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Le panzane non sono un'esclusiva pentastellata

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Buonasera prof., e come al solito, grazie per il tempo dedicato alla stesura dell’articolo; ho due domande:

1) a quale trattato si riferisce in chiusura? Mi sembra di cogliere dell'ironia, e vorrei capirne il riferimento;

2) non c'entra molto, ma ci provo lo stesso: riguardo all'educazione economica e finanziaria in Italia, prescindendo dalle carenze in materia evidenti nella scuola dell'obbligo (su cui lei insiste spesso, anche nell'ultimo video con Dufer), qual è la sua opinione sull'educazione economica impartita nelle università italiane? Io sono uno studente di un M.Sc. in Economics (in Cattolica, che non sarà la Bocconi o Bologna, ma non penso sia sotto la media italiana) e, volgendo ormai al termine del mio percorso di studi, non posso esimermi dal constatare come non ci venga insegnato nulla, o quasi, dell’economia politica che servirebbe davvero a leggere la realtà circostante, come venga attribuito un peso (secondo me) esagerato al formalismo matematico, trascurando di conseguenza la parte di intuizione economica, così come non posso astenermi dal rilevare che uno studente finisca per imparare molto di più del sistema economico che ci circonda da blog come questo o dai siti di Lavoce, The Economist, Voxeu, ecc.. Per essere chiari: a me la matematica piace e la ritengo anche un fondamentale strumento gnoseologico (anche per le scienze sociali), dal momento che è un linguaggio che può essere affiancato a quello verbale, ed essendo il linguaggio uno strumento di pensiero (prima che di comunicazione) è ovvio che con due linguaggi si ragiona meglio che con uno; tuttavia, mi piacerebbe che la matematica venisse utilizzata in economics nella misura in cui agisce da strumento aggiuntivo per la comprensione del fenomeno economico sottostante, non come un esercizio intellettuale quasi fine a sé stesso. Quello che sostengo io è che mi piacerebbe vedere insegnata l’economia politica prima sul lato intuitivo-qualitativo-speculativo, e poi formalizzata sul versante matematico-quantitativo; perché purtroppo, rebus sic stantibus, ho l’impressione che noi studenti di economics delle facoltà italiane (almeno alle lauree magistrali, non so ai phd) ci troviamo nella condizione di non essere né carne né pesce, dal momento che non conosciamo né la matematica al livello degli ingegneri, dei fisici e dei matematici, né la statistica e l’econometria al livello degli statistici, né l’economia politica che ci servirebbe, per lo meno, a capire la struttura sociale che ci circonda e sovrasta; siamo a metà di un guado, senza nessuna competenza specifica, tranne quella di economia politica che apprendiamo extra-accademia su siti come questo. Il punto è: se, per come funziona economics nelle università italiane, uno studente può laurearsi con 110 e lode senza sapere che le pensioni non entrano nella G della spesa pubblica, non è che forse il sistema di insegnamento sta sbagliando qualcosa, trascurando la componente intuitiva-speculativa-qualitativa in favore di quella matematica-quantitativa? Come funziona all’estero?

Scusi per la lunghezza, e grazie per la eventuale risposta!

Proposition 7: "Whereof one cannot speak, thereof one must be silent." (Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen)

Sulla seconda questione: credo vi sia della verità ma il problema non è certo la contrapposizione fra "formalismo matematico" e "fatti dell'economia reale" perché senza i primi è impossibile organizzare i secondi. A mio avviso siamo di fronte ad un problema, non solo italiano ma al solito più evidente lì, di preparazione dei docenti e della loro motivazione a insegnare argomenti rilevanti e non la minestra riscaldata. Tema lungo e complesso, quindi transeat. Ma concordo che, con un insegnamento universitario che lentamente degrada verso l'assoluto nulla, la produzione di "asini laureati" aumenta.