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I sette peccati capitali della scuola italiana. Con accenno a possibili rimedi

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Grazie Fabrizio Bercelli.
Quello della scuola è un argomento infinito e spinosissimo, di cui non si dibatterà mai abbastanza. Ricordo quanto putiferio scatenò il post "Aboliamo il classico!" di Michele Boldrin qui su nFA quattro anni fa.

In merito getto il mio sassolino nello stagno. Il peccato maggiore del nostro sistema è che è "scollegato dal paese", come dice Bercelli, cioè non forma quelle competenze che il sistema paese richiede. Su questo punto siamo un po' tutti d'accordo.
Vado più controcorrente invece se scrivo che uno dei difetti del nostro sistema scolastico è che produce troppi laureati.
E' talmente radicata l'idea che i laureati non siano mai troppi, quasi che l'ideale sia avere un paese dove "..ad ogni semaforo c'è un lavavetri in possesso di una laurea qualsiasi", come ha scritto qualcuno; che non si riesce nemmeno a dire che in Italia vale il contrario: esiste, non da ora ma da 150 anni almeno (da prima ancora dell'unità d'Italia) uno squlibrio drammatico tra domanda e offerta di forza lavoro intellettuale, che sta tra le cause profonde di molte magagne croniche di questo paese. Comprese l'elefantiasi della PA e la diffusione di meccanismi clientelari.

Visto che anche Francesco Rocchi ha fatto la sua autopromozione, vi lascio qui un link dove  raccolgo le mie riflessioni riguardo alle ragioni di ciò.

La tesi di fondo del suo post mi sembra interessante, ma ritengo piuttosto malposta l'enfasi sul susseguirsi di riforme in Italia dal momento che il problema della "classe disagiata", in linea di massima, è comune a molti paesi occidentali, almeno tra quelle 'elite' che maggiormente sono orientate ad acquisire "credenziali", titoli di studio, etc. per il tramite del sistema educativo. Volendo mantenere il discorso su una trattazione specificamente economica, e quindi più facilmente comprensibile a chi segue questo blog, mi sembra utile fare riferimento al libro recentemente pubblicato, The Case Against Education (di Bryan Caplan), di cui peraltro si trovano facilmente svariate recensioni che ne sintetizzano le linee generali, oltre ad articoli e post dello stesso Caplan.  La tesi di Caplan mi sembra decisamente sovrapponibile alle dinamiche da lei esposte per l'Italia, cioè che sussidiare l'accesso ad un sistema educativo che inizialmente si era evoluto sulle domande di una élite relativamente ristretta e sostenuta da rendite di posizione (quindi, tipicamente, poca se non pochissima enfasi sullo sviluppo "professionale" del capitale umano, e molta su un modello culturale genericamente classista, che enfatizza sia titoli di studio e credenziali, sia più in generale l'opportunità di 'distinguersi' dalla massa) genera overeducation, richiesta smodata di credenziali e titoli sempre più 'di élite', e cattivo sviluppo di quelle forme di capitale umano che effettivamente promuovono la produttività e la crescita di un "sistema" paese.

Mi sembra invece decisamente fuorviante identificare queste dinamiche con la cultura borghese, a cui molti studiosi dello sviluppo attribuiscono anzi un ruolo decisamente positivo nella crescita economica (un esempio fra tutti Deirdre McCloskey) e di cui questo paese sembra ancora oggi difettare.  C'è decisamente poco di borghese, e molto di medievale, nell'impostazione culturale che ha prodotto il moltiplicarsi di ordini professionali nel nostro paese.

della vecchia McCloskey esistono, eccome se esistono, e io sono l'ultimo che intende negarle.
Anzi la mia preoccupazione è che possano andare perdute, o che vada perduta la consapevolezza del loro valore, negli stessi occidentali.
La mia critica al modello culturale borghese si appunta (in estrema sintesi) sul fatto che è un modello elitario e ove massificato insostenibile.
Una società in cui sono tutti borghesi (per borghese qui mi riferisco all'Habitus, non alla condizione economica di una classe media) è disfunzionale in misura disastrosa.
Tuttavia lo stesso modello culturale potrebbe forse essere corretto per essere reso sostenibile, mantenendo intatte quelle belle virtù humeane di cui parla McCloskey (e cui fa riferimento anche Lei), prima di essere massificato.
In quest'ottica io condivido l'attacco di Boldrin alla cultura "del classico": da correggere è la parte elitista del modello culturale, quella che insegue la "cultura" come strumento di distinzione, e non di efficientamento del capitale umano.
Una parte che tuttavia appartiene dello stesso modello culturale, non gli è estranea come si pretende che sia.

