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Le scuole di eccellenza e l'avvenire dell'università italiana

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@kasparek: siamo d'accordo sul punto dove lei scrive che "La "correzione" dei fallimenti, spesso solo presunti, andrebbe per me riservata a casi eccezionali e conclamati." Ed anche, riferito all'Italia, sull'immediatamente successivo dove scrive: "Oggi invece pare sia la regola, e credo sia un errore con gravi conseguenze." Questo ragionamento valga peró per tutto, non solo per l'educazione avanzata che é oggetto dell'articolo di Giovanni Federico. Anzi il grosso del rent-seeking nazionale mi pare avvenga in altri ambiti (sanitá e opere pubbliche, per esempio).

Che fare allora? Tre le alternative possibili:

1) Aggredire il meccanismo democratico, riformarlo in modo che gli eletti siano resi accountable davanti agli elettori, riducendo cosí i comportamenti di rent-seeking e permettendo le (poche o molte) spese pubbliche e correzioni di fallimenti del mercato che servono davvero alla gente.

2) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1), tenersi i rent-seekers e pure la spesa pubblica generosa, sperando che (per pura fortuna o Provvidenza divina) i benefici sorpassino i costi.

3) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1) e spingere per comprimere le spese pubbliche per "affamare la bestia", sopportando i relativi costi sociali: tagli feroci a sanitá, educazione, ricerca, ecc. ecc.

Che si fa allora? L'alternativa 3) é perfettamente fattibile supponendo di riuscire a raccogliere un consenso elettorale sufficiente, ma nel medio periodo porta a perdere competitivitá se il governo non fa piú tutte quelle cose che il mercato non fa bene da solo (e non credo siano poche, queste cose). Personalmente, ritengo 1) irrealistico in Italia, 2) lo status quo e 3) lontano dalle mie preferenze (ed in conseguenza di ció, ho lasciato il paese da anni per lande piú felici).

Non ho capito come si potrebbe tradurre la 1) in realtà. Probabilmente non sono abbastanza ferrato, gradirei un esempio facile facile. Concordo certamente che il problema non riguardi solo l'istruzione, ma un po' tutto. Anzi, i casi più gravi e dannosi sono di sicuro altri. Non andiamo a picco perchè spendiamo un po' troppo (eventualmente) per la Normale, ma per altro. Però penso che anche su questo bisognerebbe ripartire dalle basi, e su questo vorrei aggiungere una cosa: non si tratta solo di spillare soldi e favori al pubblico, si tratta proprio della mentalità di voler "correggere" sempre qualcosa, perchè quello che fanno le persone e gli operatori economici è sempre sbagliato. C'è un bell'articolo di Carlo Stagnaro dell'IBL ("Contro l'antipolitica - viaggio nella pancia del leviatano") che ben descrive la sua esperienza in un ministero capace, culturalmente, solo di interventismo. Francamente, e qui non sono d'accordo, penso che sia un problema generale a tutto il mondo occidentale. In Italia siamo messi peggio che altrove, ma questa deriva anti mercato e pro "esperti illuminati" secondo me è presente un po' ovunque. Ed ovunque c'è una certa insofferenza; a volte giustificata e positiva, ma spesso miope e dannosa. Il mio auspicio è: prima di finire come un secolo fa, sistemiamo le cose. Come farlo? Non lo so, sono 10 anni che mi chiedo come invertire la tendenza, ma francamente non ho ancora trovato idee realisticamente valide. Personalmente penso che qualsiasi soluzione debba passare da una "rivoluzione culturale", un po' come quella portata da Reagan e Thatcher, supportati da Friedman ed Hayek. Oggi non vedo personaggi del genere. Ma è quello che ci serve: studiosi preparati, ma consapevoli dell'importanza del mercato, senza la pretesa di insegnare a tutti come vivere. Bisogna sradicare Keynes dalle università, dai luoghi del pensiero. Bisogna che gli "intellettuali" imparino l'umiltà, i limiti della conoscenza, di quello che stanno facendo e delle soluzioni che propongono. Il tutto non può prescindere da una comunicazione efficace, cosa per niente facile coi media ed i giornalisti che ci sono. Anche fuori dall'Italia. I media Usa per me sono persino peggio dei nostri, oggi.