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Complottismo e…cultura

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Questa una risposta a Michele Boldrin, ma, mi pareva di averlo messo sotto al suo commento, invece si trova qui. 

Il fatto che hai letto, discusso e conosciuto Severino lo trovo in qualche modo straordinario, ma  devo dire che  avevo notato, non ti saprei dire da che cosa, il segno di certe frequentazioni, non solo di Severino, ma in generale compromettenti e dubbie per un serio economista. : )

 

Mi scuso per l’assenza di sintesi. Ma, come si sa, è più rapido mettere che ridurre. 

 

Intanto, ho tolto Severino dagli autori considerati criticamente nell’articolo per ragioni di spazio e poi  perché, a differenza di autori come Foucault, che connettono subito il mito alla politica, al Potere, ecc., Severino resta più sul lato del mito e arriva alla politica solo in altro modo (ovvero nelle tesi, che non condivido e che trovo inutili e vacue, su capitalismo, tecnica, occidente ecc.). Ma sarei d’accordo nel vedere in certe sue posizioni il Paradigma ecc. Ci tornerò (spero) perché lo scritterello sul complottismo è stato un modo per saggiare, con i lettori esigenti di nFA, la plausibilità di una serie tesi ecc.

 

Detto questo, sì, c’è però un Severino che, a mio modesto giudizio, ha un certo valore, e a cui certe sue tesi visionarie (da affabulatore come dici tu) non rendono giustizia. Viste le tue frequentazioni disdicevoli e compromettenti di filosofi diciamo che qui parliamo di metafisica. Il mito di cui parlo per il complottismo è connesso, direi, allo stesso tipo di ansia, o di bisogno, che si trova all’origine della metafisica. Il bisogno, per dirla con le parole di Severino, dei “mortali” di pensarsi in una luce di immortalità… La metafisica: l’idea che il mondo abbia un fondamento, che i fenomeni abbiano una ragion d’essere, che le cose abbiano un senso. Un’ansia di “salvezza” dal “nichilismo”, dalla morte, dalla caducità, ansia che Severino rappresenta in pieno, perché è - sempre per dirla in breve -  un metafisico: l’ultimo metafisico della vecchia e declinante tradizione della filosofia (metafisica) occidentale. Metafisico era anche, per intenderci, Marx, con la sua idea di una salvezza finale della storia umana (e non solo Hegel, Spinoza ecc.). La metafisica ha molte uscite.

 

Dunque, Severino vede nel nichilismo la chiave della grande crisi che è il destino dell’Occidente, il paradigma che ci domina, che domina il nostro pensare, fare ecc. Il nichilismo è l’idea che l’essere possa non essere nulla (che esca dal nulla, come nella  teologia cristiana della creazione;  o che torni nel nulla). Da qui, salto passaggi, passa a una sorta, più che di filosofia neoparmenidea, di spinozismo: ogni realtà è santificata e rassicurata dentro l’eternità. Tanto per chiarirsi, io sono lontano dalla metafisica e  vedo anzi nel “nichilismo”, non nel senso di Severino (non nel senso che l’essere possa non essere),  ma nel senso che il mondo non abbia un fondamento, la premessa del discorso morale laico, della libertà, del valore, della politica ecc. E direi che il liberalismo stesso non può fondarsi su presupposti metafisici, come invece, però, è storicamente accaduto per quel liberalismo delle origini basato (non per la logica, ma per la retorica) in chiave giusnaturalistica, e dunque metafisica. In proposito, interessante il dibattito tra Severino e Natalino Irti (visto poi che siamo in tema: debole sul piano politico, almeno sul piano teorico, il liberalismo italiano ha una tradizione interessante di liberalismo “politico”: giuspositivo più che giusnaturalista).

