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L'angolo della posta. Si possono criticare le vacche sacre?

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In particolare, quale distorsione degli incentivi introduce la schiavitù? A me viene in mente solo il fatto che rende molto più rigidi i costi della forza lavoro: non puoi licenziare gli schiavi, li puoi vendere, ma è come se alienassi una parte del capitale. 

Se non erro l'argomentazione (che si trova già in Adam Smith) è che lo schiavo non ha alcun interesse a lavorare, se non quel tanto che basta per giustificare il mantenimento: è per questo che deve essere costretto con la forza.  È anche vero che lo schiavo in un certo senso è sfruttato, nel senso che in quanto tale né lui né i suoi discendenti avevano diritto al valore di mercato delle loro prestazioni lavorative; però questo vantaggio è incamerato da chi riduce la persona in schiavitù.  Il tipico proprietario di piantagione gli schiavi deve acquistarli sul mercato, pagando un costo in termini di capitale.  In definitiva, è un'istituzione che di fatto ha senso solo perché nella stragrande maggioranza dei casi si schiavizzano le persone in modo involontario (se non erro gli schiavi africani formalmente divenivano tali perché prigionieri di guerra).  E questo dimostra anche perché l'argomento che la schiavitù derivava da contratti volontari fosse alquanto pretestuoso.

Smith argomenta anche che la schiavitù non solo favorisce la tendenza di alcuni ad opprimere i propri sottoposti, ma in generale è strettamente legata all'idea arcaica secondo cui alcuni individui sono "superiori" ad altri in termini di classe sociale, ed essere costretti a negoziare contrattualmente con una persona di rango inferiore è una mortificazione dell'onore (la letteratura classica ad esempio non manca di considerazioni di questo genere).  Questo, se da un lato contribuisce a spiegare l'ampio uso della schiavitù in molte società, non la rende di certo giustificabile dal punto di vista etico.

A proposito dei "paradossi" della società liberal-democratica schiavista, esistono delle lezioni di Smith sui principi del diritto in cui si afferma che nelle società più ricche, democratiche e che rispettano il principio di legalità (in cui il voto è riservato ai liberi cittadini, la ricchezza aumenta la distanza sociale tra liberi e servi, e le istituzioni tendono a consolidarsi) gli schiavi vivono in condizioni peggiori e hanno meno prospettive di essere emancipati.  L'unica speranza risiede negli elementi di arbitrarietà ed autorità del processo politico.  Questo, per Smith, rende moralmente preferibile una società povera e illiberale in cui la schiavitù potrà essere mitigata, rispetto a una più sviluppata che in prospettiva tratterà in modo disumano gran parte della sua popolazione.

Il prigioniero di guerra, nelle società antiche, era spesso trattenuto come schiavo. Ma la tratta degli africani destinati alle Americhe sembra fosse alimentata soprattutto da razzie compiute per conto di mercanti arabi che poi li vendevano agli schiavisti occidentali.

Re: Prigionieri

tizioc 22/2/2012 - 01:47

La mia espressione in effetti è un po' troppo stringata, ma io intendevo riferirmi unicamente al modo in cui questa veniva formalmente interpretata da parte delle società europee.  John Locke tira in ballo esplicitamente questa giustificazione nei suoi "Due trattati sul governo" scritti alla fine del XVII secolo.  Se ho tempo posto questa e altre fonti.

Nel caso specifico della tratta degli schiavi africani, peraltro, sembra che in molti casi le razzie (incoraggiate com'è ovvio dal sempre maggiore sviluppo della tratta stessa) apparivano almeno superficialmente come guerre tra le popolazioni di quei luoghi:  non ci fu soluzione di continuità tra la cessione dei prigionieri dovuti a guerre vere e proprie, e l'intraprendere conflitti e spedizioni motivate sempre più esplicitamente dalla richiesta di nuovi schavi.  C'è chi argomenta che questo sia stato anzi un fattore di disgregazione etnica non indifferente, con effetti deleteri anche sul successivo sviluppo economico.