Titolo

Protezione dell’occupazione: cosa sappiamo e cosa no. Parte 1: teoria

13 commenti (espandi tutti)

Problemi

Andrea Grenti 27/2/2012 - 22:38

Il problema non è solo ovviamente l'articolo 18, ma soprattutto che non esiste alcuna libertà contrattuale. Con il contratto collettivo oggi il mercato del lavoro è rigido e poco flessibile, in quanto ogni lavoratore e azienda non mettersi d'accordo in base alle proprie capacità ed esigenze, i salari non possono essere corrisposti all'effettiva produttività e non c'è abbastanza libertà di licenziamento. Inoltre, il datore di lavoro non può licenziare un dipendente per un altro magari precario, ma più produttivo.
L'articolo 18 è abbastanza generico, il lavoratore con i sindacati può comunque portare in tribunale il datore di lavoro nonostante la causa del licenziamento possa essere quella di scarsa produttività e non magari di discriminazione, e questo già comporta dei costi per l'impresa in ogni caso. Oltre ad una tassazione e i costi sul lavoro già di per sé abbastanza elevati.

giusto

giulio zanella 28/2/2012 - 00:03

Giusto, Andrea.

La contrattazione decentrata aiuterebbe. Se i salari riflettessero la produttivita' locale sarebbero gli stessi lavoratori ad avere un incentivo a riallocarsi, tra aree, settori, e imprese diverse. Come discuteremo nel post empirico gli effetti negativi della protezione del posto di lavoro sono piu' forti in presenza di contrattazione collettiva.

Scusate, ma non vi state dimenticando la miriade di forme contrattuali che hanno governato il mercato del lavoro italiano degli ultimi circa 15-20 anni (da treu in poi)? Piú libertá contrattuale di quella offerta in questi anni, ancora? Gli imprenditori italiani hanno avuto la libertá di fare un poco quello che volevano, e non riconoscerlo mi sembrerebbe eccessivo. Eppure, sta maledetta produttivitá non é migliorata anzia é peggiorata. Non é arrivato il momento di pensare all'altro lato della medaglia? Cosa ancora serve per rendersi conto della bassissima qualitá della classe imprenditoriale italiana? I salari non possono riflettere la produttivitá locale proprio perché localmente l'offerta contrattuale (la domanda di lavoro) é fatta da imprenditori che non hanno la minima idea di cosa significa stare sul mercato veramente e competere sulla qualitá e sull'innovazione. 

Really?

alberto bisin 28/2/2012 - 07:15

Cajamarca. Leggi il post se vuoi discutere per favore. Cari saluti

Caro Bisin, certo che ho letto il post. Dai non c'e' alcun bisogno di stizzirsi, veramente cerco solo di discutere. La bottom line del vostro ragionamento mi sembra sia che la protezione degli insiders abbia causato o, più leggermente, indotto la bassa protezione, precarizzazione, degli outsiders. Non so quanto effettivamente sia un gioco a somma zero questo. Potrei essere d'accordo che se il mercato del lavoro e' troppo ingessato si fa fatica a discriminare la produttivita' dei lavoratori. Ma qui parte la vostra ipotesi

Supponiamo (l’ipotesi è ragionevole) che le decisioni di assunzione e di licenziamento siano dovute a un calcolo di produttività.

 

Questa ipotesi sarebbe innocua se pensassi che gli imprenditori italiani si muovano secondo  questo meccanismo, ma non sono così sicuro. Come fanno a resistere sul mercato? Beh, semplicemente perché nonostante la concorrenza sul mercato internazionale all'interno una massa di imprese di bassa qualità resistono in forza di posizioni di vantaggio rilevanti.

qui cerchi di smentire un fatto, cioè la bassa produttività Italiana, con l'ipotesi, cioè l'incompetenza degli imprenditori.
La produttività scarsa italiana è dimostrata, mentre l'incompetenza imprenditoriale NO
d'altronnde se un imprenditore è incompetente il mercato lo fa fallire.
Però non si spiega come molti imprenditori decidano di delocalizzare anche in paesi come ls Svizzera e le imprese riescano a sopravvivere.
La bassa produttività è dovuta a vari fattori.
La poca libertà contrattuale e le protezioni (i privilegi) di una cerchia di dipendenti sono una causa fondamentale
Non serve a nulla pretendere la protezione se poi ciò porta ad una massiccia delocalizzazione

E chi vuole smentire nulla. La bassa produttività é certa. Qui si discute sulle possibili cause della bassa produttività, e fra le tante ne stavamo discutendo due in particolare. Ovvero se relativamente  possa contare di più una frizione sul mercato del lavoro di un particolare tipo (art 18) o altre imperfezioni sul "mercato delle imprese" (vedi altri post per vedere cosa intendo con questa espressione). Ora dovresti tu dimostrarmi che le imperfezioni del mercato del lavoro sono quelle che CAUSANO la bassa produttività e in piú che sono quelle relativamente più importanti rispetto all'altra menzionata. E mi pare che ancora sono pochissime le evidenze empiriche tra effetti di possibili riforme su art 18 oppure su meccanismi che incentivino gli imprenditori a migliorare le loro capacità (skills). Per quanto riguarda delocalizzazione-Svizzera; hai mai sentito di una cosa tipo self-selection? Sarei proprio curioso di sapere di che tipo d'imprenditore parliamo? E leggiti i post prima di partire a razzo.

