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I sette peccati capitali della scuola italiana. Con accenno a possibili rimedi

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Le nostre istituzioni non includono, fortunatamente, un ministero della propaganda deputato specificatamente all’attività di plagio dei giovani.

Esiste però un ministero della pubblica istruzione, che ne ha in fondo gli stessi poteri per quanto concerne l’approvazione dei testi scolastici. In totale assenza di norme che ne prevengano la degenerazione.

Al contrario, è garantita proprio in Costituzione (art.33) la libertà di insegnamento (3). Equivalente, in assenza di limiti, al diritto di sparare al prossimo. Eppure, possiamo condividere tutti il fatto che il giudizio definitivo di un insegnante, a cui il giovane studente riconosce una maggiore conoscenza ed esperienza, viene generalmente accettato come vero. E’ un potere non da poco. E chi difende lo studente?

Il problema, insomma, è che non esiste una norma deputata a difendere il giovane dal plagio educativo. A che forma di tutela può rifarsi il genitore o il preside o il provveditore scandalizzato da giudizi ideologici nei testi o nelle lezioni scolastiche? A nessuna.

Al contrario, è l’insegnante che può sempre rifarsi all’art.33. Ma l'obiezione posta dagli appassionati di plagio ideologico contro l'istituzione del reato de quo è che questo sia inevitabile. Cioè, sarebbe inevitabile che chi insegna la Storia, il Diritto, le Arti e le altre cosiddette scienze sociali od umanistiche si possa astenere da spacciare sue opinioni personali come le uniche esistenti. O proprie interpretazioni di logiche causa-effetto come dati di fatto. O propri giudizi morali.

Ebbene, mi oppongo totalmente a tale tesi, propugnata per impedire l'istituzione del reato di plagio, nonché qualunque responsabilità dell'insegnate nei confronti della propria attività. Non è vero che sia inevitabile spiegare teorie, in qualunque campo umanistico, senza spacciarle per univoche. Non è vero che sia impossibile proporre tesi (filosofiche, politiche, artistiche etc) od interpretazioni (di logiche storiche, di riforme politico giuridiche, di intenti letterari, di significati artistici etc.) come opinioni anziché come dati di fatto.

Soprattutto, non è vero che sia impossibile astenersi da proporre i propri giudizi morali su episodi, personaggi o teorie. E' vero il contrario. Cioè che lo sforzo richiesto ad ogni insegnante sia quello di fornire ai futuri cittadini gli strumenti per formarsi dei propri giudizi, non quello di fornire a loro i propri. Il tempo più utilizzato dovrebbe essere il condizionale. Ed in questo orientamento, risultano particolarmente sbagliati i giudizi morali.

Tra l’altro, il bello del giusnaturalismo (questo articolo è tratto pari-pari da un testo di filosofia del diritto giusnaturalista) consiste proprio nella spontaneità del giudizio morale (4). Il fatto che un insegnante, che gli studenti vedono come conoscitore molto più approfondito di loro sia nel campo specifico che, per questioni di età, nelle dinamiche sociali, fornisca un giudizio incondizionato e definitivo non può che condizionare il loro. Quindi, non deve accadere! (5)

Attenzione: non è un problema di controllo dell’attività degli insegnanti. Ma quello di avere almeno un riferimento di diritto che difenda il giovane. A cui, a necessità, possano riferirsi od appellarsi genitori, scrittori di testi scolastici, e presidi. Ma anche gli stessi insegnanti. Conclusione: è necessario istituire e definire il reato di plagio educativo, così definibile: L’insegnamento a cittadini minorenni di opinioni prospettate come dati di fatto inopinabili, oppure affiancate da giudizi morali, è un reato (6) definito plagio educativo (7).

(Nota: quanto sopra è il copia-incolla di un vecchio articolo dell'amico Guido Cacciari su Von Mises Italia. Peccato che le note non compaiano).