domanda diventa quindi un'altra: cos'e' che impedisce che le imprese piu' inefficienti vengano chiuse e il capitale e lavoro che impiegano riallocati verso usi piu' produttivi?

cos'e' che impedisce che le imprese piu' inefficienti vengano chiuse e il capitale e lavoro che impiegano riallocati verso usi piu' produttivi?

Proprio la mancanza di concorrenza. Ma questo é esattamente il punto che volevo enfatizzare. Porre l'attenzione sui lavoratori induce a pensare che le imperfezioni sul mercato del lavoro siano la causa principale della bassa produttivitá italiana. Mentre io ritengo che - al netto dei vari fattori istituzionali, infrastrutturali che pure incidono moltissimo - relativamente molta piú importanza l'abbiano le imperfezioni che hanno indotto il nostro sistema ad avere imprenditori di bassa qualitá imprenditoriale. In questo quadro, non capisco ancora cosa c'entri l'art 18. Per essere cosí fondamentale, dovrei pensare che il mercato delle imprese (nel senso o di mercato del controllo di esse o di possibilitá di accesso al settore imprenditoriale o ancora di possibilitá di sana competizione) funzioni estremamente bene, al limite ipotizziamo che sia perfetto, e che tutte le distorsioni arrivino dal mercato del lavoro e dalla possibilitá o meno di licenziare delle imprese. Bene, non mi convince per due motivi; uno quello che dicevo sull'evoluzione delle imprese italiane. Due, che l'ipotesi per cui il mercato del lavoro influenzi decisivamente la produttivitá italiana (e non dico che in assoluto non sia vero) implica anche dire che vi é una sotto-capacitá produttiva o una minore efficienza del processo produttivo causato dal mercato del lavoro. Ma come si fa a distinguere quest'effetto da un potenziale imprenditore di bassa qualitá la cui capacitá produttiva 0 efficienza sarebbe comunque bassa? Io penso, onestamente, che la seconda abbia una grande rilevanza nel dibattito in questione. Ancora sull'art 18 e sulla stringenza della giusta causa; posso essere d'accordo sulle procedure, ma ancora una volta questo implicherebbe che nulla ha a che vedere con l'idea che vietare licenziamenti discriminatori influenzi la produttivitá delle imprese. In particolare, per l'argomento che usavo prima sulla correlazione tra caratteristiche non osservate che potrebbero influenzare la discriminazione (vegeteriano) e quelle che riguardano la bassa produttivitá, a meno che non vogliamo dire che le due sono anch'esse correlate, ma mi sembrerebbe eccessivamente troppo. Come a dire che quelli discriminati sarebbero anche i meno produttivi a causa del fattore discriminatorio. Spero, e penso, che non si voglia arrivare a tanto.

possibili dati

cajamarca 28/2/2012 - 01:11

e per non darti l'impressione che siano solo mie fantasie, la letteratura empirica é piena di dati sulla correlazione tra struttura imprenditoriale e avanzamento tecnologico e in generale su misallocation e bassa tfp. un esempio per il caso italiano é qui:

http://ideas.repec.org/p/prt/dpaper/1_2011.html

Siamo assolutamente d'accordo che in principio la qualita' degli imprenditori e' importante e che anche in questo caso la soluzione sia la concorrenza. Non vi e' alcun dubbio che una parte dell'industria e' protetta - ma una larga parte pero' compete all'estero. Non vedo nessun Camusso o Marcegaglia che costringe i clienti esteri a continuare a comprare i prodotti italiani dopo che li abbiano provati e trovati scadenti. 

Se non c'è concorrenza, la colpa è soltanto del governo e delle proprie politiche economiche fallimentari passate.
Il discorso della possibile incapacità degli imprenditori è poco accettabile, perché inevitabilmente se un'azienda non è in grado di competere verrà soppiantata dalle altre.