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Riflessioni su Conte e Giarrusso

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Personalmente, ritengo che la vicenda dell'approdo di Conte alla Sapienza sia in sé molto marginale.

Non conosco la produzione scientifica integrale del prof. Conte (anche se due suoi scritti, su argomenti di mio precipuo interesse, in passato li ho letti, ricavandone purtroppo l'impressione che si trattasse di lavori piuttosto modesti), ma in ogni caso stiamo parlando di un soggetto che da tempo è professore ordinario: fosse anche uno studioso mediocre, ormai il danno sarebbe fatto e si tratterebbe, al più, di scegliere se questo danno debba ricadere sull'università di Firenze o sulla Sapienza di Roma.

D'altra parte, per chi sa leggere le ritualità accademiche, basta (a) vedere i nomi dei candidati che con Conte formalmente concorrono per il trasferimento in questione e (b) osservare il comportamento di questi candidati (che a quanto pare avrebbero loro stessi evitato, al pari di Conte, di sottoporsi alla famigerata prova di inglese, invece di premere per accelerare e concludere la procedura concorsuale), per rendersi conto che si tratta di esponenti piuttosto in vista di altre autorevoli scuole, la cui presenza, verosimilmente poco più che simbolica quanto ad effettive velleità di ambire al posto messo a concorso, rappresenta semplicemente un atto di forma (qualcosa del tipo "sembra brutto che si presenti uno solo") ed al tempo stesso una manifestazione plastica (direi quasi scenica) della benevola intesa che nel mondo accademico, anche da parte di scuole diverse da quella cui appartiene il premier "adottato" da 5S e Lega, si è formata sul fatto che il maestro A andando in pensione possa lasciare la cattedra all'allievo C.

Neppure mi sembra il caso di parlare di conflitto di interessi per l'alloro di premier improvvisamente e piuttosto fortunosamente piovuto sulle fluenti chiome di C. Qui non siamo in presenza di un candidato che si fa largo a sportellate facendo impropriamente leva sulla propria carica di PdC per intimidire una commissione che senza questa indebita intromissione si sarebbe ritenuta libera di agire in modo impersonale e neutrale, ma di un pacioso (e chissà da quanto tempo prima raggiunto) accordo tra scuole, in cui C sarà stato, verosimilmente, sostenuto e garantito da chi, sul piano accademico, conta senz'altro più di lui, ovvero il leader della sua scuola di appartenenza.

Perché, allora, questa vicenda può rivestire un certo interesse? A mio avviso, perché essa illustra un modus operandi, tipicamente italico, che (è sempre una mia sensazione) ha molto a che vedere con l'attuale condizione in cui si trova l'Italia ed anche con le basi del populismo italiano, indagate in una serie di recenti articoli qui su NfA dal prof. Boldrin.

Per spiegarmi, prendo a prestito una frase dell'estensore dell'articolo, che sintetizza il funzionamento del sistema di reclutamento universitario anglosassone chiarendo che "il dipartimento di Economia di Harvard sceglie chi vuole (e lo paga quanto vuole)".

Ora, io penso che esistano ottime ragioni (bene spiegate dal prof. Federico) per cui il sistema di reclutamento universitario debba funzionare in questo modo e per cui un elemento di discrezionalità/responsabilità di chi opera la selezione sia ineliminabile e possa essere solo affiancato, ma non sostituito, da una serie di verifiche e misurazioni esterne che aiutino a costruire un meccanismo di sanzione reputazionale che vada sperabilmente a colpire dall'esterno chi fa scelte sbagliate. Questo perché - butto lì l'affermazione in modo del tutto (an)apodittico - un concorso per professore universitario non potrà mai essere identico ad un concorso per la selezione di allievi della scuola marescialli carabinieri.

