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Le scuole di eccellenza e l'avvenire dell'università italiana

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Perplesso

kasparek 12/2/2019 - 10:40

Queste analisi francamente mi rendono perplesso, perchè manca completamente quello che dovrebbe essere il vero "arbitro", il vero strumento decisionale per capire cosa valga la pena fare, e cosa no: il giudizio di chi paga.
Che non è chiaramente "lo stato", ma i contribuenti, se parliamo di fondi pubblici.
Ora, finchè parliamo di dare a tutti una istruzione, anche buona, è un conto.
Ma quando cominciamo a parlare di istruzione particolarmente costosa, i costi dovrebbero essere semplicemente a carico di chi la riceve. I prestiti mi paiono lo strumento più logico per risolvere i problemi di accesso: se l'istruzione vale la spesa, immagino ci sarà sia chi è disposto ad indebitarsi per essa, sia chi è disposto a prestare tali somme. Al limite si può pensare a qualche strumento per risolvere difficoltà su quest'ultimo punto, fermo restando il debito a carico di chi viene istruito.
Altrimenti abbiamo diversi problemi. Il primo è di redistribuzione al contrario: gli operai pagano studi ad altri per avere un'istruzione superiore, rinunciando ad investire sui propri figli. Un po' come quando pagano, con le loro imposte, la prima della Scala a gente molto più ricca di loro.
Il secondo è quello di comportamenti opportunistici. Ad esempio oggi molti medici, dopo essere costati centinaia di migliaia di euro in formazione ai contribuenti, vanno all'estero a monetizzare l'investimento. Mi pare logico che chi raccoglie i frutti dell'investimento sia anche chi ne deve sostenere gli oneri.
Il terzo riguarda più in generale il "merito". Trovo ci sia un grande equivoco su cosa sia il "merito". Non trovo corrisponda a reale "merito" un ipotetico caso di un soggetto che, vincendo un difficilissimo concorso pubblico, e sottoponendosi ad una formazione dura, acquisti poi un diritto di comandare e di farsi retribuire dai contribuenti, contro la loro volontà.
Meritarsi qualcosa vuol dire guadagnarsela veramente, cioè ottenere retribuzione e privilegi che siano spontaneamente riconosciuti dagli altri soggetti, cioè sul mercato.
Per questo mi fa orrore il sistema francese: praticamente abbiamo soggetti simili ai nobili pre rivoluzione, convinti di aver diritto di gestire le vite e le finanze degli altri.
Non fa tutta questa differenza l'istruzione, per quanto selettiva ed aperta potenzialmente a tutti. E' un grande equivoco, perchè nei secoli abbiamo imparato come conti limitare il potere del sovrano, e dei suoi sgherri, sulle persone, non la sua scelta.
In questo modo ci si illude semplicemente di avere un sovrano "illuminato", perchè non scelto per diritto di sangue ma per concorso pubblico.
Ma i problemi fondamentali rimangono gli stessi. E trovo che ciò corrisponda all'esatto contrario del reale merito, che deve necessariamente coinvolgere il giudizio e la collaborazione di chi lo deve riconoscere, pagandolo. Se ci illudiamo che il "valore" sia solo negli studi, negli sforzi, nell'impegno, stiamo in realtà sposando la teoria marxista del valore (corrispondente al "lavoro" necessario ad ottenere il prodotto), che credo sia dimostrato funzioni molto male.
Tra parentesi, non posso non ricordare Nozick, convinto che l'ambiente accademico tendesse a diventare autoreferenziale e totalmente ostile al libero mercato, in quanto convinto di non dover sottostare al giudizio degli altri, ma solo al proprio e del proprio ambiente.
Praticamente un soviet, con tutto quello che ne consegue.

Re: perplesso

tizioc 12/2/2019 - 11:48

Meritarsi qualcosa vuol dire guadagnarsela veramente, cioè ottenere retribuzione e privilegi che siano spontaneamente riconosciuti dagli altri soggetti, cioè sul mercato.
Per questo mi fa orrore il sistema francese: praticamente abbiamo soggetti simili ai nobili pre rivoluzione, convinti di aver diritto di gestire le vite e le finanze degli altri.

