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Protezione dell’occupazione: cosa sappiamo e cosa no. Parte 1: teoria

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Certamente il sistema duale ne ha ri-proletarizzati parecchi ma, mentre sulla bassa efficienza del sistema per gli insiders e la loro relativamente scarsa produttività, il cambiamento potrebbe risultare opportuno (anche se un po' doloroso socialmente), non mi pare altrettanto convincente la prospettiva per gli attuali "precari".

Una parte importante dei non tutelati non coincide con co.co.co, finte partite IVA o interinali "di infima categoria" impiegati nel commercio/turismo/agricoltura e quasi completamente composti da immigrati ma che opera nelle micro aziende artigiane.

Quindi sono sotto i 15 dip., scoperti per l'art.18 e per la CIG ( a parte la cassa in deroga - eccezione - di adesso)  e hanno da sempre due caratteristiche:

a) il salario reale è mediamente più alto del nominale (contrattuale, che invece è addirittura inferiore allo standard CCNL industria) al centro nord, con sforamenti notevoli da parte degli "specializzati/esperti" che si contrattano la fidelizzazione a suon di euro/mese (o cambiano azienda e padroncino);

b) in tutto il centro sud sono invece (quando va bene e si parla di assunzioni reali..) in linea con gli standard salariali inferiori e con un tasso di licenziamento/assunzione elevatissimo (ragazzi per il metalmeccanico e giovani donne per il tessile "da cantina" che lavora per le aziende medie del nord).

Nella descrizione della teoria che fanno Bisin e Zanella mi pare che queste fattispecie non rientrino: le prime perchè in realtà sono già oggi "tutelate" da una contrattazione individuale col DL e da posizioni professionali di forza che tagliano fuori completamente sia i sindacati che le associazioni datoriali;  le seconde perchè sono fuori dal circuito del mercato del lavoro ufficiale: non se ne occupa ne MENPOWER ne l'ufficio provinciale del lavoro, si agisce nella rete informale del parroco, dell'amico e spesso con (almeno) un primo periodo in nero.

Credo che qualunque proposta di protezione e stimolo al mercato del lavoro in Italia, non possa evitare di fare i conti con queste realtà e con la loro necessaria trasformazione (verso quale assetto produttivio? con quali risorse e cultura imprenditoriale, ecc.).