 

Siamo partiti dal complottismo e siamo andati molto lontani. Non mi sentirei di dire che il complottismo è, alla lettera, in senso analitico, metafisica; però ci si avvicina,  risponde ad  un’ansia di ordine assai simile. La mitologia  è quella di un ordine andato in pezzi a causa di un evento perturbatore che si trova all’inizio della storia (un bel libro per vedere quanto sia radicata questa idea è il classico: Il Mulino di Amleto, di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend)

 

Però, sì. Severino però conosce il mestiere. Ha scritto un sacco di cose e tra queste ad esempio “La struttura originaria”, “Ritornare a Parmenide” (“L’essenza del nichilismo”), “Oltre il linguaggio” e tante altre che sono notevoli. Poi altre che sì, capisco, affabulano. Lo capisco bene, benissimo. Tuttavia, ci sono testi (te ne ho “localizzato” qualcuno) nei quali Severino è un maestro: sa di che cosa si parla quando si parla di divenire, nulla, essere, tempo, identità, differenza, principio di identità e di non contraddizione, molteplicità, unità, assoluto, relativo ecc. E questo è il punto importante. La vecchia filosofia metafisica direi che è… finita. Un segno di questo declino è che non la si capisce più, perché se ne è persa la chiave di lettura. Questo non perché sia finita la metafisica come tendenza a immaginare la salvezza (vive sono, infatti, le ideologie, le religioni, i populismi, complottismi, le idee salvifiche più o meno a buon mercato ecc.), ma perché è finito quel tipo di metafisica che attraversa la storia della filosofia. La nuova epoca – che non è post- metafisica, se non nel senso della metafisica tradizionale -  tende a   leggere  la filosofia riportandola al noto, a quello che capisce, alle proprie categorie: ed ecco le letture sociologiche o politiche di questioni logico-filosofiche; letture sociologiche che sono un modo per spiegarsi quello che sfugge. Senti gente che mescola cose diverse, anche gente di un certo livello, che fa convegni di filosofia ecc. e dice cose del tipo: “dobbiamo ritornare a un’idea forte della verità altrimenti continuerà a vincere Berlusconi”, e su questo – e solo su questo – immagina di fondare una svolta logico-filosofica che dovrebbe fare giustizia del passato…Come se per sapere che “se piove ti bagni” hai bisogno di “ritrovare un’idea forte di verità”! Oppure quelli che dicono: “senza proporre un’ontologia forte della verità, dimostrerò che i giornali raccontano una sacco di balle…” Quasi che “proporre un’idea forte di verità” sia da maleducati, e che comunque c’entri qualcosa con lo stabilire se una notizia sia vera o falsa. Come se poi, in ultima analisi, far dipendere da una ragione utilitaria (=altrimenti vince Berlusconi) il motivo per “ritornare”  (!) a una “teoria forte della verità”, non significasse esattamente il contrario: non fondare una teoria della verità, ma farla dipendere da una scelta utilitaria… Tante chiacchiere. Ecco, su questo genere di questioni Severino è tutto un altro mondo: certo lo puoi criticare, ma sul terreno della filosofia, non su un altro terreno. Severino sa argomentare dentro i concetti chiave della tradizione filosofica  con un uso preciso, non metaforico, non sociologico, non politico, non traslato, non urbanizzato o addolcito. Questo è il punto.

 

Poi il valore della filosofia resta, a mio giudizio, dentro la storia della filosofia. Il suo  valore non sta nel fatto di autorizzarci, grazie a una “teoria forte della verità”, a prendere l’ombrello per non bagnarci, o di capire che il tal politico è un truffatore. Ecco perché la rilettura post-filosofica, “culturale”, sociologica, psicologica (e non logica) della filosofia è, invece, un fallimento annunciato. Poi che cosa ci vuoi cavare da Severino? Non ci ricavi un risposta sul destino dell’Occidente… Ma mi verrebbe da chiederti: che cosa “ci ricavi” da Kant, da Hegel, da Platone, da Aristotele, da Spinoza, da Hume, da Agostino? Se tu poni la domanda dentro la storia della filosofia, ci ricavi molto, se la poni fuori della storia della filosofia non ci ricavi niente. Ma forse lo stesso vale per certa matematica astratta.

 

Io però posso capire che se si leggono certe cose di Severino l’impressione che se ne cava è proprio quella che dici tu. 

