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Il male del Nord

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Nel mio intervento cui replichi non ho affermato che la LN e' l'alternativa all'essenza fascistoide dell'Italia una, anche se tale affermazione poteva apparire come implicita.

Veriossimo. Soltanto che parole, atti, comportamenti e proposte operative presentate in patlamento, sono sovente fasciste e squadriste. Ti fari un torto esemplificando.

Fatemi premettere che io sono favorevole ad attuare una radicale riforma federe dello Stato . Credo che tale riforma sia utile almeno tre due ordini di motivi:

1) E' un buon modo (sebbene non l'unico modo) per farla concretamente finita con i trasferimenti permanenti Nord-Sud

2) E' un buon modo per aumentare la responsabilizzazione dei rappresentati politici nei confronti dei propri cittadini.

3) Un frazione considerevole della "gente del Nord" si sente molto diversa dalla "gente del Sud". Uno stato federale potrebbe permettere a tali (e legittime) differenze di esprimersi liberamente nell'organizzazione politica e della societa'. Nota bene: a me pare che anche molta gente del Sud si senta profondamente diversa dalla gente del Nord, ma che per i motivi fiscali di cui sopra molti al Sud dicano "si' vero siamo molto diversi da voi pero' con voi ci conviene restare".  Questa convenienza a mio avviso esiste per parte dei cittadini del Sud (coloro che dalla rendita fiscale del Nord guadagnano molto), ma non credo esista per molti altri. Infatti, come piu' volte si e' detto, la gestione politica di questa rendita fiscale porta con se' come un cancro il meccanismo di clientelismo politico.

Un federalismo vero sarebbe per me dunque un segno piu', non il meno peggio. Cio' detto, sempre piu' pero' mi chiedo: ma quanto davvero cambierebbero le cose col federalismo? Sto diventando progressivamente pessimista riguardo alla capacita' sia della gente del Nord che di quella del Sud di prendere in mano questa riforma delle istituzioni politiche e tramutarla in un miglioramento concreto del meccanismo e dei contenuti delle scelte politiche. Tagliati i traferimenti al Sud ("starve the beast", dove beast e' in clientelismo, non il Sud) e migliorato dunque il sistema degli incentivi, quanto il Sud riuscira' davvero a reagire con una "rivoluzione" nei suoi meccanismi di gestione civica? E il Nord, non finira' forse per usare questo taglio per comprarsi qualche caramella in piu' e dare il resto ad una nuova casta di imbecilli che si e' da solo creato?

In fondo mi sto preoccupando di capire quanto, a fronte di una cultura democratica e civica molto debole (e forse sempre piu' debole: il Nord, che sebbene sia messo meglio, mi pare tuttavia in regressione), una riforma delle istituzioni politiche possa davvero portare ad un sensibile miglioramento.

Immagino che su noise se ne sia gia' parlato, ma di sicuro mi sono perso la discussione...

Alberto. La cosa dei fascisti mi sembra molto interessante. Ma ti chiedo (io non ho conoscenze precise al riguardo): il sentimento antifascista, a cui tu accenni, di alcune aree del Nord era dovuto a cosa? Era dovuto ad un rigetto dello squadrismo, dell'idea quasi hegheliana di nazione, alla centralita' della razza, al corporativismo? O era dovuto principalmente al rigetto (proprio in zone di confine) della retorica sullo Stato italiano (dalle parti mie ancora i nonni dicevano "si stava meglio con Francesco Giuseppe"...)?

 

Infatti, come piu' volte si e' detto, la gestione politica di questa rendita fiscale porta con se' come un cancro il meccanismo di clientelismo politico.

perfetto. I soldi arrivano perchè il sud è arretrato. Con quei soldi i ras si comprano e controllano le clientele. niente più trasferimenti niente più voti controllati. per questo non hanno alcun interesse ad un reale sviluppo.

Hai perfettamente ragione, la bestia va fatta morire di fame.

