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L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (I)

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Non ho dati alla mano, non sono bravo a recuperarli in due minuti, e non ho voglia di perderci dietro dei giorni (ognuno ha i suoi tempi), per cui avendo letto gli avvisi mi scuso in anticipo, spero mi vogliate perdonare quattro chiacchere da bar. 

Dal post si conclude:

Boldrin. In sostanza, il divario, per quanto piccolo in termini assoluti, era già significativo nel 1861. E le prospettive di sviluppo erano migliori nel Nord. Se non altro il capitale umano era (relativamente) più abbondante, c’era maggiore istruzione, salute, eccetera. Forse - si potrà dire ? - c'era già allora più "stato" di diritto, nel senso di un sistema amministrativo e di "legge e ordine" che funzionava più che al Sud, dove il potere locale era altamente feudale ...

Non sarà il massimo di originalità ma la sostanza è questa. Prima domanda tua:

Capitale umano: se a Napoli esistevano migliaia di artigiani, (lo scrivete voi, non io, quindi mi sento esonerato dal dimostrarlo) ovvero persone con una certa manualità ed esperienza [...] perchè non si è generato un ciclo virtuoso, per cui questi artigiani non si sono evoluti in imprenditori e/o maestranze di buon livello ? 

Sono d'accordo con te che l'istruzione c'entra relativamente poco. Il problema secondo me è che l'innovazione di sistema a quel tempo era il passare alla produzione 'industriale' (anche di dimensioni piccole), e per far questo ci volevano investimenti che spesso dovevano coinvolgere più soci. Per fare società ci vuole affidabilità e rispetto dei contratti -un buon business environment-, e questo con i Borboni non c'era (come garante dei contratti c'era la mafia, come dissi a suo tempo a Gambetta).  Credo che questo conti quanto e  forse più dell'istruzione (che comunque aiuta a crearlo). 

E il meraviglioso domandone?

[...] Nel 1861 e anni seguenti [...] il Sud era già in uno stato talmente pietoso che comunque andassero le cose niente poteva cambiare?

Una condizione sufficiente perché le cose potessero cambiare ovviamente non la so, ma ne so una necesaria, che i Piemontesi non ebbero la forza di fare (forza, non coraggio o benevolenza): il trasferimento fisico di capitale umano. Mandarono un sacco di soldati, ma non mandarono maestri e funzionari. Senza quelli il capitale umano e il "sistema amministrativo e di legge e ordine" di cui parla Michele non si potevan cambiare. E dove mancano quelli, le imprese non vanno.  

In verità, secondo me il problema rimane lo stesso oggi nel progetto federalista. Senza maestri, manager e funzionari nell'istruzione, sanità e amministrazione pubblica si manda mezzo Paese allo sbando, e questo non mi sembra un affare per nessuno.

ma non mandarono maestri e funzionari.

mah... e i famosi prefetti? d'altra parte mandare maestri e funzionari senza cambiare i meccanismi di governo locale è inutile.

Seguendo il dibattito sul Veneto ho trovato un dettaglio significativo (sempre ne Il Veneto nella storia delle regioni Einaudi): un deputato veneto (e pure conservatore) condannava, negli anni '80 del 19. secolo, in piena epidemia di pellagra, la prassi dei comuni che non rinnovavano la condotta dopo i tre anni di prova al medico condotto se questo si azzardava a sostenere che la pellagra era causata dall'alimentazione e quindi dai bassi salari. Se maestri, medici condotti ecc. erano alla mercé delle oligarchie locali (vedi tutta la letteratura socialista sulle maestre comunali apostole dell'alfabetizzazione vessate dai sindaci reazionari), hai in bel trasferire fisicamente capitale umano.

 


Salvatore, non per difendere gli indifendibili piemontesi, ma il capitale umano da fuori tipicamente genera rivolte culturali, tipo rivolte anti-colonialiste. Senza domanda interna per capitale umano mi par che offrirlo da fuori non possa essere soluzione.

Per chiarire, io non ce l'ho affatto coi Piemontesi.  L'annessione del Sud non l'avevano neanche in programma. L'ordine pubblico era un macello, e dovettero mandare soldati. Non c'erano strade, e pensarono di far ferrovie. Non avevano i mezzi per fare di più, e per giunta avevano  problemi di budget e improbabili ambizioni coloniali che portavano tasse. Per inciso, parlare di 'responsabilità dei deputati meridionali' in questo contesto è fuorviante: semplicemente non c'erano idee migliori in giro. Fu per primo Pareto non prima del 1890, dal suo esilio in Svizzera, a tuonare (lo stile era molto alla Boldrin) che la smettessero con ferrovie e missioni in Africa e cominciassero a educare il popolo ignorante. 

Sul fatto che 

il capitale umano da fuori tipicamente genera rivolte culturali, tipo rivolte anti-colonialiste

ho qualche dubbio, specialmente quando si parla di personale che migliora servizi essenziali alla popolazione, da salute e istruzione a uffici pubblici che si possano definire tali. 

Salvatore io personalmente ho re-imparato la lezione (che mi ero auto-impartito) lasciar stare sui motivi storici della diseguaglianza Nord-Sud.

Non sono d'accordo gli storici, come possiamo arrivarci noi ? Ritorno all'unica cosa misurabile e certa: esiste.

E' colpa dei piemontesi, di Crispi, di Cavour, dei meridionali che sono genericamente inferiori, o culturalmente inadatti, o disadattati, o hanno elites di merda (quello continua ancora oggi), o quello che ognuno preferisce e/o argomenta, con maggiore o minore capacità, con più o meno dati, con più o meno interpretazioni logiche mi sembra tempo perso, perchè non ho la capacità di stabilire una gerarchia fra le varie voci.

Ritorno al mio modo di vedere: as is.

ma l'età comunale finisce intorno al Quattrocento, poi nascono gli stati territoriali e le signorie che liquidano la dialettica delle istituzioni comunali da cui dipendevano anche le tradizioni civiche, come fanno a sopravvivere sotto traccia per quattro secoli?

Ma come fai a ritenere che lo spirito civico non possa sopravvivere sottotraccia per quattro secoli, se qui succedono le stesse cose che succedevano cent'anni fa...

vedi tutta la letteratura socialista sulle maestre comunali apostole dell'alfabetizzazione vessate dai sindaci reazionari

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Rigore_Morale_e_Solidariet%C3%A0

P.s. Ho corretto. Grazie a Brusco qui sotto.

Ma come fai a ritenere che lo spirito civico non possa sopravvivere sottotraccia per quattro secoli, se qui succedono le stesse cose che succedevano cent'anni fa...

 

perché sono empirico e materialista. Le idee esistono se ci sono meccanismi e sitituzioni che le conservano e le trasmettono, e che incentivano (o no) a comportarsi in un certo modo. A parte che "spirito civico" e "capitale sociale" sono termini molto vaghi. I Comuni hanno reinventato da capo le istituzioni urbane, l'assemblea poplare, le magistrature che si occupano di urbanistica, sanità, annona (lo dice Mumford ne La città e la storia); la militanza politica, sociale e religiosa dei vari ceti crea legami, forme associative e valori... ma l'età comunale è anche una di scarsa certezza del diritto (com'era il detto "legge fiorentina dura da sera a mattina"), di scontri violenti (dai Ciompi a Romeo e Giulietta), di spirto di parte acceso. Non esattamente quello di cui si parla oggi in termine di coesione sociale.