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Protezione dell’occupazione: cosa sappiamo e cosa no. Parte 1: teoria

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Va bene, molto interessante, ma possible che in queste analisi (mi riferisco al sistema non-duale) non trovi mai posto la considerazione degli effetti della ri-proletarizzazione dei lavoratori dipendenti? Pensare che le imprese funzionino solo come “organismi economici” è illusorio, sono prima di tutto “organismi sociali” dove le decisioni riflettono i bias culturali e sociali individuali. Trasformando il lavoratore subordinato da individuo “collaboratore”, con cui viene stipulato un patto di fiducia anche umana, in commodity, si attua una tale trasformazione strutturale da rischiare di scardinare qualunque modello previsionale... non dimentichiamo che il fine dell’economia, non come oggetto di studio ma come oggetto di pratica, è il benessere degli individui, chissenefrega di massimizzare l’efficienza di un processo se il risultato è alternativamente un ritorno alla suddivisione della società in aristocratici e popolari ovvero (come è più probabile) un ritorno ad una bella stagione di violenza? Per cui ben venga la rimozione del dualismo, ben venga la rimozione di eccessi assurdi come l’obbligo di reintegro dei ladri, ma che il licenziamento debba rimanere un costo è socialmente consigliabile.

 

non trovi mai posto la considerazione degli effetti della ri-proletarizzazione dei lavoratori dipendenti?

E della considerazione che in un sistema duale avete già ri-proletarizzato (qualsiasi cosa tu intenda) milioni di lavoratori dipendenti che ne facciamo?

x A.R.

chemist 27/2/2012 - 16:18

“Avete”? Io non ho fatto nulla… comunque affinché sia chiaro io sono per l’adozione la più diffusa possible di un contratto unico a tempo indeterminato con possibilità di licenziamento senza giusta causa previo indennizzo (però cospicuo con numero di mensilità proporzionato all’anzianità di servizio, tipo 2 mensilità/anno servizio fino ad un massimo di 40 mensilità) mentre limiterei il diritto al reintegro ai casi di evidente discriminazione, mobbing ecc...

Certamente il sistema duale ne ha ri-proletarizzati parecchi ma, mentre sulla bassa efficienza del sistema per gli insiders e la loro relativamente scarsa produttività, il cambiamento potrebbe risultare opportuno (anche se un po' doloroso socialmente), non mi pare altrettanto convincente la prospettiva per gli attuali "precari".

Una parte importante dei non tutelati non coincide con co.co.co, finte partite IVA o interinali "di infima categoria" impiegati nel commercio/turismo/agricoltura e quasi completamente composti da immigrati ma che opera nelle micro aziende artigiane.

Quindi sono sotto i 15 dip., scoperti per l'art.18 e per la CIG ( a parte la cassa in deroga - eccezione - di adesso)  e hanno da sempre due caratteristiche:

a) il salario reale è mediamente più alto del nominale (contrattuale, che invece è addirittura inferiore allo standard CCNL industria) al centro nord, con sforamenti notevoli da parte degli "specializzati/esperti" che si contrattano la fidelizzazione a suon di euro/mese (o cambiano azienda e padroncino);

b) in tutto il centro sud sono invece (quando va bene e si parla di assunzioni reali..) in linea con gli standard salariali inferiori e con un tasso di licenziamento/assunzione elevatissimo (ragazzi per il metalmeccanico e giovani donne per il tessile "da cantina" che lavora per le aziende medie del nord).

Nella descrizione della teoria che fanno Bisin e Zanella mi pare che queste fattispecie non rientrino: le prime perchè in realtà sono già oggi "tutelate" da una contrattazione individuale col DL e da posizioni professionali di forza che tagliano fuori completamente sia i sindacati che le associazioni datoriali;  le seconde perchè sono fuori dal circuito del mercato del lavoro ufficiale: non se ne occupa ne MENPOWER ne l'ufficio provinciale del lavoro, si agisce nella rete informale del parroco, dell'amico e spesso con (almeno) un primo periodo in nero.

Credo che qualunque proposta di protezione e stimolo al mercato del lavoro in Italia, non possa evitare di fare i conti con queste realtà e con la loro necessaria trasformazione (verso quale assetto produttivio? con quali risorse e cultura imprenditoriale, ecc.).

please

giulio zanella 27/2/2012 - 23:43

chemist, please...

Abbiamo fare uno sforzo analitico per riassumere in modo accessibile una letteratura vasta. Credo che questo post meriti una discussione migliore. La nostra analisi puo' non piacere, ma allora bisogna contribuire con altre analisi, non brandire a caso parole come "proletarizzazione", "lavoratore commodity", "aristocratici e proletari", e "stagione di violenza". Per le amene discussioni su tutto questo c'e' il bar li' sotto.

