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Le scuole di eccellenza e l'avvenire dell'università italiana

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Re: La ringrazio

tizioc 13/2/2019 - 23:06

Se lei avesse letto la discussione che si trova al link che ho già riportato, saprebbe che ho già espresso quantomeno qualche dubbio sull'opportunità di sussidiare higher education, almeno nel modo in cui essa viene sussidiata in molti paesi occidentali, e sulle esternalità positive che dovrebbero controbilanciare questi sussidi. Si può certamente allargare tale discorso alle conseguenze in termini di atteggiamenti generalizzati di ostilità verso il mercato, la libertà contrattuale, e in particolare l'idea che il "merito" possa derivare anche da come si riesce a stare sul mercato, e non solo da una presunta cultura superiore (ma anche questa considerazione in realtà è implicita nel discorso sulle origini del fenomeno "classe disagiata", di cui al link precedente).

Ma sono tutte considerazioni che si possono fare ampiamente senza necessità di legarsi a un orientamento politico liberale (qualsiasi significato si voglia attribuire a questa parola); o a uno scetticismo sui fallimenti del mercato (che in realtà sono onnipresenti, proprio perché la libertà contrattuale non è mai perfetta! Ad esempio, nessuno di noi può contrattare individualmente e a costo zero con i milioni di persone che riceverebbero un qualche minuscolo vantaggio dalla sua istruzione, e che messi tutti assieme compenserebbero esattamente proprio quell'esternalità positiva di cui si parla.) Che poi di questi fallimenti non si possa conoscere il valore con esattezza, e che la soluzione di second-best potrebbe anche essere il non far nulla e mettere da parte l'intervento pubblico, è un discorso diverso. Politicizzare una questione simile porta quasi sempre a un inutile muro contro muro che non risolve proprio nulla.

Si veda, solo per fare un esempio, la questione sulle esternalità derivanti dall'opera pubblica nota come "TAV", e sulla conseguente opportunità o meno di finanziare con i soldi del contribuente la realizzazione di tale opera. Anche in quel caso c'è chi pensa che si debba "intervenire" sullo stato di cose "naturale" e preesistente finanziando quell'opera, e chi vorrebbe lasciare tutto così come è o quasi; chi pensa che le esternalità positive giustifichino una decisione in senso di radicale cambiamento, e chi no. Ma chiedersi quale tra questi sia il punto di vista "liberale", e quale quello delle élite chiuse nella loro torre d'avorio che non ascoltano la gente comune (o, per dirla diversamente, "il popolo"), non servirebbe poi a molto.

Mi perdoni, non era mia intenzione contraddirla nè contestarla in realtà.
Ritengo però che legarsi ad un punto di vista "liberale" sia molto utile.
Non politicamente in senso stretto, non è una questione di partiti.
E' una questione di impostazione generale, oserei dire filosofica, che non può che permeare molto dell'economia, per sua natura purtroppo politicizzata.
In fondo, non si parla di incentivi economici, di comportamento dei vari soggetti, di tentativi di valutazione di ciò che viene fatto?
Volenti o nolenti, alla base di tutte queste valutazioni ci sono - almeno implicitamente - dei concetti di base, in gran parte riconducibili a filoni del pensiero, siano liberali, marxisti, o tutto quello che c'è in mezzo.
Tutto qui, volevo solo ricordare che il principale strumento disponibile per valutare i risultati, e per incentivare i soggetti interessati a comportarsi al meglio, ha a che fare con meccanismi di mercato, a cominciare dai prezzi.
Quindi meglio non dimenticarsene, ed usarli almeno come punto di partenza.
La "correzione" dei fallimenti, spesso solo presunti, andrebbe per me riservata a casi eccezionali e conclamati. Oggi invece pare sia la regola, e credo sia un errore con gravi conseguenze.
Visto che si parla di esternalità, però, lancio una provocazione: parliamo delle esternalità negative che derivano dall'avere sempre più intellettuali contrari ai suddetti meccanismi di mercato, sempre più convinti di avere il diritto di decidere per le vite degli altri.
A me sembrano esternalità negative gigantesche, per la società e per l'economia, sempre più imbrigliata e pianificata.
E' una questione "politica"? In parte sì, purtroppo, ma non può essere altrimenti.
Forse se mi riaggancio ad Einaudi, al suo modo di vedere i "padreterni", riusciamo a stare fuori dalle polemiche attuali.

