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I sette peccati capitali della scuola italiana. Con accenno a possibili rimedi

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La tesi di fondo del suo post mi sembra interessante, ma ritengo piuttosto malposta l'enfasi sul susseguirsi di riforme in Italia dal momento che il problema della "classe disagiata", in linea di massima, è comune a molti paesi occidentali, almeno tra quelle 'elite' che maggiormente sono orientate ad acquisire "credenziali", titoli di studio, etc. per il tramite del sistema educativo. Volendo mantenere il discorso su una trattazione specificamente economica, e quindi più facilmente comprensibile a chi segue questo blog, mi sembra utile fare riferimento al libro recentemente pubblicato, The Case Against Education (di Bryan Caplan), di cui peraltro si trovano facilmente svariate recensioni che ne sintetizzano le linee generali, oltre ad articoli e post dello stesso Caplan.  La tesi di Caplan mi sembra decisamente sovrapponibile alle dinamiche da lei esposte per l'Italia, cioè che sussidiare l'accesso ad un sistema educativo che inizialmente si era evoluto sulle domande di una élite relativamente ristretta e sostenuta da rendite di posizione (quindi, tipicamente, poca se non pochissima enfasi sullo sviluppo "professionale" del capitale umano, e molta su un modello culturale genericamente classista, che enfatizza sia titoli di studio e credenziali, sia più in generale l'opportunità di 'distinguersi' dalla massa) genera overeducation, richiesta smodata di credenziali e titoli sempre più 'di élite', e cattivo sviluppo di quelle forme di capitale umano che effettivamente promuovono la produttività e la crescita di un "sistema" paese.

Mi sembra invece decisamente fuorviante identificare queste dinamiche con la cultura borghese, a cui molti studiosi dello sviluppo attribuiscono anzi un ruolo decisamente positivo nella crescita economica (un esempio fra tutti Deirdre McCloskey) e di cui questo paese sembra ancora oggi difettare.  C'è decisamente poco di borghese, e molto di medievale, nell'impostazione culturale che ha prodotto il moltiplicarsi di ordini professionali nel nostro paese.

della vecchia McCloskey esistono, eccome se esistono, e io sono l'ultimo che intende negarle.
Anzi la mia preoccupazione è che possano andare perdute, o che vada perduta la consapevolezza del loro valore, negli stessi occidentali.
La mia critica al modello culturale borghese si appunta (in estrema sintesi) sul fatto che è un modello elitario e ove massificato insostenibile.
Una società in cui sono tutti borghesi (per borghese qui mi riferisco all'Habitus, non alla condizione economica di una classe media) è disfunzionale in misura disastrosa.
Tuttavia lo stesso modello culturale potrebbe forse essere corretto per essere reso sostenibile, mantenendo intatte quelle belle virtù humeane di cui parla McCloskey (e cui fa riferimento anche Lei), prima di essere massificato.
In quest'ottica io condivido l'attacco di Boldrin alla cultura "del classico": da correggere è la parte elitista del modello culturale, quella che insegue la "cultura" come strumento di distinzione, e non di efficientamento del capitale umano.
Una parte che tuttavia appartiene dello stesso modello culturale, non gli è estranea come si pretende che sia.