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L'angolo della posta. Si possono criticare le vacche sacre?

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OT: pure io per cominciare a scrivere devo disattivare l'HTML editor (browser Chrome)

Infatti io avevo sentito nominare Time on the Cross  proprio da Placido (che era uno spiritosissimo critico televisivo con un background di americanistica e che aveva fatto una particina nel primo film di Moretti, non un torvo zdanovista) e il punto era, secondo lui proprio, se me lo ricordo bene: " non è importante che lo schiavo prendesse solo una frustata all'anno, ma che fosse in una situazione in cui qualcuno poteva frustarlo a suo piacimento".

Comunque, considerazioni simili sul fatto che gli schiavi non venissero maltrattati le aveva già trovate nella  Storia della guerra civile americana di Luraghi. E mi sembra, scusa, che "interpreti il non detto". Mai detto o pensato che Fogel fosse razzista.

Invece a me interessa molto di più questo ragionamento

Per un economista una istituzione e' "buona"  (la schiavitu' e' una istituzione) se induce allocazioni e comportamenti efficienti, ossia se genera gli obiettivi adeguati. La schiavitu', platealmente, non lo fa perche' distorce gli incentivi. 

ma, dati una serie di vincoli tecnologici, demografici ecc.,  la schiavitù nel Sud era "efficiente". Non solo per i motivi elencati da G. Federico, ma perché si svolgeva in un contesto di mercato, e di mercato competitivo (degli schiavi, del cotone, del credito per i piantatori, di tutte le altre merci necessarie, ecc.), per quello che ne so. Anzi, il Sud era culturalmente liberista, si opponeva alle tariffe protettive per l'industria del Nord e agli interventi federali sulle infrastrutture (da qualche parte avevo letto una definizione dell'economia del Sud come "King Cotton and Adam Smith"). E ancora più paradossale, la schiavitù era stata resa più conveniente  dall'innovazione tecnologica che aveva aumentato la richiesta di cotone , dal cotton gin al filatoio e al telaio meccanici, e addirittura dal miglioramento dei redditi della classe operaia e della classe media che potevano permettersi i tessuti di cotone, meno cari di lana e lino. Un paradosso storico: il mercato e il capitalismo che rinforzano una istituzione apparentemente arcaica e ad essi opposta...


In particolare, quale distorsione degli incentivi introduce la schiavitù? A me viene in mente solo il fatto che rende molto più rigidi i costi della forza lavoro: non puoi licenziare gli schiavi, li puoi vendere, ma è come se alienassi una parte del capitale. 

Ma d'altra parte se le macchine per la raccolta non le avevano ancora inventate,  il lavoro libero bracciantile non era disponibile (piuttosto che fare il bracciante al Sud chi poteva faceva il pioniere ad Ovest) e la mezzadria o l'affitto erano meno efficienti per il discorso delle economie di scala, non vedo una grossa distorsione di incentivi.

Oppure la scelta di coltivare cotone invece di un' altra coltura? ma se c'era domanda di cotone, perché coltivare altro?


Occorre ricordarsi che nessun economista che sappia di cosa si parla dira' mai che, a priori, se l'impresa X fa profitti allora l'impresa X e' buona. Per esempio: il monopolio genera profitti, ma nessuno di noi argomenta sia buono.

ma ai profitti del monopolio corrisponde un danno per i consumatori e per i concorrenti, qui si parlava di un sistema di imprese in un mercato concorrenziale. Fuori da un giudizio morale e politico, il sistema beneficiava tutti: i proprietari delle piantagioni, gli industriali inglesi, gli stessi schiavi (che secondo Luraghi vivevano meglio dei  braccianti italiani loro contemporanei). 

In particolare, quale distorsione degli incentivi introduce la schiavitù? A me viene in mente solo il fatto che rende molto più rigidi i costi della forza lavoro: non puoi licenziare gli schiavi, li puoi vendere, ma è come se alienassi una parte del capitale. 

