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Complottismo e…cultura

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Severino

michele boldrin 27/11/2016 - 01:01

Cominciai a leggere Severino dodicenne (non scherzo) su SetteGiorni, settimanale dei cattolici di sinistra "intellettualizzati" del tempo (1968-69) e sul quale mi feci i primi denti "intellettuali". Al tempo era in conflitto con l'universita' Cattolica di Milano che, credo, l'avesse rimosso dall'incarico o lo avesse almeno tentato perche' il suo scritto sul ritorno a Parmenide conteneva "eresie". L'ho poi seguito negli anni veneziani, letto con attenzione, discusso ed anche brevemente conosciuto. 

Bene: non ci ho mai cavato una beata pippa di rilevante o anche solo di originale che non fossero commenti, come dire, "poeticamente ed icasticamente coinvolgenti" su questo o quell'altro dei classici. Un intrattenitore, insomm, un affabulatore, un incantatore di audiences.

Mi puoi spiegare dove, localmente, vi sia un pensiero originale in costui? La domanda, nel caso vi sia una risposta, e' quasi seria.

Forse invecchiando son peggiorato, ma ogni volta che lo sento menzionare mi viene in mente la supercazzola secondo il noto Teorema d'Antani:

 \sqrt {Antani}+posterdati-bitumato\times {scappellamento}:sbiriguda^2 

non sapendo niente di preciso parlano in generale di un vago e oscuro tutto. Al loro meglio, dicono male con tante parole ciò che i grandi poeti dicono benissimo con poche.

Wittgenstein si rivolgeva a tipi così (non ai poeti) con "Su ciò di cui non si può dire, conviene tacere."

Mia opinione faziosa e non trattabile. ;-))

letteratura

dragonfly 28/11/2016 - 00:48

secondo Borges (la maiuscola se la merita), le conclusioni a cui giungono i grandi filosofi non sono meno ovvie delle premesse da cui sono partiti. la differenza consiste nei molti, gradevoli libri che ci hanno lasciato. (non riesco a recuperare la citazione esatta, che di sicuro era meno rozza)

Mi piace ricordare di Severino una memorabile polemica con Massimo Mugnai il quale ebbe l'ardire di criticare un suo libro pieno di pensose fumisterie parolaie, come da tradizione della filosofia continentale. In pratica, il logico Mugnai recensendo un libro del filosofo cercava di spiegare ai lettori e, con molta pazienza, a Severino stesso che tutto il suo filosofare sull'Essere e il Divenire, che lui ha chiamato neoparmenidismo (sic), è figlio di un errore sintattico da cui dipartono una serie infinita di insensatezze. Ovvero, in logica è noto da quel dì che la copula "è", che è alla base di tutti i fraintendimenti dei discorsi esistenzialistici, può indicare appartenenza, inclusione, esistenza etc. Per Severino indica sempre e solo l'identità. Se non si tiene conto di questa ambiguità del linguaggio comune si incorre in abbagli madornali. Del botta e risposta non se ne trova più traccia in rete se non nella cache di Google.Vale la pena leggerlo perché rivelatore di certa filosofia dalla consistenza dell'aria rarefatta.

Severino non la prese bene e quando la polemica fu ripresa dal Sole 24 Ore mobilitò il suo allievo e sodale Umberto Galimberti (sì, quello dei plagi, tout se tient) per una petizione nella quale si chiedeva al giornale di non dare voce al povero Mugnai colpevole del reato di lesa maestà. Evidentemente, in quell'ambito dell'accademia italiana il ricorso alle relazioni e alla mobilitazione dei branchi per risolvere le dispute era la prassi, al punto che non doveva sembrare così assurda la pretesa di silenziare le critiche in maniera autoritaria. Per fortuna il redattore del Sole non cedette, e anche di questo Severino ebbe a lamentarsi.

Il neoparmenidismo severiniano in realtà non è solo l'oggetto del libro recensito da Mugnai ma è un po' l'argomento di cui Severino si occupa maniacalmente da più o meno mezzo secolo e che nel corso del tempo si è materializzato in ogni suo libro. Vedere qui lo spassoso riassunto di Alfonso Berardinelli.

Mugnai

Giovanni Perazzoli 29/11/2016 - 16:17

Astrologo. Intanto un nome e un cognome mi permetterebbero di capire se ti conosco ecc. Berardinelli, lo lessi. Bah mi pare un misto di cose ben dirette tra tante sparate di chi non conosce i temi di cui parla.

Invece seriamente. Non sono sicuro di capire che cosa c’entri con Severino la distinzione di essere della copula e di essere dell’esistenza. Ci metti anche l’identità. Ti sarei grato se me lo spiegassi senza rimandare alle parole di Mugnai.

Sarei anche curioso di sapere, ma questo è, appunto, un altro discorso, se ritieni che l’essere della copula, distinto dall’essere dell’esistenza, riguardi degli “oggetti che non esistono”, e nel caso, quali sarebbero. 

cop

palma 29/11/2016 - 19:32

caro Giovanni la questione delle copule e' oscura ed assai complicata.

due esempi

palma e' adriano

(in quanto enuciato in cui la copula [e'] viene fiancheggiata da due nomi, se e vero l'enunciato ne segue che e' falso

 

adriano non e' palma

 

[spero non esser oscuro)

si consideri invece un secondo esempio 

 

 

la scarpa e' rotta  [che non e' un enunciato di identita', e' una predicazione, in particolare attribuisce la proprieta' [esser rotta] alla scarpa--

non ne segue, a meno di non giocar con le parole che la scarpa e' eternamente rotta, che non la si puo' riparare, etc.

 

 

Severino ritiene, cosa dubbia a mio modesto avviso, che le copule nel linguaggio sian tutte implicanti esistenza. non voglio tediarla con la tesi.

ma consideri, per caso, quanto naturale e' dire

 

TRE SON LE COSE CHE NON ESISTONO, LA FELICITA'. UN MARITO CHE NON ANNOIA, UNA SBORNIA CHE NON FA MAL DI TESTA

 

 

se il SON e' copula di esistenza, la frase deve aver nessun senso, a mo avviso e' affatto sensata (ho persino qualche serio sospetto sia vera)

 

