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Fassina, leggi Krugman

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Da banale laureato in economia e commercio non ci ho messo nulla a trovare i riferimenti empirici che di solito fa Brancaccio sul legame tra distribuzione e crescita. Sono tutti pubblicati sul Cambridge Journal of Economics:

http://cje.oxfordjournals.org/content/32/3/479.abstract?sid=55fc9aac-c3c...

http://cje.oxfordjournals.org/content/33/1/139.abstract?sid=55fc9aac-c3c...

Visto che Brusco è anche autore della strana definizione di "modello superfisso", gli consiglio di leggere questo articolo di Brancaccio pubblicato sulla Review of Political Economy, dove i coefficienti, guarda un po', sono FLESSIBILI:

http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/09538259.2010.491288

 

Da sempre sono convinto della necessità di difendere le libertà di mercato, e soprattutto il libero scambio internazionale. Se permettete, mi considero anche un liberale. Ho seguito nFA per cercare soddisfazione in un periodo in cui le mie convinzioni venivano pesantemente attaccate. Spesso leggo gli articoli e mi sento convinto e appagato. Altre volte trovo considerazioni di basso livello, come per esempio in alcuni dei commenti a questo articolo.

Devo aggiungere che, quando ho letto il confronto su quella pessima rivista che si chiama Micromega tra Boldrin e Brancaccio mi aspettavo che il primo INFILZASSE il secondo. Non è accaduto, anzi: Brancaccio rispondeva in modo accurato e convincente, mentre il demagogo sembrava l'altro. La cosa non mi è piaciuta perché Brancaccio, che rispetto, è un protezionista, e secondo me sbaglia di grosso!

Spero che la redazione capisca che gli atteggiamenti da saputelli non se li può permettere più nessuno. Spero che liberismo e liberalismo vengano difesi da questa rivista in modo più pacato e CONVINCENTE.

 

 

Sono tutti pubblicati sul Cambridge Journal of Economics

 

e questo forse spiega giá molto

Vediamo un poco se Lei è in grado di argomentare meglio il Suo commento. Sono sicuro che sarà molto divertente leggerLa.

Ermanno su non ci formaliziamo, puoi anche prendermi per pirla dandomi del tu. Guarda non é che ho ne voglia ne bisogno diargomentare meglio, basta che tu vada sulla home page del CJE e clicchi su "about the journal".

A me qualcosa dice, ma sará un problema mio.

Non ti do del pirla, alla mia età evito di dare e di ricevere certi epiteti. Dico invece, per usare un eufemismo, che considero la tua spiegazione non particolarmente convincente. Ma sarà un problema mio.  

dimmi che quello è l'articolo dove parla "dell'inversione dell'asse del tempo".... Classic!

Si, si... vedo che parla proprio di una ridicola inversione dell'asse del tempo fatta da hahn per difendere l'idea che Sraffa è un caso speciale. A quanto pare hai letto molto in fretta.... che nel gergo urban è molto, molto ''classic''. 

No, non ho letto proprio per una questione di principio. Queste guerre di religione le trovo noiose e dannose, avendo indotto generazioni di studenti a credere che l'economia fosse un lungo pippone di riflessioni protofilosofiche su cosa determina cosa. Ma è solo una opinione personale la mia.

 

Ermanno, abbiamo capito che sei stato preso dalla sindrome di Stoccolma e che sei rimasto affascinato dal nemico ;-).... Però non mi sembra il caso che ti scaldi tanto solo per qualche battuta di Boldrin. Ti ricordo che in questa intervista:

http://www.emilianobrancaccio.it/2010/07/10/liberisti-amerikani-contro-l...

anche Brancaccio va giù pesante e definisce Boldrin "una specie di morto vivente uscito da un film di Romero".

 

Vediamo di stare sul merito. E sul merito ti faccio notare che su facebook un ragazzo gli ha chiesto di commentare Krugman, e Brancaccio gli dà in parte ragione e ridimensiona i risultati dei post-keynesiani tedeschi. Leggere per credere!

 

Emiliano Brancaccio. Alcuni economisti postkeynesiani e kaleckiani come Stockhammer, Hein, Vogel ed altri (pubblicati sul CJE 2008, 2009 ecc.) hanno evidenziato l'esistenza di una correlazione non eccezionale ma tutt'altro che trascurabile tra distribuzione funzionale del reddito e crescita del Pil. La cosa non deve meravigliare: le ricerche empriche confermano l'esistenza di uno scarto rilevante tra elasticità dei consumi rispetto ai salari ed elasticità rispetto ai profitti. Inoltre la correlazione sembra crescere quanto meno aperta sia l'economia considerata, dal momento che l'impatto positivo sui consumi di un aumento della quota salari tende a prevalere sull'impatto tendenzialmente negativo sulle esportazioni nette. Ad ogni modo, personalmente ho sempre ritenuto che le analisi in termini di pura distribuzione funzionale siano alquanto limitate, nel senso che è un po' difficile discutere di nessi tra distribuzione, propensioni alla spesa e Pil senza tener conto degli effetti distributivi interni al bilancio pubblico, e alla capacità o meno dello stato di produrre "merci salario". Detto ciò, per valutare seriamente l'opinione di Krugman bisognerebbe entrare più nel merito della sua analisi teorica. Se lui affronta il problema alla luce di un modello mainstream contemporaneo, nel quale vengono ammessi effetti di breve ma vengono esclusi effetti di lungo periodo della domanda effettiva sul Pil, allora non mi sento di condividerlo. Se invece Krugman riconosce l'esistenza degli effetti di lungo periodo ma ritiene che in linea di principio sarebbe possibile creare una economia "malthusiana", nella quale i consumi di lusso trainano la crescita, allora direi che sul piano politico sarebbe un orrore ma che sul piano concettuale si può anche ragionare, al riguardo. La questione teorica sulla quale sarebbe il caso di approfondire, a mio avviso, è che se si esamina il problema adottando un modello di analisi Sraffa-Keynes, per generare crescita trainata dal lusso bisognerebbe fare in modo che le spese di lusso rientrino nelle componenti autonome della domanda. Perché se sono finanziate dai redditi si ricade nel problema della maggiore elasticità dei consumi ai salari e, più in generale, ai redditi più bassi. Sia come sia, sebbene in termini un po' diversi rispetto a Krugman, una critica a una certa "idea di sinistra della crisi" l'ho avanzata pure io, in questi mesi. Ho infatti sempre cercato di spiegare che sarebbe risibile pensare che esista una "quota salari di crescita in equilibrio di piena occupazione". I kaleckiani non debbono cadere in questo errore che, sia pure partendo da basi logiche opposte, finirebbe per risultare simmetrico alla idea fallace di un salario reale di equilibrio inteso come indice di scarsità relativa generato, per esempio, da un equilibrio di crescita stazionaria alla Solow. Chiedo scusa per la tecnicalità del linguaggio ma vado di fretta. Poi magari ci si torna, se serve (ma mi pare che abbiamo qualche altra priorità, al momento)


Quindi, Ermanno, vedi di non essere più realista del re! ;-)