Se non erro l'argomentazione (che si trova già in Adam Smith) è che lo schiavo non ha alcun interesse a lavorare, se non quel tanto che basta per giustificare il mantenimento: è per questo che deve essere costretto con la forza.  È anche vero che lo schiavo in un certo senso è sfruttato, nel senso che in quanto tale né lui né i suoi discendenti avevano diritto al valore di mercato delle loro prestazioni lavorative; però questo vantaggio è incamerato da chi riduce la persona in schiavitù.  Il tipico proprietario di piantagione gli schiavi deve acquistarli sul mercato, pagando un costo in termini di capitale.  In definitiva, è un'istituzione che di fatto ha senso solo perché nella stragrande maggioranza dei casi si schiavizzano le persone in modo involontario (se non erro gli schiavi africani formalmente divenivano tali perché prigionieri di guerra).  E questo dimostra anche perché l'argomento che la schiavitù derivava da contratti volontari fosse alquanto pretestuoso.

Smith argomenta anche che la schiavitù non solo favorisce la tendenza di alcuni ad opprimere i propri sottoposti, ma in generale è strettamente legata all'idea arcaica secondo cui alcuni individui sono "superiori" ad altri in termini di classe sociale, ed essere costretti a negoziare contrattualmente con una persona di rango inferiore è una mortificazione dell'onore (la letteratura classica ad esempio non manca di considerazioni di questo genere).  Questo, se da un lato contribuisce a spiegare l'ampio uso della schiavitù in molte società, non la rende di certo giustificabile dal punto di vista etico.

A proposito dei "paradossi" della società liberal-democratica schiavista, esistono delle lezioni di Smith sui principi del diritto in cui si afferma che nelle società più ricche, democratiche e che rispettano il principio di legalità (in cui il voto è riservato ai liberi cittadini, la ricchezza aumenta la distanza sociale tra liberi e servi, e le istituzioni tendono a consolidarsi) gli schiavi vivono in condizioni peggiori e hanno meno prospettive di essere emancipati.  L'unica speranza risiede negli elementi di arbitrarietà ed autorità del processo politico.  Questo, per Smith, rende moralmente preferibile una società povera e illiberale in cui la schiavitù potrà essere mitigata, rispetto a una più sviluppata che in prospettiva tratterà in modo disumano gran parte della sua popolazione.

Il prigioniero di guerra, nelle società antiche, era spesso trattenuto come schiavo. Ma la tratta degli africani destinati alle Americhe sembra fosse alimentata soprattutto da razzie compiute per conto di mercanti arabi che poi li vendevano agli schiavisti occidentali.

Re: Prigionieri

tizioc 22/2/2012 - 01:47

La mia espressione in effetti è un po' troppo stringata, ma io intendevo riferirmi unicamente al modo in cui questa veniva formalmente interpretata da parte delle società europee.  John Locke tira in ballo esplicitamente questa giustificazione nei suoi "Due trattati sul governo" scritti alla fine del XVII secolo.  Se ho tempo posto questa e altre fonti.

Nel caso specifico della tratta degli schiavi africani, peraltro, sembra che in molti casi le razzie (incoraggiate com'è ovvio dal sempre maggiore sviluppo della tratta stessa) apparivano almeno superficialmente come guerre tra le popolazioni di quei luoghi:  non ci fu soluzione di continuità tra la cessione dei prigionieri dovuti a guerre vere e proprie, e l'intraprendere conflitti e spedizioni motivate sempre più esplicitamente dalla richiesta di nuovi schavi.  C'è chi argomenta che questo sia stato anzi un fattore di disgregazione etnica non indifferente, con effetti deleteri anche sul successivo sviluppo economico.

...quando Michele parla di incentivi distorti io penso a quelli dello schiavo: cercarsi un diverso e più redditizio lavoro quando per farlo devi nasconderti lungo le sponde del Mississippi e varcare la frontiera di notte perchè ti mandano dietro i cani, (e se ti prendono ti mettono ai ceppi) non è esattamente cosa da tutti...