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L'angolo della posta. Si possono criticare le vacche sacre?

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r.

tizioc 17/2/2012 - 14:34

Il caso della servitù debitoria volontaria è indubbiamente interessante e per certi aspetti emblematico del "perché alcune transazioni volontarie potrebbero essere vietate".  Tra i motivi del divieto c'è indubbiamente il progresso del senso morale e quindi l'interesse della collettività che questa pratica non si verifichi.  Ma oggi la servitù debitoria ha anche scarso motivo di esistere, in presenza di forme di assistenza sociale e possibilità per i debitori di dichiarare il fallimento.  In questo caso quindi il divieto della servitù debitoria è poco più che simbolico, mentre il caso della vendita di contratti di assicurazione è ben più stringente.

Peraltro si possono immaginare circostanze, sia pure un po' tirate, in cui la possibilità di siglare contratti di questo tipo sarebbe effettivamente un vantaggio.  Ad esempio, prendiamo il caso di X, che è affetto da una malattia potenzialmente molto invalidante, perfettamente curabile ma a costi molto elevati.  La sanità pubblica non è disposta a pagare, perché ci sono anche altre priorità, i fondi sono limitati e così via; cercare benefattori privati è difficoltoso.   Può X firmare un contratto in cui in cambio della terapia accetta di entrare in servitù per un certo numero di anni?

Ad esempio, prendiamo il caso di X, che è affetto da una malattia potenzialmente molto invalidante, perfettamente curabile ma a costi molto elevati. La sanità pubblica non è disposta a pagare, perché ci sono anche altre priorità, i fondi sono limitati e così via; cercare benefattori privati è difficoltoso. Può X firmare un contratto in cui in cambio della terapia accetta di entrare in servitù per un certo numero di anni?

e perché? se è in grado di lavorare potrebbe chiedere un prestito garantito sul suo stipendio o reddito, e se non è in grado chi avrebbe interesse a prenderlo come servo, visto che dovrebbe pagargli il mantenimento?

r.

tizioc 17/2/2012 - 16:09

Un prestito garantito sul reddito o si avvicina di molto alla servitù debitoria (ti pago una percentuale che possiamo supporre piuttosto alta del mio stipendio, ma in tal caso tu dovresti avere voce in capitolo riguardo alle mie scelte lavorative) oppure rischia di non essere incentive compatible (in quanto posso sempre scegliere di ridurre il mio sforzo).  Quindi non si elimina il problema di fondo.

Partendo da questo ragionamento si potrebbero equiparare la schiavitu' per debiti e la cessione del quinto, che, a meno di volerci mettere a filosofeggiare, mi pare abbiano poco a fare l'una con l'altra.
Qui chiudo perche' sono parecchio fuori tema: non avendo una fonte di diritto naturale, ci si rimette alla  morale particolare del proprio popolo (su cui si costruiscono le leggi) per decidere cosa si puo' fare e cosa no. Le leggi attuali ci impediscono di rinunciare alla nostra personalita' giuridica in cambio di denaro, a prescindere dalle ragioni economiche che sono o che vogliamo trovare dietro le leggi.

risp

tizioc 18/2/2012 - 01:14

Chiarisco che il problema era stato posto da Marino_bib.  Io ho solo argomentato che quando la "cessione del quinto" riguarda ad esempio una quota ben più elevata del reddito, può essere in teoria conveniente per il debitore contrarre un obbligo fiduciario che con ogni probabilità sarebbe vietato dalla legge in quanto considerato una forma di schiavitù.  Questo non vuol dire che proibire queste pratiche sia un male, anzi: il fatto che si debba cercare col lanternino un caso come questo (del tutto teorico) è eloquente, e al giorno d'oggi rischierebbero di essere applicate in funzione esclusivamente coercitiva.

Sull'inesistenza del "diritto naturale" non sono sicuro di essere d'accordo, visto che almeno in merito di diritti umani fondamentali sembra esservi un consenso ormai molto ampio.  Esistono certamente (e sono storicamente esistiti) sistemi giuridici molto diversi dal nostro, ma anch'essi si prefiggono scopi per certi aspetti comuni, e spesso si adeguano a considerazioni di natura economica.