Mugnai dice una cosa del genere in mod elegante

(non so Severino). Ditemi voi se ho capito male. L'essere di "la scarpa è rotta" non è identità è predicazione: attribuisce la proprietà di esser rotta alla scarpa (dice Palma). L'enunciato "la scarpa è rotta" implica che la scarpa esiste? A me pare di no. Si può predicare qualcosa anche di un oggetto che non esiste: "La Chimera è feroce". L'esistenza è necessaria solo per asserire la Verità di un enunciato. Solo gli enunciati quantificati possono assumere valore di Verità, gli enunciati quantificati sono esistenziali o universali, e un enunciato esistenziale, parafrasato nella forma estesa, domanda sempre se Esiste o non Esiste l'oggetto di cui predica un attributo. "La scarpa è rotta" può essere Vero o Falso, "La Chimera è feroce" è necessariamente falso.   Ricordo un esempio famoso: "Pegaso Vola" (Quine, da Parola e Oggetto). Domandiamo: l'enunciato è vero o falso? L'imbarazzo qui è provocato chiaramente dal fatto che Pegaso non esiste. Uno potrebbe rispondere.. OK, Pegaso non esiste. Ma nell'universo fantastico, nel mito, nelle fiabe, nei film per bambini, in tutti quei mondi in cui esiste, Pegaso vola sempre. Quindi SI, Pegaso vola, l'enunciato è vero. Un'altro potrebbe rispondere.. Ma no, non ha senso dire che vola o che non vola di qualcosa che non esiste. Solo ciò che esiste può avere attributi. Il valore di verità dell'enunciato è indeterminato. Entrambe risposte sono sbagliate. L'enunciato è falso. Per vederlo basta parafrasarlo secondo lo schema della logica delle proposizioni. Diventa: "Esiste almeno un X : [X = cavallo alato di nome Pegaso] & [X vola]" Esiste? No. Quindi l'enunciato è falso. L'esistenza non è un attributo. E' il presupposto di tutti i predicati veri.

mi permetto di far osservare che l'affermazione"pegaso vola" non ha nulla a che fare con l'esistenza di pegaso che appunto sarebbe "esiste pegaso" , la congiunzione delle 2 e' falsa dal momento ceh e' falsa la seconda , la prima in se' non si puo dire essere falsa

Egli afferma:

L'esistenza o meno di una cosa come Pegaso decide della questione se l'enuciato "Pegaso vola" abbia valore di verità o meno.

cit. da Parola e Oggetto, p.218.

Io concordo con lui. L'enunciato "Pegaso vola" è un enunciato esistenziale, che nella forma colloquiale del linguaggio comune si contrae nascondendo il quantificatore esistenziale , che tuttavia è implicitamente presente nell'enunciato.
Come noto un'enuciato può essere vero o falso solo se è quantificato.
Per evidenziare il quantificatore, l'enunciato deve essere parafrasato nella forma estesa della logica proposizionale:

(x)(x=Pegaso & x vola)

Nella forma del linguaggio comune l'enuciato è più conciso e comodo da utilizzare, ma solleva questi problemi relativi ad (apperenti) lacune di valore-verità.

La parafrasi non è la congiunzione di due predicati, perché l'enunciato "Esiste Pegaso" non è un predicato. L'esistenza non è un attributo.
L'errore si può evidenziare tentando di parafrasare questo enunciato come il precedente per evidenziare il quantificatore. Esso diviene:

(x)(x esiste)

Come nota lo stesso Quine, non c'è nessun senso evidente in questo enunciato, che è banalmente sempre vero:

Quello che abbiamo fatto qui è interpretare "esiste" come un termine generale ordinario, o predicato [..] ma "esiste" non ha alcuna funzione indipendente nel nostro vocabolario quando (∃x) è  a nostra disposizione.

Col mio intervento intendevo dire che si può predicare qualcosa anche di un oggetto che non esiste ("Pegaso vola", "La Chimera è feroce", "Mefistofele è malvagio"); ma il predicato che ne risulterà sarà sempre falso, ancorché non privo di significato.

 

esempio

bonghi 15/12/2016 - 13:00

mi permetto di dissentire con la posizione espressa nel libro citato , ovviamente ne contesto solo la forma ....

se la proposizione in questione e'

esiste pegaso e pegaso vola , allora dalla falsita' della prima ( supponiamo che pegaso non esista ) deriva la falsita della congiunzione delle 2

la pretesa di voler dire che l'affermazione pegaso vola e' falsa presa singolarmente porta a strane contraddizioni , di qui l'esempio in cui seguo la logica proposta:

pegaso vola ----> falso ( perche' pegaso non esiste )

pegaso non vola -----> falso ( per il motivo per cui e' falsa la precedente , cioe' la non esistenza d pegaso )

da qui con piccole accortezze logiche sarebbe deducibile che e' vero che pegaso vola e non vola contenporaneamente cosa che tipicamente in logica viene considerata "falsa" .... forse inpossibile sarebbe piu' appropriato

ammetto di non aver letto solo pagina 218 e quindi potrei non essere a conscienza di certe ipotesi fatte in pagine precedenti

concludo affermando che tipicamente in logica le porposizioni sono vere o false solo per ipotesi o deduzione , quindi se per ipotesi possiamo accettare la non esistenza di pegaso , non abbiamo modo di dedurre il fatto che pegaso non voli

grazie comunque  della cortese riisposta

Forse nel mio intervento precedente mi sono chiarito abbastanza.
L'equivoco sta nel considerare "Pegaso vola" e "Pegaso esiste" come se fossero DUE predicati equivalenti. Non lo sono. Solo "Pegaso vola" è un predicato, "Pegaso esiste" ha la forma apparente di un predicato ma non lo è, perché l'esistenza NON è un attributo, ma il presupposto necessario di tutti gli attributi (negli enunciati veri).
Quindi "Pegaso esiste e Pegaso vola" NON è la congiunzione di due predicati. E' un unico predicato.

L'enunciato "Pegaso vola" è falso, perché è equivalente all'enunciato "Esiste Pegaso e Pegaso vola".
L'enunciato "Pegaso non vola" è parimenti falso, perché è equivalente all'enunciato "Pegaso esiste e Pegaso non vola".
Non vi è alcuna contraddizione logica, perché i due enunciati non sono complementari logici.

Detto in termini immediatamente comprensibili: Se Pegaso non esiste, non può esser vero che vola, e non può esser velo che non vola.
Ne' tampoco, dal momento che non esiste, può porci alcun problema logico l'ammettere che vola e non vola allo stesso tempo.

chiarezza

bonghi 15/12/2016 - 16:48

non si preoccupi , il suo intervento era chiarissimo .... un equivoco sta nella parola "equivalenti" , evidentemente l'esistenza e la capacita' di volare non sono equivalenti

premetto ceh tutto cio' che dico ha una valenza logica , poi ad ognuno decidere se accetarla o meno

circa il fatto che siano una congiunzione , la "e" che interpone tra le 2 proposizioni ( "pegaso esiste" , "pegaso vola"  )  sta ad indicare proprio una congiunzione

in logica i concetti di attributo e predicato ( predocato in realta' esiste come sinonimo di proposizione ... se non ricordo male ... ) non esistono quindi non analizzo la parte in cui ne fa uso , in logica esistno le proposizioni , i connettivi logici ( disgiunzione , negazione etc etc ) , i quantificatori ( esistenziale , universale )