La sua mi sembra un'osservazione da non sottovalutare, ma temo che abbia solo in parte a che vedere con l'esistenza di scuole "di eccellenza" in sé, e che molto sia invece da attribuire ai contenuti ed agli atteggiamenti mentali trasmessi, spesso non volutamente, dallo stesso sistema educativo. Lo dico perché il suo punto di vista in realtà si ricollega a tutto un filone di osservazioni, per quanto informali, sugli sviluppi del sistema educativo e della società in genere negli ultimi anni, di cui il rappresentante più noto nel nostro Paese è verosimilmente il libro "Teoria della classe disagiata". Se ne era già discusso in un post su questo stesso sito, di cui lascio il link e ovviamente rimando anche per le mie risposte:

http://noisefromamerika.org/articolo/sette-peccati-capitali-scuola-itali...

Inutile far notare come la stragrande maggioranza degli appartenenti alla "classe disagiata", in questo Paese come altrove, non provengano certo da una scuola di eccellenza come quelle di cui si discute in questo articolo, pur essendo (e non potrebbe essere diversamente, vista la caratterizzazione di tale "classe") persone estremamente istruite e di mirabile cultura.

Per questo suppongo che la questione sia alquanto diversa, e in particolare riguardi anche, come lei stesso cita ma come sottolineato anche da altri, l'esistenza di sussidi all'educazione particolarmente marcati e sulla cui utilità sociale è quantomeno legittimo avanzare qualche dubbio.

La ringrazio per il concetto della "classe disagiata". In effetti è un discorso legato, ma secondo me differente. Il punto è che gli atteggiamenti mentali non sono un caso. Sono la conseguenza, anzi la premessa, del processo stesso che porta alla conclusione della "necessità" del finanziamento pubblico. Per spiegarmi mi riallaccio alla risposta di Diego D'Andria sulle esternalità. In sostanza si dice: il mercato, cioè i poveracci che pagano, non è in grado di portare alla produzione ottimale di "cultura", di istruzione, o di ricerca e sviluppo. Quindi ci vuole qualcuno che decida quale sia questa produzione ottimale, e che la imponga a tutti, ma senza sostenerne i costi. Perchè, inoltre, non sia mai che questi poveracci usufruiscano di questa "cultura" senza averla pagata. Ora, è evidente che l'ipotesi implicita sia che questo "qualcuno" sia illuminato, capace di capire quale sia l'"ottimale" per la società. Ci siamo mascherati dietro qualche concetto generalmente accettato, ma di fatto siamo sempre al soviet, al sovrano illuminato. Qual è il problema, per me, nel mondo attuale? Che per evitare di correre il terribile rischio (che teoricamente accetto, ci mancherebbe, ma non sempre) di questo fallimento di mercato, ci esponiamo a rischi mostruosamente più grandi di fallimento da parte di chi decide cosa sia "ottimale" per la società. Nel mondo attuale, il presunto fallimento di mercato, anzichè eccezione, è diventato regola. Così, ad ogni livello, c'è sempre più gente in organizzazioni sempre più grandi e potenti che ama ripetersi quanto sia sapiente, a differenza dei poveri ignoranti, e che per questo si arroga il diritto di decidere come devono vivere, oltre che di ricevere laute prebende. Un gigantesco campo di rieducazione. A parte che c'è un problema di libertà, cioè di diritti umani, grosso come una casa (e non è una questione secondaria, ma primaria), quali sono i risultati? Centralismo, spesa pubblica, imposte non sono di certo indipendenti da questo fenomeno. Vedasi appunto la Francia e la mentalità della sua pubblica amministrazione. Tra l'altro non si capisce per quale motivo chi non sostiene i costi delle scelte dovrebbe essere in grado di valutare correttamente cosa sia "ottimale", dato che non paga (vedasi ad esempio anche studi di Kahneman). Chi valuta i risultati? Gli accademici stessi? Capite che non può funzionare. Difatti non funziona. La crisi del 2008, per esempio, ne è una dimostrazione. Per la quale condivido questa analisi:

