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Dialogo sull'immigrazione. Parte 3.

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Posso dire che non mi pare la societa' USA si stia "progressivamente dividendo secondo linee razziali"? Nella scuola di mia figlia ci sono famiglie di tutte le razze, cosa di cui gli amministratori sono molto orgogliosi, quando non hanno in realta' il coraggio di ammettere che queste famiglie apparentemente tanto diverse SONO TUTTE UGUALI. Non voglio certo affermare che gli negli USA vi sia una societa' omogenea, ma la divisione principale non e' razziale, e questo e' piu' vero oggi di quanto non fosse 20 anni fa quando sono arrivato (anzi, 25).

La divisione e' principalmente economica e i tratti di classe sono tanto visibili quanto il colore della pelle e molto difficili da superare in eta' adulta: accento, linguaggio (Trump e George W sono molto bravi in questo), cura dei denti e della persona, modo di vestire, hobbies, familiarita' con riferimenti pop-culturali, flessibilita' negli orari di lavoro, e cosi' via... Esiste una classe intermedia di persone economicamente svantaggiate ma che interagiscono (nei luoghi di lavoro) con la classe agiata e (in qualche caso) ne adotta i tratti, ma sostanzialmente questa e' la divisione, che viene perpetuata anche da una segregazione geografica estrema e in aumento. Poi certo, all'interno della lower class ci sono i bianchi e i neri, ma non capire qual e' la dicotomia rilevante e' il primo problema di chi si lascia abbindolare dalla retorica di Ta-Nahesi Coates & Co.

Ma questo cosa c'entra con il vostro argomento? Secondo me c'entra perche' non credo Aldo abbia centrato il problema. Il primo problema dell'immigrazione e' che va a competere direttamente con la classe sociale di cui parlavo, mentre e' complementare ai benefici della classe dominante, a cui non frega se fra 50 anni le pizzerie sono sparite per lasciar spazio a ristoranti con kebab e falafel. I loro figli vogliono essere portati a mangiare sushi, altro che pizza. Il bello delle' societa' occidentali pero' non sono le pizze, e nemmeno i sushi. Sono i diritti civili e le opportunita' di mobilita' intergenerazionale. Andrebbe secondo me articolato il motivo per cui una politica di immigrazione piu' o meno restrittiva va ad intaccare questi diritti, perche' non sono sicuro che debba essere cosi', ma a me pare che il rischio corrente sia che la paura dello straniero ci faccia rinunciare a parte di essi.

A me sembrano due facce della stessa medaglia. Aldo sottolinea l'importanza dell'omogeneita' per la coesione sociale, un punto indubbiamente importante. L'omogeneita' pero' dipende da molte caratteristiche. La cultura e' una, lo status socioeconomico e' un altro. Infatti la maggiore difficolta' a collective action in comunita' eterogenee mi e' sempre sembrato il piu' forte argomento su perche' dovremmmo preoccuparci della disuguaglianza economica. Poi spesso queste due dimensioni sono correlate per cui e' difficile separarle. Ed e' un punto che si applica anche alle migrazioni interne: quando famiglie povere dal sud Italia si trasferivano nel piu' ricco nord si poneva lo stesso problema, anche se la nazionalita' e la religione erano le stesse e la lingua e la cultura erano simili.

lo schiavismo

roccog 8/3/2018 - 23:30

Mi sembra nessuno abbia ricordato che paragonare gli USA all'europa in fatto di divisione bianco/neri è non banale. Negli USA vigeva la segregazione, e qualche anziano se la ricorda ancora bene, immagino. In Europa non era cosiì diffuso lo schiavismo e pertanto non c'è stata segregazione (imposta dalle leggi). Per cui, come si dice sotto, vedere compagnie di ragazzini miste che non si vedono negli USA mi sembra normale. Al limite in Europa si possono sentire gli echi del colonialismo, che è altra cosa. Molto meno percettibile.