Grazie per aver ricordato lo splendido Post "Aboliamo il classico!".

Il problema dell'Italia è che ci sono allo stesso tempo pochi laureati (in materie "utili" come Ingegneria, Economia, Scienze varie) e anche troppi laureati (in materie che noi Ingegneri chiamiamo scherzosamente "Scienze delle Merendine"). Forse abolendo il classico come scuola d'elite si risolverebbe qualcosa. L'Italia dovrebbe copiare dalla Cina.

Anche nell'università il distacco tra istruzione e mondo del lavoro è impressionante.

secondo me voi ingegneri chimate "scienza delle merendine" anche l'economia ... e la stessa ingegneria gestionale direi :D

ma nella mia opinione lo squilibrio domanda/offerta di forza lavoro intellettuale coinvolge anche gli ingegneri, anche se in misura minore rispetto ad altre categorie.
Citando un pezzo del mio articolo linkato sopra

Anche le facoltà di Ingegneria, in Italia, sfornano ingegneri con una preparazione da dirigente di grande impresa multinazionale, poco o punto collegata con la progettazione, la manutenzione, l'impiego e il collaudo di macchine. E' indicativo come si traduca "Engineer" con "ingegnere" che suona simile a orecchio, senza rilevare la differenza di etimologia. "Engineer" significa motorista, e si dovrebbe tradurre col più generale "macchinista", col significato di esperto di macchine; ma nella lingua italiana la parola macchinista è riservata a quello che guida il tram, e gli ingegneri sono "uomini di ingegno".

Gli ingegneri sono la categoria di laureati che si occupa meglio rispetto alle altre.
Ma in termini assoluti - in questo momento in Italia - una laurea in ingegneria vale nel mercato del lavoro quanto una qualifica da conduttore di gru. Forse anche meno.

in base a cosa affermi che il "nostro sistema scolastico è che produce troppi laureati"? Addirittura da 150 anni?

Rispetto agli altri paesi, il nostro sistema produce meno laureati. E il tasso di disoccupazione tra i laureati è più basso rispetto ai non laureati.

A queste domande sono qui.

Il numero "giusto" di laureati non si misura "rispetto alla Svezia" ma rispetto alle esigenze del tessuto produttivo italiano.

Negli altri paesi europei i sistemi scolastici hanno una scuola di scarico professionalizzante, e forniscono molti tipi di preparazione secondaria subito spendibili nel mercato del lavoro, alternativi alle professioni liberali "classiche".

Il fatto che il tasso di disoccupazione tra i laureati sia più basso rispetto ai non laurati dipende dal fatto che studiare è un lusso: semplicemente studia di più chi può permettersi di farlo.
Trascurando la Self Selection non si rileva che si tratta di una correlazione spuria: i laureati hanno un vantaggio competitivo rispetto ai non laureati che consiste nello stesso capitale (economico, sociale, relazionale) che gli ha permesso di laurearsi.

I 150 anni fanno riferimento alla legge Casati del 1859, che originariamente fissò la struttura aperta del sistema scolastico italiano.

non hai risposto alla domanda che è semplice: in base a cosa affermi che il "nostro sistema scolastico ... produce troppi laureati"?

Il mercato del lavoro assorbe più laureati che non laureati. E questo è un fatto a prescindere dalla causa, e cioé che il laureato ha un capitale umano di partenza superiore al non laureato, in quanto è vero anche che in media il capitale umano di una persona con la laurea è  più elevato rispetto a quello della stessa persona senza laurea. Ed è qui il punto. Secondo l'OCSE in Italia, come altrove, il tasso di rendimento dell'investimento in istruzione terziaria è positivo sia per il privato, sia per la collettività.

In Italia ci sono meno laureati rispetto a tutti i paesi OCSE, in ogni fascia di età.  Ad esempio, nella fascia 35-44 anni, il 19% degli italiani possiede una laurea, contro il 39% della Francia, il 29% della Germania, e il 46% del Regno Unito. Differenze enormi. Il tessuto produttivo italiano è in grado di assorbire i laureati, nonostante l'incidenza più elevata di lauree umanistiche o "inutili". 

è nell'articolo.
Fare copia e incolla qui mi pare poco elegante, e saturerebbe il blog.

il problema dell'articolo è che non risponde alla domanda, se non con volteggi inutili.

Se legge fino in fondo, troverà dati aggiornati al 2016 per ogni categoria professionale, cioè relativi ad avvocati, notai, architetti, medici, ingegneri, dottori commercialisti, giornalisti, psicologi e giornalisti.
In base a tutti questi dati, la risposta alla domanda è banale: ci sono troppi laureati perché in ciascuna di queste categorie l'offerta supera la domanda di dieci volte almeno.