@kasparek: siamo d'accordo sul punto dove lei scrive che "La "correzione" dei fallimenti, spesso solo presunti, andrebbe per me riservata a casi eccezionali e conclamati." Ed anche, riferito all'Italia, sull'immediatamente successivo dove scrive: "Oggi invece pare sia la regola, e credo sia un errore con gravi conseguenze." Questo ragionamento valga peró per tutto, non solo per l'educazione avanzata che é oggetto dell'articolo di Giovanni Federico. Anzi il grosso del rent-seeking nazionale mi pare avvenga in altri ambiti (sanitá e opere pubbliche, per esempio).

Che fare allora? Tre le alternative possibili:

1) Aggredire il meccanismo democratico, riformarlo in modo che gli eletti siano resi accountable davanti agli elettori, riducendo cosí i comportamenti di rent-seeking e permettendo le (poche o molte) spese pubbliche e correzioni di fallimenti del mercato che servono davvero alla gente.

2) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1), tenersi i rent-seekers e pure la spesa pubblica generosa, sperando che (per pura fortuna o Provvidenza divina) i benefici sorpassino i costi.

3) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1) e spingere per comprimere le spese pubbliche per "affamare la bestia", sopportando i relativi costi sociali: tagli feroci a sanitá, educazione, ricerca, ecc. ecc.

Che si fa allora? L'alternativa 3) é perfettamente fattibile supponendo di riuscire a raccogliere un consenso elettorale sufficiente, ma nel medio periodo porta a perdere competitivitá se il governo non fa piú tutte quelle cose che il mercato non fa bene da solo (e non credo siano poche, queste cose). Personalmente, ritengo 1) irrealistico in Italia, 2) lo status quo e 3) lontano dalle mie preferenze (ed in conseguenza di ció, ho lasciato il paese da anni per lande piú felici).

Non ho capito come si potrebbe tradurre la 1) in realtà. Probabilmente non sono abbastanza ferrato, gradirei un esempio facile facile. Concordo certamente che il problema non riguardi solo l'istruzione, ma un po' tutto. Anzi, i casi più gravi e dannosi sono di sicuro altri. Non andiamo a picco perchè spendiamo un po' troppo (eventualmente) per la Normale, ma per altro. Però penso che anche su questo bisognerebbe ripartire dalle basi, e su questo vorrei aggiungere una cosa: non si tratta solo di spillare soldi e favori al pubblico, si tratta proprio della mentalità di voler "correggere" sempre qualcosa, perchè quello che fanno le persone e gli operatori economici è sempre sbagliato. C'è un bell'articolo di Carlo Stagnaro dell'IBL ("Contro l'antipolitica - viaggio nella pancia del leviatano") che ben descrive la sua esperienza in un ministero capace, culturalmente, solo di interventismo. Francamente, e qui non sono d'accordo, penso che sia un problema generale a tutto il mondo occidentale. In Italia siamo messi peggio che altrove, ma questa deriva anti mercato e pro "esperti illuminati" secondo me è presente un po' ovunque. Ed ovunque c'è una certa insofferenza; a volte giustificata e positiva, ma spesso miope e dannosa. Il mio auspicio è: prima di finire come un secolo fa, sistemiamo le cose. Come farlo? Non lo so, sono 10 anni che mi chiedo come invertire la tendenza, ma francamente non ho ancora trovato idee realisticamente valide. Personalmente penso che qualsiasi soluzione debba passare da una "rivoluzione culturale", un po' come quella portata da Reagan e Thatcher, supportati da Friedman ed Hayek. Oggi non vedo personaggi del genere. Ma è quello che ci serve: studiosi preparati, ma consapevoli dell'importanza del mercato, senza la pretesa di insegnare a tutti come vivere. Bisogna sradicare Keynes dalle università, dai luoghi del pensiero. Bisogna che gli "intellettuali" imparino l'umiltà, i limiti della conoscenza, di quello che stanno facendo e delle soluzioni che propongono. Il tutto non può prescindere da una comunicazione efficace, cosa per niente facile coi media ed i giornalisti che ci sono. Anche fuori dall'Italia. I media Usa per me sono persino peggio dei nostri, oggi.