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L'angolo della posta. Si possono criticare le vacche sacre?

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Scrive Sandro Brusco:

“Sì, in effetti sono cosciente dell'esistenza di un dibattito filosofico sull'opportunità di proibire transazioni volontarie (sottolineo, volontarie) in nome della dignità umana.”

Mi permetto di sottolineare che il dibattito è anche economico di scelte sociali (si veda ad es. il rimando al blog di Roth fatto da Marco Mariotti) e non tratta la proibizione di fare transazioni volontarie.

Ritornando al primo post, per come l’ho capito io, l’argomento moralisteggiante di Rodotà non riguarda il fatto che alcuni abbiano venduto volontariamente ecc, ma che non si possano costruire (indipendentemente dalla loro profittabilità) prodotti finanziari che in una qualche misura potrebbero ledere dei diritti delle persone. Cioè a dire ci sono dei diritti inalienabili che non possono essere oggetto di compravendita anche volontaria, sono cioè indisponibili. Resta chiaro il fatto che la mia interpretazione non è ecumenica e non voglio fare il difensore degli oppressi.

Nel merito, ed in particolare, Sandro Brusco scrive:

“… non sempre è ovvio definire la dignità umana e stabilire come proteggerla. Si pensi al commercio degli organi. Cosa è più dignitoso, impedire che una persona sana possa vendere il proprio rene o permetterlo e salvare una vita umana?”

Dico io, dipende!

Se per dignità umana si intende:

Def (dignità umana, vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Dignità ) --> Con il termine dignità, si usa riferirsi al sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, la propria onorabilità e di ritenere importante tutelarne la salvaguardia e la conservazione.

In filosofia, con il termine dignità umana si usa riferirsi al valore intrinseco e inestimabile di ogni essere umano: tutti gli uomini, senza distinzioni di età, stato di salute, sesso, razza, religione, nazionalità, ecc. meritano un rispetto incondizionato, sul quale nessuna "ragion di Stato", nessun "interesse superiore" della "", la "Razza", o la "Società", può imporsi. Ogni uomo è un fine in se stesso, possiede un valore non relativo (com’è, per esempio, un prezzo), ma intrinseco.”


(Non è il massimo, ma in questo momento non ho i mezzi e il tempo per fare di meglio. Credo che Rodotà, con tutti i distinguo che fanno sempre i giuristi, sarebbe disposto a fare sua questa definizione. Rawls penso possa starci dentro. Sen ne ha scritto in abbondanza e direi che gli potrebbe andare più o meno bene.)


Allora proverei a rispondere alla domanda di Sandro Brusco, rendendo operativa questa definizione e quindi sostenendo che:


E’ dignitoso (nell’accezione della definizione di cui sopra) che le persone NON vendano un proprio organo (o ad es. il proprio corpo come nel caso della prostituzione) per bisogno.


Posti come Brasile e India sono mete del “commercio mondiale degli organi” non perché Brasiliani e Indiani siano VOLONTARIAMENTE più altruisti o abbiamo un alto attaccamento al benessere globale dell’umanità, ma perché lì è più diffusa fame, povertà, miseria.

Nei paesi occidentali (non meglio identificati), dove quella dignità umana è supposta essere salvaguardata maggiormente, si incentiva la donazione e non il commercio degli organi,  non ne esiste cioè un mercato legale (almeno per quel poco che ne so). Nessuna persona sufficientemente dignitosa (nel senso sopra) e non bisognosa (ricca) è disposta a vendere un rene, mentre, voglio sperare, sarebbe disposta a donarlo ad un familiare in pericolo, salvando così una vita umana.


Un’estensione della “conclusione ripugnante di Parfit” vorrebbe che il lavoro minorile in molti Paesi quali Cina, India ecc. sia “cosa buona e giusta”. Mi si dice, in fondo, essi evitano che la propria famiglia possa morire di fame e generano reddito (Pil). Tuttavia, questa è una cosa che moralmente penso tutti noi troviamo riprovevole anche se - direbbe Sen - delle banali considerazioni efficientistiche vorrebbero il contrario. Ed è riprovevole nella misura in cui riteniamo che il lavoro minorile sia altamente lesivo della dignità e dei diritti del bambino come essere umano.


In poche parole, non importa il colore del gatto (cit.)…, non importa se la transazione è volontaria (il bambino per cultura, bisogno, mancanza di alternative accetta di lavorare), è un contratto che va impedito e di fatto nei paesi dove i “diritti umani” sono massimamente tutelati il lavoro minorile è illegale (almeno per quanto ne so io).


Riprendendo poi il controesempio/parallelo sull’omosessualità, mi permetto di dire, che non è un buon controfattuale. In alcuni paesi, come il nostro, l’omosessualità è ritenuta una pratica abietta non perché lesiva per sé della dignità umana, ma perché una serie di precetti religiosi decretano che sia un qualcosa contro natura, offensiva di un Essere che ci avrebbe creato per riprodurci ecc. Qui la dignità umana entra solo in maniera strumentale. Semmai, è proprio quella pari dignità dell’essere tutti con eguali diritti che è invocata a difesa della richiesta di discriminazione.