"pegaso vola" e "pegaso non vola" sono uno la negazione dell'altro , mi viene da dire col suo linguaggio che siano complementari ( almeno in logica classica ecco ) quindi .... ma non so cosa intendesse con complementari nel caso specifico

ora mi perdoni la notazione "informatica" in cui uso ! in qualita' di non  ( negazione ) e A e' una qualsiasi proposizione ( con o senza pegaso la validita' e' universale )

! ( A e !A ) .... cioe' non e' possibile che sia contemporaneamente A e non A qualsiasi sia A .... se le interessa le posso fornire la facile dimostrazione

.... e glielo facci presente con rammarico dal momento che uno dei miei cavalli di battaglia sull'esistenza di dio e' stato che potesse esistere e non esistere al tempo stesso .... tuttavia cio' e' impossibile anche per dio a meno di negare regole "certe" come quelle della negazione e della disgiunzione

saluti e grazie per la disponibilita' 

 

Equivalenti

Nasissimo 15/12/2016 - 19:15

Qui stava per "Logicamente equivalenti", era sottinteso.
Due enunciati si dicono logicamente equivalenti quando assumono lo stesso valore di verità: l'equivalenza logica è la doppia implicazione.
(Nota a margine: sarebbe meglio dire enunciati che proposizioni, la proposizione essendo un concetto controverso e foriero di altre difficoltà nella filosofia del linguaggio, che rimandano al problema del significato).

Lei continua a fare lo stesso errore. La congiunzione qui non c'è affatto: esistenza e capacità di volare NON sono congiunte da una somma logica, perché NON sono due proprietà.
La capacità di volare, è una proprietà; l'esistenza è il presupposto - implicito o esplicito - di quella proprietà.
Il linguaggio comune è foriero di equivoci come questo, perché usa la stessa "é" come copula, per la predicazione e per l'equivalenza (qualcosa di simile notava Palma qui sopra).
Per questo è utile parafrasare l'enunciato nella forma canonica della logica dei predicati:

(x)(x=Pegaso & x vola)

Qui si vede meglio che tra (∃x) e (x vola) non c'è un simbolo &, ma un implicito "tale che": non c'è congiunzione.

"Pegaso vola" e "Pegaso non vola" NON sono complementari logici, perché NON sono l'uno la negazione dell'altro, come Lei afferma. Lo sarebbero se Pegaso esistesse.
Il principio di non contraddizione afferma che "non è possibile che lo stesso attributo possa appartenere e non appartenere allo stesso tempo allo stesso oggetto" (..sotto il medesimo riguardo, aggiunge Aristotele, precisazione degna di nota ma che trascuriamo).
Si applica agli attributi (l'esistenza non lo è) ed agli oggetti (che esistono, sottinteso).
Un oggetto che non esiste, non esiste, e quindi può avere e non avere ogni attributo, in ogni tempo, sotto ogni riguardo, senza contraddizione alcuna. 
Quando ci disponiamo a fare una qualsiasi considerazione sulla verità non verità, contraddittorietà o non contraddittorietà, di un qualsiasi predicato, noi implicitamente assumiamo che il suo oggetto esista.

Nei suoi termini: Il principio di non contraddizione, che Lei cita nella forma !(A&!A), è valido per A proposizione. Per A mazzo di asparagi è privo di senso.
Proposizione è qui proposizione della logica (non della linguistica).
Proposizione della logica è tante cose diverse, ma nella logica bivalente aristotelica

si intende per proposizione un tipo particolare di dichiarazione, che afferma o nega il predicato di un soggetto.
Le proposizioni aristoteliche hanno una forma del tipo tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo.

La citazione è dalla definizione di proposizione (della logica) da Wikipedia.
Cioè sono di due tipi: universali (tutti gli uomini sono mortali) ed esistenziali (Socrate è un uomo).
Entrambi i tipi sottintendono l'esistenza del loro soggetto.
La prima potrebbe essere parafrasata con tutti gli uomini che esistono sono mortali (tra quelli che non esistono ce ne sono pure di immortali, come Highlander); la seconda con "Esiste almeno un uomo che si chiama Socrate".
Quando Lei scrive !(A&!A), Lei ha già affermato che il soggetto di A esiste, qualunque proposizione sia A. Se il soggetto di A non esiste, allora A non è una proposizione. Ma allora !(A&!A) non è vero.

P.S. Visto che Lei cita le dimostrazioni dell'esistenza di Dio, è divertente notare come una di esse, forse la più celebre di tutte, la cosiddetta prova ontologica, che data fino da Anselmo d'Aosta (ma forse addirittura da Agostino) passa da Arnaud, Descartes, Leibinz e continua ad essere proposta fino al XIX secolo (mi pare che Kant noti per primo, ma ancora un po' confusamente, che l'esistenza non è un predicato come gli altri) si fonda proprio su questo equivoco, consistente nel pensare l'esistenza come un attributo (e quindi x esiste come un predicato).
Questa "prova" si basava proprio su questo equivoco. Anselmo pensa l'esistenza come un attributo, e dice: Dio è l'essere perfettissimo, ossia l'essere che ha tutti gli attributi possibili; se Dio non esistesse, allora si potrebbe pensare un essere che ha tutti gli attributi di Dio più l'esistenza, ossia un essere ancora superiore, ancora più perfetto, perché ha tutti gli attributi di Dio più uno.

 

spero non si offenda se scherzosamente la paragono al noto studioso ..... da cio' che scrive desumo che anche lei , come lui , legga i libri al contrario.

sorvolo su certe cose ceh non sono chiare nel suo discorso e vado dritto al punto:

L’enunciato “l’attuale re di Francia è calvo” non sembra essere né vero, né falso, e neppure

insensato, ma ci accorgiamo che è semplicemente falso nel momento in cui lo traduciamo

nell’equivalente “esiste oggi un re di Francia ed è calvo”. Allora vediamo bene che l’enunciato ha la

forma di una congiunzione in cui uno dei congiunti è falso, dunque è falso.

ripeto : allora vediamo bene che l'enunciato ha la forma di una CONGIUNZIONE in cui uno dei due congiunti e' falso.