 

 

 

il sentimento antifascista, a cui tu accenni, di alcune aree del Nord era dovuto a cosa?

Ci sarebbe molto da dire ma sinteticamente esistono nel centro-nord Italia (sud e Lazio necessitano di un discorso a parte) due diverse aree caratterizzate da due diverse subculture prevalenti, l'area bianca e l'area rossa (che e' anche quella del fascismo agrario di massa).

Nelle aree di subcultura bianca, per motivi storici sedimentati, c'e' un rapporto relativamente meno aspro tra elites e masse, per motivi sia economici sia probabilmente anche culturali. In queste aree la Chiesa cattolica ha svolto storicamente un ruolo di mediatore tra contadini e possidenti, e ha avuto tendenzialmente un atteggiamento pragmatico di stampo nordeuropeo ai problemi della gente, forse ereditato dai tempi di Ambrogio.  Inoltre, specie nelle zone pedemontane, il bracciantato precario era quasi inesistente e contemporaneamente era importante e spesso dominante la piccola proprieta' contadina.

Nelle aree di subcultura rossa, sempre per motivi storici sedimentati, i rapporti tra possidenti e contadini sono stati particolarmente aspri, tendenzialmente tra masse di braccianti precari e possidenti in particolare nella bassa padana, e tra possidenti e mezzadri in Toscana e nelle regioni subappenniniche. Diversamente dalle aree bianche, nelle aree rosse la Chiesa cattolica non ha svolto ruolo di mediazione ma anzi, specie salendo nelle gerarchie, si e' schierata di regola dalla parte dei possidenti.

Nelle aree bianche i problemi e le rivendicazioni successive alla prima guerra mondiale sono state gestite in maniera relativamente armonica tra possidenti e contadini, con la mediazione della Chiesa, e sostanzialmente non ci sono stati i disordini di massa del biennio rosso.  Nelle aree rosse le rivendicazioni dei contadini venivano respinte con metodi autoritari dai possidenti da un lato, con la Chiesta schierata coi possidenti, e allo stesso tempo la protesta delle masse esprimeva leader radicali in cui l'ideologia social comunista di regola prevaleva su ogni considerazione pragmatica.

Durante il biennio rosso i socialcomunisti hanno preso il potere in ampie aree specie della bassa padana (es. Bologna) espropriando i possidenti e realizzando forme di comunismo di stampo sovietico. Il fascismo agrario ha trovato supporto di massa proprio nelle aree dove i socialcomunisti avevavo prevalso o avevano comunque organizzato le proteste e le violenze nel biennio rosso per due motivi principali: 1) il fascismo si opponeva alla violenza e al regime comunista di stampo sovietivo instaurato 2) offriva una sua soluzione, piuttosto simile a quella socialcomunista, ma percepita come meno violenta e piu' armonica, ai problemi di braccianti e mezzadri, con il suo programma corporativo socialisteggiante nel quale tra le altre cose grande importanza veniva data alla stabilita' del lavoro dipendente (un accenno a questo punto specifico c'e' anche nel discorso di Mussolini agli operai Fiat che ho citato in un commento precedente).

La stabilita' dei rapporti di lavoro dipendente era questione di vita o di morte nell'Italia del tempo, specificamente nelle aree di subcultura rossa. In particolare la bassa padana era molto produttiva e i possidenti non avevano alcun bisogno di impiegare tutti i braccianti, ne' di fideizzarli al lavoro, e potevano liberarsi senza danno economico di quelli che avanzassero rivendicazioni o anche solo si collegassero in sindacato. Da questi fatti storici si puo' capire come ancora oggi, 100 anni dopo, esistono in Italia terroristi disposti anche ad assassinare chi propone qualcosa percepito come pericoloso per la stabilita' del posto di lavoro.

Quindi il fascismo agrario proponeva soluzioni richieste e urgenti ai problemi delle aree rosse, e dalle masse di queste aree ha avuto un consenso militante di massa tale da sconfigge localmente l'occupazione socialcomunista delle terre dove si era verificata, e tale da prendere possesso del territorio nelle aree dove la violenza socialcomunista c'era stata anche senza successo completo.