http://noisefromamerika.org/articolo/recessione-miseria-macroeconomia

o questa: http://noisefromamerika.org/articolo/borse-banche-centrali

Non stiamo parlando forse proprio di "esperti" che, sulla base di teorie economiche assolutamente dominanti nelle università, scelgono, inducono, distorcono comportamenti economici di ogni tipo, pensando di sapere meglio del mercato cosa sia giusto fare, o quale sia l'"ottimo" per la società?

Ritengo questi rischi, oggi, molto ma molto superiori a presunti fallimenti di mercato, ed ai benefici derivanti dal trattare le esternalità in modo diverso dal mercato. Ritengo si sia presa una deriva gigantesca in questa direzione.

Non diventerò popolare dicendolo qui, ma sono convinto che alla base dell'attuale "populismo", insieme a tante scemenze, ci sia anche una ribellione verso questo sistema e verso questi errori. Sono convinto che ci sia molta ragione nel percepire, spesso in modo confuso, questi errori. E sono convinto che sia sano e salutare togliere potere a chi si arroga il diritto di decidere come devono vivere gli altri, togliendo loro troppa libertà. Alla fine, Boldrin che critica Greenspan 10/12 anni fa, incolpandolo di gran parte del caos, non mi pare concettualmente molto diverso.

Così non mi pare molto diverso, teoricamente, quanto leggo qui, e su cui mi piacerebbe davvero molto l'analisi proseguisse, visto quello che ci aspetta nell'immediato futuro:

http://noisefromamerika.org/articolo/global-warming-guardate-dito

Insomma, ben venga l'istruzione "eccellente", ma non perdiamo di vista le basi.

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Guido Cacciari 13/2/2019 - 14:42

Poiché in questo blog manca il pulsante "mi piace", esprimo in scriptu il mio compiacimento per la presenza di un partecipante di chiari orientamenti liberalisti.

Re: La ringrazio

tizioc 14/2/2019 - 00:06

Se lei avesse letto la discussione che si trova al link che ho già riportato, saprebbe che ho già espresso quantomeno qualche dubbio sull'opportunità di sussidiare higher education, almeno nel modo in cui essa viene sussidiata in molti paesi occidentali, e sulle esternalità positive che dovrebbero controbilanciare questi sussidi. Si può certamente allargare tale discorso alle conseguenze in termini di atteggiamenti generalizzati di ostilità verso il mercato, la libertà contrattuale, e in particolare l'idea che il "merito" possa derivare anche da come si riesce a stare sul mercato, e non solo da una presunta cultura superiore (ma anche questa considerazione in realtà è implicita nel discorso sulle origini del fenomeno "classe disagiata", di cui al link precedente).

Ma sono tutte considerazioni che si possono fare ampiamente senza necessità di legarsi a un orientamento politico liberale (qualsiasi significato si voglia attribuire a questa parola); o a uno scetticismo sui fallimenti del mercato (che in realtà sono onnipresenti, proprio perché la libertà contrattuale non è mai perfetta! Ad esempio, nessuno di noi può contrattare individualmente e a costo zero con i milioni di persone che riceverebbero un qualche minuscolo vantaggio dalla sua istruzione, e che messi tutti assieme compenserebbero esattamente proprio quell'esternalità positiva di cui si parla.) Che poi di questi fallimenti non si possa conoscere il valore con esattezza, e che la soluzione di second-best potrebbe anche essere il non far nulla e mettere da parte l'intervento pubblico, è un discorso diverso. Politicizzare una questione simile porta quasi sempre a un inutile muro contro muro che non risolve proprio nulla.