Per esempio nel caso di “Pegaso vola”, la traduzione:∃x (x è Pegaso ∧ x vola) mostra che non siamo di fronte a una struttura nome/predicato (ossia a “x vola” saturato con “Pegaso”) ma a due predicati : “essere Pegaso” e “volare”

ripeto : NON siamo di fornte a una struttura nome predicato ma a DUE predicati : "essere pegaso" e "volare"

mi rendo conto di non aver aggiunto nulla a quanto gia' affermato da me e negato da lei nei commenti precedenti

tuttavia mi auguro lei non voglia dubitare oltre che della mia anche dell'attendibilita' di una dispensa universitaria di cui le porto la fonte:

http://www.dif.unige.it/epi/con/dag.pdf    capitolo "nomi o predicati?"

in ultima analisi le faccio presente che non e'possibile che un mazzo di asparagi non sia un mazzo di asparagi

!(A e !A) resta sempre valida , come le ho gia' detto nemmeno dio puo trascendere tale regola .... cmq non volevo assoultamente tirare in ballo dimostrazioni dell'esistenza di dio , la mia era solo una battuta per la felice convivenza di credenti e non credenti

qualcosa in merito alle assunzioni:

evidentemente russel , e quine di conseguenza pongono l'implicazione ( nel teso si parla di equivalenza , ma per il momento valuto solo l'implicazione in un solo verso ) : pegaso vola ----> esiste x t.c. x e' pegaso e pegaso vola , ed e' da questa seconda proposizione che fanno le loro deduzioni .....

liberissimi di farlo tuttavia mi permetto di dissentire ( cosa personalissima e non logica questa volta ) nel merito dell'assunzione ..... mi spiego:

mi piace pensare che l'affermazione "la superficie di un disco e' uguale pigreco r quadro" sia vera non ostante il cerchio non esista , pigreco non esista e conseguenza dell'inesistenza del cerchio nemmeno il raggio esiste ....

piu' in generale il 99% della matematica tratta oggetti inesistenti , voglio solo salvare la validita' delle deduzioni matematiche

se qualcosa non le fosse chiaro non esiti a chiedermi spiegazioni che , ove le mie competenze me lo permetteranno , non esitero' a fornirle

cordialmente bonghi

bonghi, provi a sostituire quell "e" con un "tale che".
Se io leggo al contrario, lei non legge proprio. Non solo quel che scrivo io, neppure quello che posta Lei. Io avevo affermato che l'esistenza non è un attributo.
Quindi "Pegaso vola" è un predicato mentre "Pegaso esiste" non lo è, e non può esserci alcuna congiunzione logica tra i due. La forma parafrasata dell'enunciato è:

(x)(x=Pegaso & x vola)

una congiunzione c'è, ma è tra le due proprietà, che sono l'esser Pegaso e il volare. L'esistenza è fuori dalla parentesi che contiene gli attributi, perché non è un attributo, e non è congiunta con essi. Gli attributi di Pegaso poi sono molteplici, potremmo scrivere anche

(x)(x=Pegaso & x vola & x ha la criniera & è bello & x nitrisce..)

Così di congiunzioni ce ne sono quante ne vuole, pur di lasciare l'esistenza fuori dalle parentesi. Nell'esempio famoso "l'attuale Re di Francia è calvo" che dobbiamo a Bertrand Russell, richiamo di cui ringraziamo il dott. Palma (dal celebre articolo "on Denoting", pubblicato su Mind nel 1905 e consultabile qui) la "traduzione" (parafrasi) corretta è quella che esplicita il quantificatore:

(x)(x è l'attuale Re di Francia & x è calvo)

anche qui c'è una congiunzione, ma anche qui è tra l'essere l'attuale Re di Francia e l'essere calvo, mentre l'esistere è presupposto di entrambe.

Nella stessa dispensa che Lei cita, l'autrice porta proprio lo stesso esempio "Pegaso vola", si rifa proprio a Quine, e lo parafrasa esattamente come lo avevo parafrasato io:

∃x (x è Pegaso ∧ x vola)

L'unica differenza tra questa parafrasi e quella che le avevo evidenziato io è che qui si preferisce il simbolo ∧ al mio &. Mai negato che ci sia una congiunzione quindi, ma solo che l'esistenza possa essere enumerata tra gli attributi (cioè che la congiunzione possa essere tra l'esistenza e qualcos'altro).

Questa fallacia, che consiste nello scambiare l'esistenza per un attributo e trattarla come tale, mentre è il presupposto di tutti i predicati di attribuzione, è molto comune. La chiamano "fallacia della classe vuota". Conduce a formulare sillogismi apparentemente corretti che conducono a conclusioni inaccettabili. Per esempio questo (Keane):

1) tutti i Ciclopi sono bipedi
2) tutti i bipedi sono esseri viventi
-> almeno un essere vivente è un Ciclope

La conclusione errata si è manifestata, come al solito, perché nella prima premessa si è implicitamete ammessa l'esistenza dei Ciclopi, senza rendercene conto e senza esplicitarlo. Ciò in certi contesti può essere accettabile (per esempio se stiamo parlando di mitologia) ma nelle elaborazioni della logica dei predicati questo contesto può perdersi, se non se ne tiene traccia, come suggerito da Russell.

Non cercherò di convincerla che la sua !(A&!A) - che è il principio di non contraddizione - non è "sempre valida": lo è solo nella logica bivalente aristotelica, e lo è se e solo se A è una proposizione. Ma A è una poposizione (della logica) se e solo se il suo soggetto esiste.

Pigreco*r2 = area della circonferenza non è forse vero anche se la circonferenza non esiste? E chi ha detto che la circonferenza non esiste? Forse Lei si confonde con il concetto di reale (nel senso di fenomenico, tangibile). Delle difficoltà si possono incontrare con i soggetti autocontraddittori ("I quadrati rotondi non sono figure gometriche", cit. Palma) ma qui si va sul difficile.
Lasciamo perdere, non se ne esce più. Se Lei se la sente di dissentire da Russell e Quine, e perfino dalla prof. D'Agostini che sta citando (e senza il permesso dell'autrice, espressamente richiesto nella dispensa) a convincerla io non ci riuscirò mai. :-)

 

credo di capire

bonghi 17/12/2016 - 00:51

con le parole della professoressa , spero non se na avra' a male se le sue preghiere non saranno esaudite

"Ciò significa che il “peso referenziale” ovvero il “peso ontologico” è scaricato interamente sul quantificatore"

mi permetto pero' di diffidare dall'affermazione:

"Non cercherò di convincerla che la sua !(A&!A) - che è il principio di non contraddizione - non è "sempre valida": lo è solo nella logica bivalente aristotelica"

 il principio !(A e !A) vale anche in logica non classica ( non aristotelica per lei ) ,  lo si deriva da proprieta' della disgiunzione , della negazione e della congiunzione

considerazioni sull'esistenza di pigreco : esso esiste , come pegaso , solo nella mente di chi lo immagina

concludo pero' rinnovando quanto premesso :"esiste pegaso e pegaso vola , allora dalla falsita' della prima ( supponiamo che pegaso non esista ) deriva la falsita della congiunzione delle 2" che mi sembra in linea con la posizione di russel

preciso e mi scuso per l'insistenza che le mie osservazioni sono solo a livello formale logico circa la possibilita' di dedurre o meno certe proposizioni da altre .... il dibattito sulla verita' effettivamente esula dalla mia osservazione e ho sbagliato nel sottovalutare il concetto di "verita'" cui si faceva riferimento.

con le scuse se sono stato arrogante , bonghi

domanda

bonghi 19/12/2016 - 11:39

spero di non avcerla urtata troppo con la mia insolenza ( come immagino lei sappia passare da una visione delle cose ad un altra e' sempre traumatico ) , nel caso la mia speranza sia fortunata le vorrei fare una domanda perche' ancora non mi e' tutto chiaro:

la falsita' dell' affermazione e' legata all'esistenza di x , tuttavia non cpaisco come la sola non esistenza di x , slegata dalla proprieta' x e' pegaso possa portare alla negazione di pegaso vola 

grazie , bonghi

tra l'altro io avrei formalizzato cosi' :

p( x ) = x e' pegaso

v( x ) = x vola

allora : esiste x ( p(x) e v(p) )

dove sbaglio?