Dato per dimostrato che sia così (qualcuno potrebbe pensarla diversamente, ma - come spero si capisca tra breve - non è questo il punto centrale del mio argomento), come è regolata normativamente la materia in Italia? Il prof. Federico lo ha spiegato anche qui bene, ma quello che forse non si evince immediatamente dalla sua spiegazione è l'aderenza di questa regolamentazione ad un canone profondo dell'agire normativo italiano, che io chiamo il canone della ipocrisia legislativa.

Il concorso universitario è diverso da quello alle Poste? Bene, il primo è grosso modo normato secondo i medesimi canoni del secondo, MA con il tacito sottinteso che certi dettagli normativi verranno elegantemente sorvolati. Nel concorso alle Poste il componente della commissione che frequenta abitualmente il candidato versa in una situazione di incompatibilità? Nel concorso universitario pure, MA usualmente il punto non emerge. Nel concorso per infermiere del policlinico è reato stabilire prima i vincitori? Anche nel concorso per associato all'università di Pietralunga di Sotto, MA normalmente il nome del vincitore circola serenamente ben prima dell'indizione del bando (et pour cause, visto che il bando è fatto apposta e viene tirato fuori solo per lui).

Mi interessa sottolineare (ecco perché questo intervento è a tutti gli effetti una divagazione e non è così importante stabilire se la mia considerazione di partenza sulla presunta specificità del reclutamento universitario rispetto ad altri sia effettivamente vera), che questo meccanismo di ipocrisia legislativa NON costituisce affatto fenomeno tipico e circoscritto alla regolamentazione dei concorsi universitari, ma è espressione tipica dell'assetto istituzionale italiano e del suo modus operandi.

C'è un problema di inquinamento? Bene, si fanno norme ambientali severissime, MA col tacito presupposto che esse saranno poco o per nulla applicate nei confronti di alcune imprese o settori che non hanno la concreta possibilità di adeguarsi. Se il privato gestore del servizio idrico sversa in mare fanghi e reflui fognari, compie un reato? Bene, compie reato anche il sindaco del paesotto che ha il servizio in gestione pubblica, da trent'anni senza depuratore e con la fogna che scarica direttamente in mare, MA normalmente il reato non si accerta e lo stesso sindaco, ogni mese di agosto, caccia fuori la sua ordinanza col divieto di balneazione per motivi di igiene e salute pubblica.

Quello che adesso mi interessa mettere in luce non è tanto la circostanza (ovvia e perciò banale) che questo modo di confezionare le norme sia un potente fattore di promozione dell'illegalità (disegniamo norme che si riferiscono a mondi ideali del tutto irreali e fantastici e diamo evidentemente la stura a tutte le litanie in merito ad "abusi di necessità", "evasione di necessità", etc.), ma soprattutto il fatto che il fenomeno determina una degenerazione profonda dei rapporti sociali che si organizzano secondo logiche di padrinaggio e di branco, in cui i molti che hanno da temere sono portati ad organizzarsi in corsorterie che possano più facilmente garantire loro l'impunità, mentre il pericolo mortale è rappresentato dall'emarginazione dal branco, a seguito della quale può scattare in ogni momento l'applicazione della, severissima quanto per lungo tempo placidamente ignorata, norma punitiva, che aleggia pur sempre sul capo dei trasgressori (così, ad esempio, può succedere che se il vetusto acquedotto comunale passa di mano, il giorno dopo la consegna al privato arrivino in forze i Nas per una ispezione, ovviamente del tutto casuale, oppure che se il barone accademico ha avuto diagnosticata una malattia infausta, improvvisamente la locale procura si accorga che il candidato professore associato nel concorso in corso di svolgimento ha fatto pratica nello studio professionale privato del suddetto barone).

Si innesca così un meccanismo per cui una buona parte dei rapporti sociali si costruiscono sulla perenne ricerca di un sottile equilibrio tra una condizione di perenne ricattabilità (che è, de facto, un pre-requisito di partecipazione al sistema perché serve a rassicurare gli altri partecipanti) e la necessità di barcamenarsi per non finire isolati all'interno del branco. Un equilibrio malsano, che non saprei come definire se non latentemente mafioso.