Si veda, solo per fare un esempio, la questione sulle esternalità derivanti dall'opera pubblica nota come "TAV", e sulla conseguente opportunità o meno di finanziare con i soldi del contribuente la realizzazione di tale opera. Anche in quel caso c'è chi pensa che si debba "intervenire" sullo stato di cose "naturale" e preesistente finanziando quell'opera, e chi vorrebbe lasciare tutto così come è o quasi; chi pensa che le esternalità positive giustifichino una decisione in senso di radicale cambiamento, e chi no. Ma chiedersi quale tra questi sia il punto di vista "liberale", e quale quello delle élite chiuse nella loro torre d'avorio che non ascoltano la gente comune (o, per dirla diversamente, "il popolo"), non servirebbe poi a molto.

Mi perdoni, non era mia intenzione contraddirla nè contestarla in realtà.
Ritengo però che legarsi ad un punto di vista "liberale" sia molto utile.
Non politicamente in senso stretto, non è una questione di partiti.
E' una questione di impostazione generale, oserei dire filosofica, che non può che permeare molto dell'economia, per sua natura purtroppo politicizzata.
In fondo, non si parla di incentivi economici, di comportamento dei vari soggetti, di tentativi di valutazione di ciò che viene fatto?
Volenti o nolenti, alla base di tutte queste valutazioni ci sono - almeno implicitamente - dei concetti di base, in gran parte riconducibili a filoni del pensiero, siano liberali, marxisti, o tutto quello che c'è in mezzo.
Tutto qui, volevo solo ricordare che il principale strumento disponibile per valutare i risultati, e per incentivare i soggetti interessati a comportarsi al meglio, ha a che fare con meccanismi di mercato, a cominciare dai prezzi.
Quindi meglio non dimenticarsene, ed usarli almeno come punto di partenza.
La "correzione" dei fallimenti, spesso solo presunti, andrebbe per me riservata a casi eccezionali e conclamati. Oggi invece pare sia la regola, e credo sia un errore con gravi conseguenze.
Visto che si parla di esternalità, però, lancio una provocazione: parliamo delle esternalità negative che derivano dall'avere sempre più intellettuali contrari ai suddetti meccanismi di mercato, sempre più convinti di avere il diritto di decidere per le vite degli altri.
A me sembrano esternalità negative gigantesche, per la società e per l'economia, sempre più imbrigliata e pianificata.
E' una questione "politica"? In parte sì, purtroppo, ma non può essere altrimenti.
Forse se mi riaggancio ad Einaudi, al suo modo di vedere i "padreterni", riusciamo a stare fuori dalle polemiche attuali.

@kasparek: siamo d'accordo sul punto dove lei scrive che "La "correzione" dei fallimenti, spesso solo presunti, andrebbe per me riservata a casi eccezionali e conclamati." Ed anche, riferito all'Italia, sull'immediatamente successivo dove scrive: "Oggi invece pare sia la regola, e credo sia un errore con gravi conseguenze." Questo ragionamento valga peró per tutto, non solo per l'educazione avanzata che é oggetto dell'articolo di Giovanni Federico. Anzi il grosso del rent-seeking nazionale mi pare avvenga in altri ambiti (sanitá e opere pubbliche, per esempio).

Che fare allora? Tre le alternative possibili:

1) Aggredire il meccanismo democratico, riformarlo in modo che gli eletti siano resi accountable davanti agli elettori, riducendo cosí i comportamenti di rent-seeking e permettendo le (poche o molte) spese pubbliche e correzioni di fallimenti del mercato che servono davvero alla gente.

2) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1), tenersi i rent-seekers e pure la spesa pubblica generosa, sperando che (per pura fortuna o Provvidenza divina) i benefici sorpassino i costi.

3) Arrendersi all'impossibilitá di fare 1) e spingere per comprimere le spese pubbliche per "affamare la bestia", sopportando i relativi costi sociali: tagli feroci a sanitá, educazione, ricerca, ecc. ecc.