Urtare?

Nasissimo 19/12/2016 - 19:05

E perché mai. Le domande non devono urtare mai. Anzi ce la prendiamo sempre troppo quando qualcuno ci contraddice. Se a seguito di questa discussione lei ha modificato anche di poco la visione delle cose come dice, dimostra onestà intellettuale e da una lezione di umiltà a tanti presuntuosi (come me).
Volentieri Le rispondo, premettendo che non ho titoli per salire in cattedra: mi interesso di queste cose per hobby e non sono professore di Filosofia (Adriano Palma lo è) e sperando di non urtare io i redattori di nFA e l'autore del post (che questo è un blog di Economia e qui si parlava di complottismo, siamo parecchio OT).

Abbiamo qui dibattuto un problema ontologico antico, quello che domanda la verità degli enunciati che predicano qualcosa di un oggetto che non esiste (come "Pegaso vola").
Bertrand Russell, nel famoso articolo del 1905 citato sopra, propone la sua soluzione del problema. Egli suggerisce di parafrasare tutti gli enunciati (gli enunciati quantificati, sentences, i predicati: gli unici che possono avere valore di verità) nella forma della logica formale esplicitando il quantificatore come si è visto. In questo modo gli equivoci generati dalla imprecisione del linguaggio comune sono scongiurati, ed il valore di verità di ogni enunciato (quantificato) diviene immediatamente riconoscibile.

Il "trucco di Russell" (chiamiamolo così) sembra uno strumento potente capace di risolvere il problema una volta per tutte.
Lasciamo da parte "Pegaso vola" ed applichiamolo per esempio al classico dei classici, l'enunciato esistenziale per antonomasia: "Socrate è un uomo". Socrate è morto quindi non esiste più. Per aggirare la difficoltà sostituiamolo con qualcun altro. Consideriamo "Adriano Palma è un uomo" (Palma non si offenderà se lo metto al posto di Socrate).
Noi diciamo che questo enunciato è vero perché Palma esiste, ed è un uomo.
Consideriamo un altro enunciato con struttura formale identica al precedente: "Manlio Gallastroni è un uomo". Chi è Manlio Gallastroni? E' uno con esiste, me lo sono inventato io in questo momento. Questo enunciato è falso, perché Manlio Gallastroni, se non esiste, non può essere un uomo; come non può essere un gatto o una cornacchia; come non può volare, né restare a terra, né fare puzzette.
Qualunque predicato presuppone, implicitamente o esplicitamente, l'esistenza del soggetto. Prima di volare o non volare, prima di essere un uomo o essere un gatto, prima di fare qualcosa o non farne un altra, prima di possedere o non possedere un qualunque attributo, tu devi esistere.
E l'esistenza non è un attributo: è il presupposto necessario di tutti gli attributi (negli enunciati veri). L'errore comune di considerarla e trattarla come un attributo ha prodotto molte fallacie, tra cui forse la più grande è la "prova ontologica" dell'esistenza di Dio, fallacia che perdura almeno per 1500 anni nella storia del pensiero occidentale.

Quindi dire "Socrate è un uomo" significa, sì, dire "Socrate esiste ed è un uomo", ma meglio è scriverlo con la notazione della logica dei predicati, come suggerito da Russell:

(∃x)(x è Socrate ∧ x è un uomo)

in modo da evidenziare che l'esistenza non è un attributo che si "congiunge" logicamente agli altri, ma si colloca fuori dalla parentesi prima dell'enumerazione delle proprietà.
Solo questa scrittura è corretta, quelle che mettono l'esistenza tra le proprietà non lo sono:

(x)(x è Socrate ∧ x è un uomo ∧ ∃)
(x esiste ∧ x è Socrate ∧ x è un uomo)

Russell nel suo articolo pone anche l'unicità di x tra le condizioni, ma possiamo trascurare leggendo come "Esiste almeno un": se di Pegasi che ne fossero due, per noi "Pegaso vola" sarebbe vero.
Notiamo anche, a margine, che usando il metodo di Russell l'enuciato "Pegaso vola" è falso, non è indecidibile. Come sappiamo nella logica trivalente oltre al V e al F c'è anche il valore di verità indeterminato, il don't care, che è anche esso un valore di Verità. Non è questo il caso, dice Russell: se Pegaso non esiste allora "Pegaso vola" è falso, come si vede subito parafrasandolo alla sua maniera.

Con questo la questione parrebbe chiusa, ed il problema risolto, ma non è esattamente così.
Già Quine, nel testo che citavo, circa cinquanta anni dopo Russell, manifesta alcune perplessità, e con lui molti altri, come il Peter Strawson che ricorda Palma, nel famoso articolo pubblicato sempre su Mind nel 1950, da titolo On Referring.
Non è naturalmente che Russell dica sciocchezze, ma Russell è un logico e massimamente un matematico, affronta il problema from a logical point of view, e ne da una soluzione logica. Avendo riconoscuito che molti equivoci sono prodotti dall'imprecisione del linguaggio comune, egli suggerisce di affrontarli adottando (all'occorrenza) la precisione e il rigore dei linguaggi formalizzati, come il linguaggio della matematica.
Gli enunciati della matematica hanno tutti, immediatamente, la forma canonica della logica dei predicati: qualunque enunciato matematico o è un enunciato universale, o è un enunciato esistenziale; ed assume rispettivamente la forma

(∀x)(A∧B∧C)
(∃x)(A∧B∧C)

dove A,B,C sono le proprietà (attributi) x è l'oggetto ed ∃ (∀) è il quantificatore.
Mai si vide il quantificatore inserito tra gli attributi, e congiunto ad essi per somma logica.
Ma usando il metodo di Russell si risolve il problema solo spostandolo altrove (qui forse sta l'origine del suo dubbio).
Così facendo infatti il "peso referenziale" o "peso ontologico" è scaricato interamente sul quantificatore, come si legge nella dispensa da lei citata (e come nota Quine).
Ci si pone cioè la domanda di cosa significhi ∃x preso da solo.
Di cosa mai questa esistenza sia. Non è un'attributo, ok, questo lo abbiamo capito, grazie professor Russell. Ma allora cos'è?
Qui si dovrebbe passare ad Heidegger (Dasein, ex-sistere, "esistere è esser-ci", ecc.) come fa la sua professoressa, ad Husserl, allo stesso W.V. Quine di di On what there is, del 1948, ma ci perderemmo. Le lascio il link e provo a dire qualcosa io.

