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L'angolo della posta. Si possono criticare le vacche sacre?

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Prendo lo spunto da tre affermazioni:

 1- "il problema di cosa sia "commerciabile" o meno, non è (o non è soltanto) un problema "filosofico", ma è innanzitutto un problema giuridico, e i problemi giuridici non li risolvono né i filosofi né gli economisti, ma proprio i giuristi come Rodotà, che ragionano secondo le proprie categorie" (Gianfranco Romano);

2 -" il possesso è la condizione dello scambio" (Marino Bib);

3 "che nella storia dell'umanita' sia stato commerciato di TUTTO implica che Rodota' ha torto" (Michele Boldrin).

La prima affermazione colma di orgoglio i giuristi come me, che si sentono investiti di un grande potere, ma è fuorviante. Decidere quali cose siano commerciabili e quali non lo siano non è nostro compito, lo decidono i law makers, chiunque essi siano in un determinato momento storico, mentre noi arriviamo dopo, classificando le cose secondo le nostre categorie e, se richiesti, dando veste tecnica alle scelte di quelli. Ciò significa che Rodotà, quale giurista, non decide un bel nulla: anche quando presiede una commissione ministeriale incaricata di formulare una proposta di legge delega per la riforma del diritto dei beni si limita a proporre delle scelte che il legislatore potrà fare ma anche respingere. Detto altrimenti: in tale specifica mansione, Rodotà ha presieduto alla formulazione di una proposta caratterizzata politicamente in una certa direzione, ma l'ipotetica riforma sarà opera del Parlamento, se e quando vorrà farla, e nulla esclude che sia diversa dal progetto del Nostro.

Le altre due affermazioni riportate implicano l'idea che la commerciabilità di un bene dipenda dalla sua natura. Dire che la possibilità di possedere una cosa è presupposto della sua commerciabilità implica che siano commerciabili solo "cose materiali": ma allora occorre capire quale significato attribuire a questo sintagma. Le prestazioni di lavoro, siano esse fisiche o intellettuali, sono "cose materiali" o invece "cose immateriali"? L'energia ed il  software sono cose materiali o immateriali? In effetti, sono realtà oggetto di scambio, ancorché alcune di esse non siano suscettibili di possesso, perché nella società contemporanea la loro importanza è tale da superare la tradizione giuridica che presupponeva la materialità dei beni: ed infatti i giuristi sono ancora alle prese con il problema di classificare tali scambi.

Infine: siamo sicuri che tutto sia stato oggetto di scambio? cosa diciamo dei commons? se ho ben capito, si tratta di beni materiali che sono gestiti da gruppi o comunità escludendo l'appropriazione privata e lo scambio, ma limitandone l'utilizzazione per garantirne la conservazione nel tempo. La questione attuale, mi pare, è l'estensione della categoria: finché comprende i pascoli alpini, i boschi, le risorse ittiche naturali (non quelle coltivate), se vogliamo anche il paesaggio, non mi sembra che ci siano grossi problemi. Se vogliamo includere nella categoria le produzioni intellettuali, più in generale la conoscenza, le opere d'arte, o addirittura - come propone la commissione Rodotà -  le "cose che esprimono utilità funzionali all'esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona",  allora si pongono seri problemi di policy sui quali i giuristi, come tali, ma anche gli economisti - credo - hanno poco da dire.