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L'unità e la dis-unità d'Italia. Dialogo. (I)

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Molti commentatori tendono a valutare le conseguenza e l’opportunità politica e storica dell’unificazione italiana in base al tipo di risposte che si danno al quesito: quanto vaste erano le differenze economiche fra le regioni che entrarono a far parte del Regno d’Italia tra il 1860 ed il 1870? Prima di discutere se quel metodo di valutazione sia sensato

Forse faccio un salto in avanti, però questa mi sembra la questione.

Le differenze economiche e sociali tra le varie regioni erano significativamente superiori in termini quantitativi (che a un certo punto diventano qualitativi) rispetto a quelle tra le regioni di altri stati nazionali dell'epoca, o di stati che si sarebbero unificati di lì a poco, come la Germania?

Inoltre, insistere tanto sulle differenze al momento dell'unità non è una specie di modello superfisso applicato alla storia?  Mi spiego meglio: assumendo risorse mercati e tecnologie invariate nel tempo forse unire politicamente realtà economicamente molto eterogenee può essere un errore. Ma nel 1861 eravamo alla vigilia della seconda rivoluzione industriale, cambiano le tecnologie, cambiano le posizioni relative sui mercati... forse il problema del divario attuale tra Nord e Sud ha più a che fare con le politiche portate avanti nei decenni successivi piuttosto che con le condizioni di partenza.