Nel linguaggio della matematica il quantificatore è sempre associato a un Dominio.
L'enunciato esistenziale matematico (proposizione, teorema) ha la forma:

∃x ∈ D : (A∧B∧C)

e si legge"esiste almeno un x appartenente a D tale che.." l'esistenza è da subito associata a un Dominio, come un insieme numerico o una qualsiasi altra classe, precedentemente definita.
Ove il Dominio non sia specificato si dovrebbe assumere implicitamente l'Insieme Universo, cioè l'insieme che contiene tutti gli elementi e tutti gli insiemi, compreso se stesso. 
Conoscendo i problemi cui si va incontro con una classe come questa, viene spontaneo guardarsi da un simile mostro: è la Morte Nera della Teoria degli Insiemi.
Ma chiediamoci piuttosto quale sia il suo corrispondente nel linguaggio comune, che è quello che stiamo osservando qui.
Cosa si intende, nel linguaggio comune, quando diciamo che "x esiste"? In quale Dominio?
Si intende, suppergiù, che "appartiene al mondo", dove il mondo è il mondo reale. Nel linguaggio comune l'insieme Universo è, appunto, l'Universo. Cioè l'universo reale. Per questo, forse, istintivamente, lei scriveva prima che una circonferenza "non esiste": la circonferenza è un oggetto concettuale, non appartiene al modo fenomenico, quello fatto di "cose", ossia non è "reale", se reale è ciò che si può esperire (direttamente e indirettamente) e poi condividere.
Ma cos'è "reale"?
Solo ciò che può essere oggetto dell'esperienza, ed osservato e misurato e condiviso? Una forma geometrica astratta è reale? Un sentimento è reale? Una rappresentazione del pensiero è reale?
Dio è reale?
A quest'ultima domanda da sempre alcuni ripondono si, altri ripondono no, e ci si è ammazzati e ci si ammazza ancora per questo.
Il "trucco di Russell" ci ha risolto, forse, il problema filosofico dell'esistenza, ma ce lo ha risolto solo a livello della logica dei predicati. 
Al livello ontologico più generale ce lo ha fatto solo sostituire col problema del realismo, che è un problema filosofico ancora più grande.

 

grazie

bonghi 19/12/2016 - 20:16

per la cortese risposta ... mi unisco alle sue scuse per l'essere ampiamente fuori tema.

se ho capito la posizione di russel , quella di quine ancora non mi e' chiara .... forse col tempo ne capiro' la consistenza

chiave per capire il mio errore e' stato lesempio dei ciclopi , nel mio modo di vedere le cose esistono  i ciclopi .... pur rendendomi conto che tale affermazione e' falsa

spunti  (non critiche) : sarebbe interessante indagare sulla validita' del principio per cui affermiamo la non esistenza di pegaso dal momento che dimostrarlo e' difficile ( scriverei impossibile ma me ne guardo bene ) e la sua conseguete  impossibilita' di volare .... magari il prof  palma ci puo aiutare

piccolo appunto per non tradire il mio spirito "critico" : scriva famiglia di insiemi , non insieme di tutti gli insiemi o richia che darth russel scateni la morte nera

su dio : mi pare di aver capito che godel riesca a spingere oltre la problematica per l'esistenza di dio trasferendolo alle qualita' di dio e dimostrandone l'esistenza

grazei ancora bonghi

Mi scuso mi era sfuggita questa appendice molto interessante. La cosa curiosa è che, qualche tempo fa, molto tempo fa, mi sono molto interessanto di questi temi, e avevo anche scritto una cosa. Quindi, se trovo un po' di tempo, provo a dire come la vedo...

Un "babbo Natale non esiste" dichiarato da un direttore d'orchestra a un concerto per bambini gli è costato il licenziamento in tronco.
Quel che "esiste" e quello che "non esiste", come quel che è "vero" e quello che non lo è, da sempre è oggetto di battaglie all'ultimo sangue..

prova

bonghi 31/12/2016 - 18:53

provo ad introurre il mio pensiero , nulla di trascendentale , semplicemente il primo problema che mi sono posto:

per quello che esiste credo non ci siano problemi

la domanda invece che mi ponevo era circa la veridicita' di un affermazione che nega l'esistenza di qualcosa , nello specifico:

"non esiste pegaso" e' vera?

se lo e' , cio e' coerentee con la posizione di quine?

buon anno nuovo

Rapidamente

Nasissimo 10/1/2017 - 16:04

I quantificatori principali sono quelli di Frege e sono due: "esiste" e "per ogni" (∃,∀).
A questi si possono aggiungere i loro negati "non esiste" (∄) e "non tutti" (¬∀), "esiste ed è unico" (∃!) e le varie combinazioni possibili; ma non è necessario perché gli enunciati che li contengono si possono parafrasare in una forma equivalente che fa uso dei primi due (o anche di uno solo).
L'enunciato "Pegaso non esiste", seguendo il suggerimento di Russell, si può parafrasare con una tra le formule equivalenti:

(∄x)(x=Pegaso)
(∀x)(x≠Pegaso)

e quindi credo che sia vero.

Questa non è esattamente la posizione di Quine. Quine riporta il problema ontologico alla sua complessità originale compresi i paradossi, tra cui è l'enigma platonico del non-essere, che lui chiama metafora della "barba di Platone"
 Non being must in some sense be, otherwise what is it that there is not?
La posizione più articolata di Quine è descritta nel suo articolo del 1948, scaricabile online a questo link, che le lascio.
Ciò è divertente, ma per mio gusto (ora i filosofi mi insulteranno) alla fine un po' inconcludente. La mia modesta opinione è quella che avevo sommariamente descritto prima: il "trucco di Russell" è uno strumento potente, e validissimo per chiarire il problema dell'esistenza a livello della logica dei predicati.
La livello ontologico più generale il problema dell'esistenza è contenuto nel problema del realismo, un problema troppo grande per essere affrontato qui in un breve scambio di battute.

gia' mentre scrvevo il quesito sulla veridicita' di pegasono non esiste mi assaliva forte un dubbio , che e' maturato nei giorni successivi e forse mi ha avvicinato a comprendere parte della tesi di quine , o almeno di cio' che mi pare sia la sua tesi , potrei sbagliarmi pero'

fatta questa premessa , e successivamente questa , e cioe' che non ho letto il saggio proposto dico:

la mia domanda era sbagliata ..... mi pare di aver capito che quine ( correggetemi se sbaglio ) avesse distinto tra proposizioni e attributi ( distinzione che non mi era chiara in principio ) .... credo cio' sia dovuto al fatto che se delle prime ha senso se chiedersi o meno se sono vere , nelle seconde questo senso non c'e' .... credo , e ripeto credo non ho letto nulla a riguardo , la differenza tra proposizioni e attributi sia proprio questa , cioe' che dei primi ci si chiede se sono veri o meno , degli attributi no.

se l'esistenza fosse un predicato si arriverebbe a odiose conclusioni tipo pegaso esiste e pegaso non esiste , problema che si risolve chiamando l'esistenza un attributo

colpa mia quindi che la domanda  "e' vero che pegaso non esiste"  era sbagliata ( al pari di quanto potrebbe essere sbagliato tutto quanto scritto fino ad ora)

in caso

palma 16/12/2016 - 15:41

russell (inventore delal teoria di 'il' [in IL RE D'ITALIA E' CALVO]) si trovo' contrapposto a Strawson (il padre di Strawson filosofo vivo ora) che sostenne che la sensazione di non aver valori di verita' dipende dal "fallire nelle presupposizioni."

