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I sette peccati capitali della scuola italiana. Con accenno a possibili rimedi

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Il laicissimo regime di Mussolini patteggiò il furto di proprietà perpetrato nei confronti dello Stato che oggi chiamiamo Vaticano con determinate condizioni di pace e rimborso. E questo, per uno stato laico, è normale.

Ma tra queste condizioni vi fu anche l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Ora, per uno Stato laico, che la religione non vuole neanche sapere che cosa sia, è un po’ opinabile. A mio avviso, si può anche interpretare come un’ottima occasione proprio per conciliare il laicismo politico con l’insegnamento di un tema che fa parte della cultura, ovvero dei modi di esprimersi della società.

La religione, bene o male è uno dei mezzi di comunicazione tra individui, nonché fonte di incontro e scambio. Che lo Stato non se ne voglia occupare, è corretto. Ma che gli individui possano conoscerlo come mezzo di comunicazione, è solo un arricchimento degli strumenti sociali individuali.

Passiamo al secondo problema: è possibile conciliare la definizione succitata di plagio educativo e l’ora di religione? Così com’è, no di certo. Perché gli insegnanti, sempre cattolici e scelti dall’autorità ecclesiastica, tentano coscientemente di attuare il plagio teorizzando la superiorità del loro credo.

La soluzione è una sola, ed è sicuramente auspicabile per rendere tale studio di valore ai fini culturali, o educativi: basta che anche tale insegnamento sia soggetto al reato di plagio così come sopra definito. Divenendo necessariamente privo di giudizi morali, si arricchirebbe di confronti obiettivi tra le diverse religioni.

Si trasformerebbe automaticamente in quella preziosa fonte culturale, o mezzo educativo, che avrebbe sempre dovuto essere.