ok la classe imprenditoriale italiana è un cesso, nel concreto cosa proponi? campi di formazione con la scritta all'ingresso "la conoscenza rende liberi"? te l'hanno ripetuto in tutte le salse, un imprenditore incapace alla lunga fallisce: è uno di quei casi in cui il mercato tende a fare bene da sé senza bisogno dell'intervento del regolatore. peraltro non ti seguo, se sei assolutamente convinto della scadente qualità della classe imprenditoriale italiana dovresti fare i salti di gioia, perché il mercato italiano sarebbe pieno di opportunità per fare impresa e quindi soldi!

x cajamarca

enrico 28/2/2012 - 21:54

è presto detto.
Sia che un'impresa sia soggetta o meno all'articolo 18 (nella gran parte dei casi) non può licenziare un dipendente per assumerne un altro più produttivo.
è considerato comportamento anti sindacale.
Poi se a questo aggiungi l'alta pressione fiscale, la burocrazia elefantica, la corruzione, gli studi di settore e il gioco è fatto.
Se fosse solo un problema di "selezione della classe imprenditoriale" allora non delocalizzerebbero, poichè fallirebbero in qualsiasi paese

Contratti

Andrea Grenti 28/2/2012 - 20:16

Esistono i contratti nazionali, in pochissimi casi vi è la contrattazione aziendale.
Le varie forme contrattuali devono comunque rientrare nelle condizioni del contratto collettivo dipendente la categoria di lavoro, inoltre anche se vi fosse libertà contrattuale tra precari resta il problema dei lavoratori già assunti a tempo indeterminato che non possono essere toccati in alcun modo, e quindi vengono danneggiati inevitabilmente i primi e in generale il mercato del lavoro.

Quindi, Giulio, siccome nella RI c'è stè difetto di voler contrattare il miglioramento delle condizioni di lavoro (ecc. ecc.) che ha prodotto un centinaio di Contratti Collettivi Nazionali e almeno una decina di migliaia di accordi decentrati e aziendali) ma che naturalmente incidono pochissimo sulla stragrande maggioranza delle micro imprese (per motivi che ho spiegato alle 17,96 del 27/02) il problema sarebbe fare contrattazione decentrata...

Visto che stiamo parlando di datori di lavoro (artigiani e commercio: almeno una milionata e mezzo) che sono nella top ten dell'evasione fiscale riuscendo nel miracolo di pagare stipendi ai dipendenti maggiori dei profitti realizzati e messi a bilancio per il fisco e che dell'art. 18 se ne fottono allegramente, cosa ci azzeccano con il post, la sua analisi di fondo e le possibilità di agire sugli effetti negativi della protezione del posto di lavoro in presenza di contrattazione collettiva?

Dice: ma no, ci si riferisce alle grandi imprese dove ci sarebbe il combinato disposto di vincoli (art.18) e tabelle contrattauli da rispettare.  Eròre, come dicono a Roma, neppure lì c'è il problema: oltre agli accordi FIAT di Marchionne/CISL e UIL ce ne sono almeno un centinaio in giro per l'Italia che derogano, ampliano, svincolano (dal 18, e da tanti altri articoli)  senza bisogno di nessuna manovra normativa.  La questione è Altra: l'area dei precari (co.co.co, finte IVA e una parte di interinali) oggi sono solo uno strumento in più per gestire la giungla del lavoro italica, con tanti imprenditori semianalfabeti che campano con sotterfugi ed evasione e tanti altri che tirano la carretta (con i loro dipendenti) per tutti; con differenziali organizzativi, culturali, economici fra nord e sud paurosi e "compensati" solo falsi ammortizzatori sociali (PI parassitario e lavoro in nero a dimensioni ciclopiche).

Tutto ciò non è solo "una situazione complicata" è un terreno in cui le elaborazioni teoriche "a prescindere" non funzionano e servono solo se le si collega ad altri piani: cosa rende in RU sopportabile  1.700.000 piccoli imprenditori senza avere gli effetti devastanti (ma anche di produzione di PIL...) italiani? E' forse  il modello di relazioni industriali delle Trade Union e il diritto di sciopero "all'inglese" ad aiutare? Possibile che le forme e le tradizioni dell'associazionismo imprenditoriale della RI non c'entri nulla? 

grazie Giulio di aver introdotto il tema.

penso che meriterebbe un approfondimento a parte in un apposito testo

Sentivo ieri nella diretta dal Senato che la contrattazione decentrata è una realtà in Svezia, Germania e non ricordo dove. In Italia mi pare che l'anno scorso sia stato firmato un accordo, anche da CGIL, ma non so se contempla salari legati alla produttività locale. Ma come fare poi nel pubblico, dove Valore Aggiunto e produttività sono difficilmente calcolabili?

 

Per quanto riguarda questo settore, secondo me sarebbe sufficiente stipendiare i dipendenti pubblici in base alla produttività del territorio dove risiedono. E così anche gli amministratori locali e la classe politica in generale. Oppure dare un massimo di stipendio medio a tutti i lavoratori, e in base alla produttività del territorio aggiungere una percentuale in più. Se il territorio produce di meno, la percentuale sarà più bassa rispetto ad altre zone.