Non vorrei parlar troppo, l'idea e' chiara, non si da nessun ordine dicendo di chiuder le porte se non ci sono porte, analogo il caso del re d'Italia, che non c'e' e l'enunciato in lettere maiuscole presuppone vi sia un, se il re c'e' l'enunciato e' vero sse egli e' calvo, falso altrimenti. se il re non c'e' l'enunciato fallisce. la questione si complica con i casi di finzioni (Biancaneve parlava il russo) e di inusitata difficolta' che fare con enunciati "impossibili" (del tipo [I QUADRATI ROTONDI NON SONO FIGURE GEOMETRICHE]

 

 

Questa una risposta a Michele Boldrin, ma, mi pareva di averlo messo sotto al suo commento, invece si trova qui. 

Il fatto che hai letto, discusso e conosciuto Severino lo trovo in qualche modo straordinario, ma  devo dire che  avevo notato, non ti saprei dire da che cosa, il segno di certe frequentazioni, non solo di Severino, ma in generale compromettenti e dubbie per un serio economista. : )

 

Mi scuso per l’assenza di sintesi. Ma, come si sa, è più rapido mettere che ridurre. 

 

Intanto, ho tolto Severino dagli autori considerati criticamente nell’articolo per ragioni di spazio e poi  perché, a differenza di autori come Foucault, che connettono subito il mito alla politica, al Potere, ecc., Severino resta più sul lato del mito e arriva alla politica solo in altro modo (ovvero nelle tesi, che non condivido e che trovo inutili e vacue, su capitalismo, tecnica, occidente ecc.). Ma sarei d’accordo nel vedere in certe sue posizioni il Paradigma ecc. Ci tornerò (spero) perché lo scritterello sul complottismo è stato un modo per saggiare, con i lettori esigenti di nFA, la plausibilità di una serie tesi ecc.

 

Detto questo, sì, c’è però un Severino che, a mio modesto giudizio, ha un certo valore, e a cui certe sue tesi visionarie (da affabulatore come dici tu) non rendono giustizia. Viste le tue frequentazioni disdicevoli e compromettenti di filosofi diciamo che qui parliamo di metafisica. Il mito di cui parlo per il complottismo è connesso, direi, allo stesso tipo di ansia, o di bisogno, che si trova all’origine della metafisica. Il bisogno, per dirla con le parole di Severino, dei “mortali” di pensarsi in una luce di immortalità… La metafisica: l’idea che il mondo abbia un fondamento, che i fenomeni abbiano una ragion d’essere, che le cose abbiano un senso. Un’ansia di “salvezza” dal “nichilismo”, dalla morte, dalla caducità, ansia che Severino rappresenta in pieno, perché è - sempre per dirla in breve -  un metafisico: l’ultimo metafisico della vecchia e declinante tradizione della filosofia (metafisica) occidentale. Metafisico era anche, per intenderci, Marx, con la sua idea di una salvezza finale della storia umana (e non solo Hegel, Spinoza ecc.). La metafisica ha molte uscite.

 

Dunque, Severino vede nel nichilismo la chiave della grande crisi che è il destino dell’Occidente, il paradigma che ci domina, che domina il nostro pensare, fare ecc. Il nichilismo è l’idea che l’essere possa non essere nulla (che esca dal nulla, come nella  teologia cristiana della creazione;  o che torni nel nulla). Da qui, salto passaggi, passa a una sorta, più che di filosofia neoparmenidea, di spinozismo: ogni realtà è santificata e rassicurata dentro l’eternità. Tanto per chiarirsi, io sono lontano dalla metafisica e  vedo anzi nel “nichilismo”, non nel senso di Severino (non nel senso che l’essere possa non essere),  ma nel senso che il mondo non abbia un fondamento, la premessa del discorso morale laico, della libertà, del valore, della politica ecc. E direi che il liberalismo stesso non può fondarsi su presupposti metafisici, come invece, però, è storicamente accaduto per quel liberalismo delle origini basato (non per la logica, ma per la retorica) in chiave giusnaturalistica, e dunque metafisica. In proposito, interessante il dibattito tra Severino e Natalino Irti (visto poi che siamo in tema: debole sul piano politico, almeno sul piano teorico, il liberalismo italiano ha una tradizione interessante di liberalismo “politico”: giuspositivo più che giusnaturalista).

 

Siamo partiti dal complottismo e siamo andati molto lontani. Non mi sentirei di dire che il complottismo è, alla lettera, in senso analitico, metafisica; però ci si avvicina,  risponde ad  un’ansia di ordine assai simile. La mitologia  è quella di un ordine andato in pezzi a causa di un evento perturbatore che si trova all’inizio della storia (un bel libro per vedere quanto sia radicata questa idea è il classico: Il Mulino di Amleto, di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend)

 

