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Dialogo sull'immigrazione. Parte 1.

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Anche qui e' questione di grado, di "tasso ottimale" per riprendere un'espressione del post. Questa evidenza storica (e scientifica) non implica che allora sia ottimale una societa' omogenea al 100%, cosi' come non implica che sia ottimale l'estremo opposto di massima disomogeneita'.

è difficile misurare "scientificamente" questa omogeneità. Rimanendo coerenti con gli esempi che fa Lei, la "società omogenea al 100%" sarebbe quella composta da 60 milioni di cloni dello stesso individuo, o forse nemmeno quella.
Suggerirei di integrare la scientificità anche con qualche considerazione empirica che accetti un grado di approssimazione maggiore, pur coi rischi che ciò comporta. Per misurare questa omogeneità infatti, come per misurare l'integrazione, dovremmo disporre di una metrica univoca, ma le culture non formano uno spazio topologico.
Trascurando questa difficoltà, si può dire che la velocità di integrazione di diverse culture (che può anche essere zero, come dice Lei) non è costante e non è uniforme.
E' minore per quelle culture più "distanti" e per quelle più chiuse, ma soprattutto è minore per quei soggetti che di integrarsi non hanno necessità. Se si ritiene che l'integrazione sia desiderabile, politica istituzionale accorta è quella che induce nei nuovi arrivati questa necessità, accelarando il processo.