Che si fa allora? L'alternativa 3) é perfettamente fattibile supponendo di riuscire a raccogliere un consenso elettorale sufficiente, ma nel medio periodo porta a perdere competitivitá se il governo non fa piú tutte quelle cose che il mercato non fa bene da solo (e non credo siano poche, queste cose). Personalmente, ritengo 1) irrealistico in Italia, 2) lo status quo e 3) lontano dalle mie preferenze (ed in conseguenza di ció, ho lasciato il paese da anni per lande piú felici).

Non ho capito come si potrebbe tradurre la 1) in realtà. Probabilmente non sono abbastanza ferrato, gradirei un esempio facile facile. Concordo certamente che il problema non riguardi solo l'istruzione, ma un po' tutto. Anzi, i casi più gravi e dannosi sono di sicuro altri. Non andiamo a picco perchè spendiamo un po' troppo (eventualmente) per la Normale, ma per altro. Però penso che anche su questo bisognerebbe ripartire dalle basi, e su questo vorrei aggiungere una cosa: non si tratta solo di spillare soldi e favori al pubblico, si tratta proprio della mentalità di voler "correggere" sempre qualcosa, perchè quello che fanno le persone e gli operatori economici è sempre sbagliato. C'è un bell'articolo di Carlo Stagnaro dell'IBL ("Contro l'antipolitica - viaggio nella pancia del leviatano") che ben descrive la sua esperienza in un ministero capace, culturalmente, solo di interventismo. Francamente, e qui non sono d'accordo, penso che sia un problema generale a tutto il mondo occidentale. In Italia siamo messi peggio che altrove, ma questa deriva anti mercato e pro "esperti illuminati" secondo me è presente un po' ovunque. Ed ovunque c'è una certa insofferenza; a volte giustificata e positiva, ma spesso miope e dannosa. Il mio auspicio è: prima di finire come un secolo fa, sistemiamo le cose. Come farlo? Non lo so, sono 10 anni che mi chiedo come invertire la tendenza, ma francamente non ho ancora trovato idee realisticamente valide. Personalmente penso che qualsiasi soluzione debba passare da una "rivoluzione culturale", un po' come quella portata da Reagan e Thatcher, supportati da Friedman ed Hayek. Oggi non vedo personaggi del genere. Ma è quello che ci serve: studiosi preparati, ma consapevoli dell'importanza del mercato, senza la pretesa di insegnare a tutti come vivere. Bisogna sradicare Keynes dalle università, dai luoghi del pensiero. Bisogna che gli "intellettuali" imparino l'umiltà, i limiti della conoscenza, di quello che stanno facendo e delle soluzioni che propongono. Il tutto non può prescindere da una comunicazione efficace, cosa per niente facile coi media ed i giornalisti che ci sono. Anche fuori dall'Italia. I media Usa per me sono persino peggio dei nostri, oggi.

In tutti i paesi sviluppati lo stato incentiva gli investimenti di ricerca e sviluppo (R&D), vuoi con sconti fiscali, vuoi con sussidi. La ragione per farlo, piuttosto che lasciar fare "al mercato", é che si ritiene che R&D produca esternalitá positive. Se le aziende stabilissero gli investimenti solo guardando ai ritorni privati attesi offerti dal mercato, la quantitá di R&D nel paese sarebbe inferiore a quanto socialmente ottimale. L'operaio (riprendo l'esempio proposto qui sopra da kasparek) paga il relativo balzello perché ne ottiene indirettamente benefici per sé ed i suoi figli: migliori cure mediche, maggiore produttivitá, e vi dicendo.

Se questo discorso vale per R&D, perché non dovrebbe valere anche per la formazione avanzata? Non mi pare si tratti di assegnare aprioristicamente un peso maggiore a queste attivitá in ossequio ad un intellettualismo ottuso, quanto piuttosto di riconoscere che la conoscenza, per sua natura (caratteristiche di non-rivalitá e parziale non-escludibilitá) é un bene pubblico. Se poi il paese fallisce nel trattenere/attirare i detentori di formazione avanzata é altro problema, che riguarda lo scatafascio in cui versa il paese stesso e la relativa mancanza di attrattive.