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L'angolo della posta. Si possono criticare le vacche sacre?

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tizioc 18/2/2012 - 17:34

A me pare che questa discussione, pur non priva di spunti, sia viziata da una certa circolarità.  Storicamente, i concetti di "diritto inalienabile" (cioè che non può essere ceduto neanche volontariamente), "dignità umana" e quant'altro furono escogitati proprio per confutare alcune argomentazioni giusnaturalistiche in favore della schiavitù e della dittatura.   In breve, l'argomento era che tutti i casi di schiavitù possono essere fatti risalire ad una transazione in cui una persona ha volontariamente reso schiava sé stessa e la propria posterità, sia pure con l'unico fine di garantirsi la sussistenza, o di avere salva la vita come prigioniero di guerra.  Similmente, i popoli sono sudditi del loro sovrano perché avrebbero siglato un pactum subiectionis che trasferisce la sovranità individuale di ciascuno (non la delega, come nelle teorie contrattualistiche moderne) in cambio del rispetto della vita, del mantenimento dell'ordine pubblico ecc.

Gli oppositori di queste teorie argomentarono che mentre un contratto può obbligare lo stipulante a fare qualcosa, ad esempio seguire le indicazioni del datore di lavoro in cambio di un salario, non può mai trasferire la capacità decisionale della persona come si pretende di fare nei contratti di cui sopra, perché in fin dei conti la persona resta un attore che può scegliere di obbedire oppure no; quindi l'atto sarebbe innaturale e insensato.  In tal senso la libertà individuale è da considerarsi inalienabile.

Alla luce degli sviluppi successivi, mi sembra che l'argomento possa essere facilmente rivisitato in termini più moderni:  le teorie odierne dei diritti fondamentali prevedono anche una componente ridistributiva, che assicuri almeno la sussistenza, oltre alla mera sovranità individuale.  Quindi non esiste più un possibile interesse a vendersi in schiavitù.  Inoltre, il principio di Coase, che richiede di assegnare i diritti in modo da minimizzare i costi delle transazioni, fornisce un certo fondamento logico al concetto di inalienabilità: è evidente che un'ipotetica società feudale in cui tutte le decisioni spettano di diritto al sovrano ben difficilmente potrà massimizzare il benessere complessivo.  Infine, sempre per estensione dell'autonomia individuale, oggi un individuo non ha più quell'autorità sulla propria discendenza che avrebbe potuto consentirgli di renderla schiava.

Come si applicano queste considerazioni ai casi più moderni di cui lei discute sopra?  Il caso del lavoro minorile mi sembra piuttosto chiaro: il minore non è del tutto in grado di far valere i propri interessi, e anche l'interesse della famiglia nell'avere una fonte di reddito può entrare in contrasto con quello del minore (contrariamente a quanto avviene solitamente).  In questo caso la società interviene per indurre le parti a fare scelte che tutelino la persona futura del minore, ad esempio con l'istruzione.

La vendita di organi è un caso più difficile.  È vero che molte vendite di organi avvengono a condizioni sfavorevoli per il venditore, ma questo potrebbe dipendere proprio dal fatto che la pratica non è riconosciuta dalla legge.  In teoria, viste le valutazioni coinvolte, il venditore di un organo residente in un paese povero potrebbe garantirsi assistenza medica di qualità e condizioni di vita molto soddisfacenti.  Sarebbe difficile scorgere in questo caso una violazione dei diritti fondamentali della persona.  Ci sarebbero anzi tutti i presupposti per rendere lecita la cosa, se non fosse per il fatto che scelte politiche di altro tipo possono favorire lo sviluppo economico dei paesi poveri a costi umani e sociali molto inferiori.