"aristocratici e popolari" veramente.. il riferimento era al conflitto insanabile dell'antica Roma, che portò gradualmente al fallimento della repubblica ed all'instaurazione del principato. Un fallimento su cui penso che ancora oggi valga la pena di riflettere... in fondo si tratta di un vecchio esperimento di globalizzazione, nel quale lo sconvolgimento degli equilibri sociali ed economici ha reso "impossibile" la prosecuzione della democrazia. Nulla a che fare col presente? Può darsi...
Per venire alla proletarizzazione ed al lavoratore commodity, mi pare un tantinello difficile negare che la globalizzazione abbia ridotto drasticamente il valore di molte forme di lavoro (tutte quelle che sono trasparenti rispetto alla localizzazione geografica). Al momento la situazione non è drammatica, ma potenzialmente pericolosa sì: siamo in una condizione di forte squilibrio, con miliardi di indiani cinesi ecc... che producono molto e costano poco, e forse un miliardo di occidentali che consumano molto e non possono più essere abbastanza competitivi per produrre e quindi si indebitano o si mangiano la ricchezza accumulata... visione banale e semplicistica? mah... Quanto alla violenza, non la invoco, la temo, e mi concederai che sarebbe una novità assoluta della storia, se riuscissimo ad attraversare la crisi attuale evitandola (dalla rivoluzione francese a quella bolscevica a quelle nazifasciste... erano tutte inevitabili e necessarie? no, ma sono avvenute all the same... ah ma adesso gli esseri umani sono cambiati, dimenticavo...)
OK, sento che fanno il 3x2 della tequila al bar di sotto, devo scappare.
E certo, non è una analisi scientifica, dopotutto io faccio il chimico, non l'economista.

chemist, non volevo mandarti al bar :-) solo invitarti  a una discussione meno vaga. Cosi' va gia' meglio, grazie.

Vengo al merito delle questioni che hai chiarito.

 il riferimento era al conflitto insanabile dell'antica Roma, che portò gradualmente al fallimento della repubblica ed all'instaurazione del principato. Un fallimento su cui penso che ancora oggi valga la pena di riflettere

Certo, ma di cose cosi' e' piena la storia anche recente, no? La differenza rispetto ad allora e agli 30 del 1900 in Italia, per dire, e' che abbiamo istituzioni democratiche (nazionali e sovranazionali) molto piu' forti. Questo non e' sufficiente a prevenire quello a cui ti riferisci, ma e' certamente necessario.

Per venire alla proletarizzazione ed al lavoratore commodity, mi pare un tantinello difficile negare che la globalizzazione abbia ridotto drasticamente il valore di molte forme di lavoro 

Per chi e dove? Prova a chiedere a cinesi e indiani di quanto e' aumentato il valore del loro lavoro (in qualunque  forma) dal 1990 a oggi. Ci fanno concorrenza? Cosi' va il mondo, anche noi facevamo concorrenza (con enorme successo) agli inglesi, agli americani, ai francesi e tanti altri fino al 1970. E che oggi che siamo diventati ricchi vogliamo far rimanere li' fermi a morire di fame 1/3 della popolazione mondiale?

hangover

chemist 28/2/2012 - 13:11

Scrivo dal tavolino del bar, cercando di gestire un terribile hangover...:-)
Non credo che, se la situazione dovesse deteriorarsi seriamente in Europa, il fenomeno comincerebbe proprio dall’Italia, piuttosto da paesi come Ungheria o Grecia... poi si sa, il cattivo esempio è contagioso.
Quanto al secondo punto sono totalmente d’accordo: il valore di molte forme di lavoro si è ridotto localmente, cioè nei paesi ricchi. Il punto, secondo me, è gestire la transizione da una prosperità riservata solo ad alcune aree geografiche (es. tipico -Europa occidentale) ad una prosperità molto più diffusa (es. tipico Cina) senza passare attraverso livelli socialmente inaccettabili e comunque esplosivi di umiliazione delle classi più o meno direttamente esposte, che in prima approssimazione sono i lavoratori dipendenti dell’industria, ma in seconda approssimazione è un po` tutta la società perché su per li rami l’impoverimento di una parte si trasmette inevitabilmente a tutto il rimanente.
Più flessibilità per essere più competitivi? Va bene, ma primo non mi farei illusioni sull’entità dei benefici ottenibili (basta considerare che paesi più flessibili come gli USA non hanno mostrato tutta questa attitudine a compensare a livello industriale gli svantaggi con l’Asia) ed inoltre tirando troppo questa leva si rischia di rompere la macchina, ossia fuor di metafora di rompere la famosa “coesione sociale”.
That’s my view, anyway.

per definizione la globalizzazione porta benefici. Se un altro paese produce qualcosa in maniera più competitiva le soluzioni sono 1) abbassare il proprio salario 2) cambiare il tipo di produzione logicamente non puoi competere con i cinesi producendo magliette di cotone tutti i dubbi sulla globalizzazione sono un semplice spauracchio per chi non sa (o non vuole) adattarsi alle nuove condizioni

x enrico

chemist 28/2/2012 - 17:44

Lavorando per una multinazionale che opera in settori a tecnologia avanzata con sedi operative in tutti i continenti e sede legale a Singapore direi di non potermi considerare così sprovveduto su cosa significhi competere nel mondo globalizzato.
Ma posso sempre imparare.

x chemist

enrico 28/2/2012 - 17:51

perfetto.
allora non c'è alcun conflitto sociale insanabile.
Da sempre i lavori meno produttivi sono stati abbandonati.
Difendere posti di lavoro improduttivi non può che peggiorare la situazione.
Ogni obiezione a tale inevitabile processo è pura ideologia