Però, sì. Severino però conosce il mestiere. Ha scritto un sacco di cose e tra queste ad esempio “La struttura originaria”, “Ritornare a Parmenide” (“L’essenza del nichilismo”), “Oltre il linguaggio” e tante altre che sono notevoli. Poi altre che sì, capisco, affabulano. Lo capisco bene, benissimo. Tuttavia, ci sono testi (te ne ho “localizzato” qualcuno) nei quali Severino è un maestro: sa di che cosa si parla quando si parla di divenire, nulla, essere, tempo, identità, differenza, principio di identità e di non contraddizione, molteplicità, unità, assoluto, relativo ecc. E questo è il punto importante. La vecchia filosofia metafisica direi che è… finita. Un segno di questo declino è che non la si capisce più, perché se ne è persa la chiave di lettura. Questo non perché sia finita la metafisica come tendenza a immaginare la salvezza (vive sono, infatti, le ideologie, le religioni, i populismi, complottismi, le idee salvifiche più o meno a buon mercato ecc.), ma perché è finito quel tipo di metafisica che attraversa la storia della filosofia. La nuova epoca – che non è post- metafisica, se non nel senso della metafisica tradizionale -  tende a   leggere  la filosofia riportandola al noto, a quello che capisce, alle proprie categorie: ed ecco le letture sociologiche o politiche di questioni logico-filosofiche; letture sociologiche che sono un modo per spiegarsi quello che sfugge. Senti gente che mescola cose diverse, anche gente di un certo livello, che fa convegni di filosofia ecc. e dice cose del tipo: “dobbiamo ritornare a un’idea forte della verità altrimenti continuerà a vincere Berlusconi”, e su questo – e solo su questo – immagina di fondare una svolta logico-filosofica che dovrebbe fare giustizia del passato…Come se per sapere che “se piove ti bagni” hai bisogno di “ritrovare un’idea forte di verità”! Oppure quelli che dicono: “senza proporre un’ontologia forte della verità, dimostrerò che i giornali raccontano una sacco di balle…” Quasi che “proporre un’idea forte di verità” sia da maleducati, e che comunque c’entri qualcosa con lo stabilire se una notizia sia vera o falsa. Come se poi, in ultima analisi, far dipendere da una ragione utilitaria (=altrimenti vince Berlusconi) il motivo per “ritornare”  (!) a una “teoria forte della verità”, non significasse esattamente il contrario: non fondare una teoria della verità, ma farla dipendere da una scelta utilitaria… Tante chiacchiere. Ecco, su questo genere di questioni Severino è tutto un altro mondo: certo lo puoi criticare, ma sul terreno della filosofia, non su un altro terreno. Severino sa argomentare dentro i concetti chiave della tradizione filosofica  con un uso preciso, non metaforico, non sociologico, non politico, non traslato, non urbanizzato o addolcito. Questo è il punto.

 

Poi il valore della filosofia resta, a mio giudizio, dentro la storia della filosofia. Il suo  valore non sta nel fatto di autorizzarci, grazie a una “teoria forte della verità”, a prendere l’ombrello per non bagnarci, o di capire che il tal politico è un truffatore. Ecco perché la rilettura post-filosofica, “culturale”, sociologica, psicologica (e non logica) della filosofia è, invece, un fallimento annunciato. Poi che cosa ci vuoi cavare da Severino? Non ci ricavi un risposta sul destino dell’Occidente… Ma mi verrebbe da chiederti: che cosa “ci ricavi” da Kant, da Hegel, da Platone, da Aristotele, da Spinoza, da Hume, da Agostino? Se tu poni la domanda dentro la storia della filosofia, ci ricavi molto, se la poni fuori della storia della filosofia non ci ricavi niente. Ma forse lo stesso vale per certa matematica astratta.

 

Io però posso capire che se si leggono certe cose di Severino l’impressione che se ne cava è proprio quella che dici tu. 

 

 Non so se sono stato abbastanza “locale”. Ma se vuoi qualcosa di più “localizzato” , potrei divertirmi a fare qualche riferimento filosofico greco. Quale “luogo” migliore del “non essere”?  A differenza, tuttavia, del sofista di cui parla Platone, non vorrei nascondermi nel non-essere.  Vabbé, la ripresa di Severino dell’”aporia del nulla”, che è forse una delle sue questioni centrali, è notevole: è una tesi greca, tra Parmenide e il Platone de Il Sofista. Anche se criticabile  per certi sviluppi e “soluzioni”, la ripresa della questione di Severino è importante (certo – occhio –  per le questioni della filosofia). L’idea che l’essere possa tornare o uscire dal nulla è una totale assurdità, che presuppone un fraintendimento del concetto di nulla che trovi anche in non pochi dei logici, e che consiste nel fatto di fare del nulla un “qualcosa”. Alcuni farneticano del nulla inteso come il vuoto, lo zero e altre metafore che non colgono il concetto di nulla, ma ne fanno un “qualcosa”.  In un’opera credo di logici, vado a memoria, uscita per una nobile università, trovai uno che scrisse che il nulla è come il buco… Stupore. Come si fa a non capire, per dire la prima cosa che capita in mente, che un buco può subentrare al suo contrario, mentre il nulla non subentra a qualcosa perché non è qualcosa? E infatti è nulla; e se è nulla, non subentra a qualcosa, perché una cosa subentra ad un’altra, ma il nulla, no non “subentra” perché non è. Per così  dire, il nulla non impedisce che ci sia qualcosa: perché parliamo del nulla. Ma un caso clamoroso e influente (molto influente anche fuori della teologia) è il cristianesimo, che costruisce un’idea di Dio e del cosmo a partire dalla creazione dal nulla, il mondo creato dal nulla…. È  un mito, un’insufficienza analitica, vedere il nulla come  un “luogo” da cui si possa entrare e da cui si possa uscire. Il nulla non è qualcosa, non è un luogo… Ecco la mia “localizzazione”, più classica di così si muore eh! 

 

Ma se si ha chiaro questo,  risulta altrettanto evidente, non solo che la creazione dal nulla è un non senso,  ma che è un non senso l’annichilimento. Nota che qui non è “Severino”: è la filosofia greca che ha sviluppato questo assunto: l’essere (con pleonasmo e imprecisione) è “eterno” (l’imprecisione è data dal fatto che l’“eternità” è comunque una rappresentazione temporale). Parmenide, la filosofia greca, sono paradossali? Ma no. Severino ha detto più volte che in ultima analisi il suo punto di partenza “parmenideo” potrebbe essere espresso dal motto di Antoine-Laurent de Lavoisier: in natura nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Il tema dell’eternità del “mondo”, anche se è una cosa solo un po’ diversa, è dentro questo orizzonte,  e storicamente è una delle tesi atee per definizione, condannate dalla Chiesa, e riproposte dagli “arabi” nel medioevo latino, perché semplicemente leggevano gli autori greci, che l’Europa non leggeva più. Il celebre  Averroè, ad esempio. Severino è un autore che, come altri, riporta l’attenzione sull’ontologia greca, la riprende, la racconta, la fa rivivere. Ovvio che uno così non poteva restare dentro la Cattolica. Poi Severino costruisce, sì, una specie di “spinozismo”, l’idea che l’essere, la Necessità, tolga via ogni caducità, che niente muoia, perché tutto è essere ecc. Il massimo della metafisica. Totale disaccordo, da parte mia. Ma qui inizia un’altra storia. 

 

 

Comunque, questa “localizzazione” è un accenno. A proposito di aporia del nulla, logica, predicazione ecc., ti mando il pdf di un saggio che scrissi in gioventù, Il Nulla e la chimera. Il Sofista di Platone e la distinzione tra “essere” della copula e “essere” dell’esistenza: è un saggio che passa in rassegna, in modo critico, partendo dall’aporia del nulla, alcune posizioni di logici moderni. Il concetto di nulla è divertente. (Se vuoi un esempio di confusione: S. Giovone, “Storia del nulla”). Sarebbe utile anche a “Astrologo”, che commenta sotto.