Più in generale, Sandro Brusco chiede a Stefano Rodotà: “la mia dotazione di diritti aumenta o diminuisce se mi viene proibito di rivendere la mia polizza vita?” Ora, il punto è che le opportunità non si contano come le noccioline. Non è dando un’opzione in più alle persone che si aumenta (sempre) la loro libertà di scelta. Mentre al contrario dichiarando alcuni diritti personali non commercializzabili (es. non posso vendere il mio voto),  allora “apriamo le porte al divieto di transazioni volontarie in nome di un bene supremo”, cioè a dire andiamo a limitare la libertà individuale”. Per poter controllare univocamente una simile affermazione occorrerebbe conoscere esattamente quali siano le preferenze dei soggetti interessati e quali i vincoli a cui questi sono sottoposti.


Dire che l’insieme di opzioni di scelta (a,b) è meglio in termini della libertà che fornisce dell’insieme (a) è contraddetto dal fatto che se (a) è mangiare pastasciutta e (b) è mangiare una bistecca di maiale e io sono un musulmano strettamente
osservante i precetti del Corano per me i due insiemi sono equivalenti in termini di libertà che mi offrono e mai userei la scelta (b) se non costretto dalla fame o obbligato da terzi.


Questo forse è un punto cruciale su cui molti economisti hanno già riflettuto e forse per una volta bisognerebbe tener conto delle loro riflessioni.

risp

tizioc 18/2/2012 - 17:34

A me pare che questa discussione, pur non priva di spunti, sia viziata da una certa circolarità.  Storicamente, i concetti di "diritto inalienabile" (cioè che non può essere ceduto neanche volontariamente), "dignità umana" e quant'altro furono escogitati proprio per confutare alcune argomentazioni giusnaturalistiche in favore della schiavitù e della dittatura.   In breve, l'argomento era che tutti i casi di schiavitù possono essere fatti risalire ad una transazione in cui una persona ha volontariamente reso schiava sé stessa e la propria posterità, sia pure con l'unico fine di garantirsi la sussistenza, o di avere salva la vita come prigioniero di guerra.  Similmente, i popoli sono sudditi del loro sovrano perché avrebbero siglato un pactum subiectionis che trasferisce la sovranità individuale di ciascuno (non la delega, come nelle teorie contrattualistiche moderne) in cambio del rispetto della vita, del mantenimento dell'ordine pubblico ecc.

Gli oppositori di queste teorie argomentarono che mentre un contratto può obbligare lo stipulante a fare qualcosa, ad esempio seguire le indicazioni del datore di lavoro in cambio di un salario, non può mai trasferire la capacità decisionale della persona come si pretende di fare nei contratti di cui sopra, perché in fin dei conti la persona resta un attore che può scegliere di obbedire oppure no; quindi l'atto sarebbe innaturale e insensato.  In tal senso la libertà individuale è da considerarsi inalienabile.

Alla luce degli sviluppi successivi, mi sembra che l'argomento possa essere facilmente rivisitato in termini più moderni:  le teorie odierne dei diritti fondamentali prevedono anche una componente ridistributiva, che assicuri almeno la sussistenza, oltre alla mera sovranità individuale.  Quindi non esiste più un possibile interesse a vendersi in schiavitù.  Inoltre, il principio di Coase, che richiede di assegnare i diritti in modo da minimizzare i costi delle transazioni, fornisce un certo fondamento logico al concetto di inalienabilità: è evidente che un'ipotetica società feudale in cui tutte le decisioni spettano di diritto al sovrano ben difficilmente potrà massimizzare il benessere complessivo.  Infine, sempre per estensione dell'autonomia individuale, oggi un individuo non ha più quell'autorità sulla propria discendenza che avrebbe potuto consentirgli di renderla schiava.

Come si applicano queste considerazioni ai casi più moderni di cui lei discute sopra?  Il caso del lavoro minorile mi sembra piuttosto chiaro: il minore non è del tutto in grado di far valere i propri interessi, e anche l'interesse della famiglia nell'avere una fonte di reddito può entrare in contrasto con quello del minore (contrariamente a quanto avviene solitamente).  In questo caso la società interviene per indurre le parti a fare scelte che tutelino la persona futura del minore, ad esempio con l'istruzione.

La vendita di organi è un caso più difficile.  È vero che molte vendite di organi avvengono a condizioni sfavorevoli per il venditore, ma questo potrebbe dipendere proprio dal fatto che la pratica non è riconosciuta dalla legge.  In teoria, viste le valutazioni coinvolte, il venditore di un organo residente in un paese povero potrebbe garantirsi assistenza medica di qualità e condizioni di vita molto soddisfacenti.  Sarebbe difficile scorgere in questo caso una violazione dei diritti fondamentali della persona.  Ci sarebbero anzi tutti i presupposti per rendere lecita la cosa, se non fosse per il fatto che scelte politiche di altro tipo possono favorire lo sviluppo economico dei paesi poveri a costi umani e sociali molto inferiori.