Titolo

Protezione dell'occupazione: alcuni effetti economici e un'idea per riformare

4 commenti (espandi tutti)

E' vero che in teoria esistono 46 tipi di contratto in Italia ma le imprese ne utilizzano in pratica solo 4: il tempo indeterminato, il dipendente a tempo determinato, il cococo a progetto e  la finta partita IVA. Di modi per aggirare il tempo indeterminato ne esistono infiniti, potenzialemnte anche la nuova norma di Monti che permette di aprire agli under 35 una società con 1 euro. Il problema è che finchè il costo del licenziamento per un contratto indeterminato è così più alto, l'impresa ha sempre un vantaggio a fare questi contratti. E se metti un limite ad uno (per esempio divieto di rinnovo di contratti determinati o progetti per i cococo) le imprese passano ad altro tipo di contratto temporaneo o finta partita IVA come nei vasi comunicanti. Non basta neanche uguagliare aliquote contributive (che già è difficile per come protestano i veri lavoratori autonomi) per annullare i vantaggi di un qualunque contratto temporaneo finchè il costo di licenziamento rimane così alto per il tempo indeterminato. Per il resto però il contratto indeterinato conviene all'impresa che non deve trovare trucchi per assumere a tempo deterinato e non rischia che il lavoratore a tempo determinato vada dal giudice.

L'idea è quindi di rendere il costo del licenziamento più certo e quindi minore per l'impresa, nell'assunzione che la maggior parte dei lavoratori accetterebbe l'indennità subito e solo quelli che pensano di essere stati discriminati si arrischiano in un lungo contenzioso. Se si riuscisse anche a sostituire la reintegra (anche se in equilibrio il lavoratore ne ususfruisce raramente) sarebbe ancor meglio, ma politicamente mi pare difficile e poi bisognerebbe compensarla in denaro, a quel punto il costo dell'indennità di licenziamento per alcune imprese  sarebbe troppo alto. In questo caso si potrebbe pensare che, per agevolare questa scelta, lo Stato (o le regioni oggi per competenza) si accolino le spese di riqualificazione del lavoratore. La regione Lombardia aveva pensato una cosa simile, ma se l'è rimangiata.

 

lo Stato (o le regioni oggi per competenza) si accolino le spese di riqualificazione del lavoratore

Chiedo scusa ma, abbiamo una qualche idea di come funge il cosiddetto sistema formativo al quale si appoggiano Regioni come la Lombardia...?

A parte le solite mega aziende/gruppi in cui il problema non si pone chè ci pensano da sole e con i soldi "zerotrenta" (dei loro lavoratori) e qualche rara struttura di formazione professionale seria (di vecchia tradizione e legata, non a caso, all'ingresso in quei grandi gruppi), tutto il resto è meglio non toccarlo.

Dai corsi per estetiste  e parrucchieri per i disoccupati a quelli  "antistress" per quelli in mobilità. Il tutto per foraggiare (tutti tengono famiglia) qualche migliaio di persone del circuito della formazione.

Non a caso, in tutte le opzioni di modifica dell'impianto Mercato del Lavoro si scommette sulla leva della formazione per sostenere gli esodati, i licenziati, i licenziabili, gli apprendisti in entrata, ecc. ma nessuno spiega chi e come dovrebbe fungere visto che non c'è repertorio nazionale delle professioni in comune,  che esistono 150 CCNL con inquadramenti/declaratorie/profili diversi (e che rinviano alla contrattazione aziendale).

Oggi, nel Belpaese nessuno (oltre allo stesso datore di lavoro) può certificare un percorso formativo professionale e gli unici abilitati a scrivere di professionalità e inquadramento sono le parti sociali nei CCNL. In ogni Regione invece si inventano repertori, curricula formativi o "modelli di apprendimento" per i contenuti trasversali. Robe che se provi a spiegarlo ad un francese, un inglese, ecc. c'è da ridere.

 

Nel costo del lavoro t.i. vs t.d. la differente contribuzione pesa per il 14% ma ad essa si aggiungono:

accantonamenti tfr : 8%

tredicesima: 8,3%

ferie pagate : 8,3%

malattia pagata: 2%

per un totale di circa il 45%

 

Non ho invece ancora capito quanto pesi la "difficoltà di licenziamento" distribuita su tutti gli occupati. Si sa che i ricorsi per articolo 18 sono circa 6000 anno non si sa quanti licenziamenti individuali siano risolti in via amichevole. Poichè  i lavoratori coperti da articolo 18   sono circa 7,8 milioni, ipotizzando una indennità pari a due anni di stipendio (una esagerazione), perchè il costo dei licenziamenti individuali incida del 10'% sul costo totale del lavoro il numero dei licenziamenti indennizzati  dovrebbe essere oltre 660 mila.(8,5%)

( con M costo annuo, M/1,7 , numero licenziati indennizzati ---> n*M*2/1,7 =  7,8*M*0,1)

Mi sembrano tanti (ci sono anche i collettivi) e ciò nonostante incidono meno di un quarto della differenza di costo t.i. / t.d..  Considerando un'impresa di 16 addetti il costo di un licenziamento indennizzato senza causa / anno  inciderebbe sul costo totale del lavoro per il 7,35% e anche con causa,che durasse 5 anni e in cui il d.d.l. soccombesse, l'incidenza  sul costo totale del lavoro sarebbe minore del 23%.

Mi sembra pertanto che il lavoro a t.d. sia preferito a quello a t.i. non tanto per i costi dei licenziamenti quanto per il suo costo per il d.d.l a parità di netto mensile al lavoratore.

 

L'idea è quindi di rendere il costo del licenziamento più certo e quindi minore per l'impresa, 

Condivido buona parte della vostra analisi, è ben scritta e vale la lettura, ma purtroppo, come già osservato, non ne condivido le conclusioni, perché le trovo troppo blande e conservative.

Quel genere di soluzioni potevano, non dico andare bene, ma almeno aiutare a mitigare la decadenza del sistema paese 20-25 anni fa, ma oggi non sono chiaramente sufficienti nemmeno per quello.

Nel mondo reale, per competere globalmente con successo, bisogna giocare in maniera offensiva e rimanere sempre e costantemente all'avanguardia. Una soluzione che vi faccia distaccare, o vi faccia superare, meno rapidamente, avrebbe potuto aiutare almeno 1 generazione se adottata un quarto di secolo fa, ma oggi non vedo che tipo di vantaggi potrebbe portare.

Vere e profonde riforme strutturali sono necessarie ed oramai improrogabili.