 

 Non so se sono stato abbastanza “locale”. Ma se vuoi qualcosa di più “localizzato” , potrei divertirmi a fare qualche riferimento filosofico greco. Quale “luogo” migliore del “non essere”?  A differenza, tuttavia, del sofista di cui parla Platone, non vorrei nascondermi nel non-essere.  Vabbé, la ripresa di Severino dell’”aporia del nulla”, che è forse una delle sue questioni centrali, è notevole: è una tesi greca, tra Parmenide e il Platone de Il Sofista. Anche se criticabile  per certi sviluppi e “soluzioni”, la ripresa della questione di Severino è importante (certo – occhio –  per le questioni della filosofia). L’idea che l’essere possa tornare o uscire dal nulla è una totale assurdità, che presuppone un fraintendimento del concetto di nulla che trovi anche in non pochi dei logici, e che consiste nel fatto di fare del nulla un “qualcosa”. Alcuni farneticano del nulla inteso come il vuoto, lo zero e altre metafore che non colgono il concetto di nulla, ma ne fanno un “qualcosa”.  In un’opera credo di logici, vado a memoria, uscita per una nobile università, trovai uno che scrisse che il nulla è come il buco… Stupore. Come si fa a non capire, per dire la prima cosa che capita in mente, che un buco può subentrare al suo contrario, mentre il nulla non subentra a qualcosa perché non è qualcosa? E infatti è nulla; e se è nulla, non subentra a qualcosa, perché una cosa subentra ad un’altra, ma il nulla, no non “subentra” perché non è. Per così  dire, il nulla non impedisce che ci sia qualcosa: perché parliamo del nulla. Ma un caso clamoroso e influente (molto influente anche fuori della teologia) è il cristianesimo, che costruisce un’idea di Dio e del cosmo a partire dalla creazione dal nulla, il mondo creato dal nulla…. È  un mito, un’insufficienza analitica, vedere il nulla come  un “luogo” da cui si possa entrare e da cui si possa uscire. Il nulla non è qualcosa, non è un luogo… Ecco la mia “localizzazione”, più classica di così si muore eh! 

 

Ma se si ha chiaro questo,  risulta altrettanto evidente, non solo che la creazione dal nulla è un non senso,  ma che è un non senso l’annichilimento. Nota che qui non è “Severino”: è la filosofia greca che ha sviluppato questo assunto: l’essere (con pleonasmo e imprecisione) è “eterno” (l’imprecisione è data dal fatto che l’“eternità” è comunque una rappresentazione temporale). Parmenide, la filosofia greca, sono paradossali? Ma no. Severino ha detto più volte che in ultima analisi il suo punto di partenza “parmenideo” potrebbe essere espresso dal motto di Antoine-Laurent de Lavoisier: in natura nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Il tema dell’eternità del “mondo”, anche se è una cosa solo un po’ diversa, è dentro questo orizzonte,  e storicamente è una delle tesi atee per definizione, condannate dalla Chiesa, e riproposte dagli “arabi” nel medioevo latino, perché semplicemente leggevano gli autori greci, che l’Europa non leggeva più. Il celebre  Averroè, ad esempio. Severino è un autore che, come altri, riporta l’attenzione sull’ontologia greca, la riprende, la racconta, la fa rivivere. Ovvio che uno così non poteva restare dentro la Cattolica. Poi Severino costruisce, sì, una specie di “spinozismo”, l’idea che l’essere, la Necessità, tolga via ogni caducità, che niente muoia, perché tutto è essere ecc. Il massimo della metafisica. Totale disaccordo, da parte mia. Ma qui inizia un’altra storia. 

 

 

Comunque, questa “localizzazione” è un accenno. A proposito di aporia del nulla, logica, predicazione ecc., ti mando il pdf di un saggio che scrissi in gioventù, Il Nulla e la chimera. Il Sofista di Platone e la distinzione tra “essere” della copula e “essere” dell’esistenza: è un saggio che passa in rassegna, in modo critico, partendo dall’aporia del nulla, alcune posizioni di logici moderni. Il concetto di nulla è divertente. (Se vuoi un esempio di confusione: S. Giovone, “Storia del nulla”). Sarebbe utile anche a “Astrologo”, che commenta sotto.