Nelle aree transpadane non si puo' dire che ci sia stato anti-fascismo, nel 1920-1924, semplicemente la societa' era organizzata diversamente, e la mediazione pacifica e pragmatica della Chiesa offriva soluzioni concrete e accettabili per le masse, ponendo le basi al consenso di massa dei popolari e poi della DC. In particolare nelle aree bianche non si sono affermati ne' i socialcomunisti nel biennio rosso, ne' il fascismo agrario successivamente.  L'anti-fascismo di massa si e' sviluppato in seguito, durante la seconda guerra mondiale, e la variante transpadana era quella pragmatica, cattolica, monarchica, mentre la variante rossa era quella egemomizzata dai commissari politici comunisti, pronti a sterminare anche gli altri partigiani al fine di perseguire di obiettivi di partito.

Oltre che i rapporti tra possidenti e contadini, anche la stessa struttura della proprieta' agricola (piccola proprieta' contro latifondo + braccianti precari) e la stessa morfologia del territorio (bassa padana senza confini e senza differenze, contro territori pedemontani dove ogni valle e' diversa e ogni terreno e' diverso e tendenzialmente legato ad un unico piccolo proprietario) stanno alla base di due tipi di societa' diversa, le aree rosse favoriscono soluzioni collettivistiche come quelle fasciste e comuniste, dove un potere autoritario divide i frutti di risorse tendenzialmente accentrate nelle mani di pochi (i fertili terreni bassopadani) mentre le aree pedemontane favoriscono soluzioni "liberali" incentrate sull'autonomia dei singoli e delle associazioni locali di corto raggio. Ma la morfologia del territorio non e' l'unica determinante, come il caso toscano (area rossa) mostra a determinare il risultato contano molto i rapporti di proprieta', i rapporti storici tra possidenti e mezzadri, e il ruolo della Chiesa.

Concludendo, nelle aree rosse storicamente si alternano fascisti e comunisti, e comunque tendenzialmente soluzioni di tipo collettivistico, ideologico e autoritario, perche' quella e' la mentalita' dei residenti, sedimentata da secoli di passato agricolo, mentre nelle aree transpadane specie pedemontane prevalgono partiti almeno percepiti come di centro, moderati, pragmatici, orientati all'individuo e alle associazioni locali, e quindi la DC prima e la LN dopo il 1992.  Inoltre, nelle aree rosse prevalgono soluzioni "rivoluzionarie" (anche il fascismo era rivoluzionario), e tipicamente di rigetto del proprio passato (sia esso quello pre-fascista al tempo dei fascisti, o quello fascista al tempo dei comunisti, in ogni caso il passato corrispondente al regime precedente rispetto a quello al potere in ogni momento) mentre nelle aree bianche prevalgono soluzione conservatrici, nel senso di ossequiose del proprio passato percepito come complessivamente armonico e soddisfacente (questo e' particolarmente vero nelle masse venete che evidentemente mantengono il ricordo storico delle Serenissima), di qui la preferenza per i partiti conservatori.

Da quanto ho spiegato sopra dovrebbe essere evidente che non e' per nulla facile combinare il consenso di massa della Lega Nord (aree bianche, non collettiviste, moderate, pragmatiche, conservatrici, centriste) con il consenso di massa alla sinistra italiana (aree rosse, collettiviste, ideologiche, massimaliste, estremiste, tendenzialmente rivoluzionarie). La LN ci ha provato in qualche misura dal 1995 al 1999, ma e' stata sconfitta, perche' Berlusconi e' riuscito a convincere i moderati transpadani di essere piu' efficace e credibile della LN nel contrasto ai sempre indigeribili post-comunisti.  Il punto di svolta sono le amministrative intorno al 1999 se ricordo bene, quando il Polo supera la LN nelle amministrative per esempio nella provincia di Vercelli, dopo i successi della LN negli anni precedenti.