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Complottismo e…cultura

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Fabrizio Bercelli, grazie  soprattutto dell’osservazione che mi sembra assolutamente pertinente. In effetti,  è un problema che mi sono posto (e che mi è stato posto). Lei guarda alla parte più “ardita” del mio articolo: il “complottismo senza soggetto”. Per non allungare il già troppo lungo intervento mi sono effettivamente limitato ad accennare al problema che lei segnala, con il  riferimento a Marx (come lei giustamente nota) e con il riferimento allo stravolgimento del categorie empiriche della ricerca storica (l’assenza della più elementare verifica empirica). Ora, ci sarebbe forse una risposta più complessa. Però per il complottismo c’è un punto che a me sembra rispondere alla questione (spero): se il complottismo si può davvero circoscrivere dentro una certa forma letteraria, dentro un plot che presenta più o meno sempre gli stessi protagonisti, allora è qui che il complottismo viene distinto dalle assunzioni teoriche non complottiste che per necessità semplificano e generalizzano. Non è la ricerca seria che ha bisogno di essere distinta dal complottismo, ma il contrario, il complottismo che deve essere distinto dalla ricerca scientifica. Individuata una forma complottista,  si potrebbe chiedere all’autore (che poi significa sempre ricercare nel congegno della sua teoria ): come si giustifica questa  o quest’altra assunzione? Ad esempio, come si definisce questo “potere”, chi sono questi attori che non si nominano? C’è una parte della teoria che risponde efficacemente a queste domande? Io vedo il complottismo proprio come una favola ripetitiva, un’inclinazione non libera della fantasia. Talmente diversa dalla teoria che può essere persino una sorta di incrostazione di una teoria non complottista. A volte una teoria non complottista può avere passaggi demagogici. Prendiamo Marx: era un teorico, ma anche un attivista politico: probabilmente in lui, che era anche un grande scrittore, convivevano due anime, quella che sapeva toccare determinati sentimenti e miti (forse perché ne era egli stesso agitato) e quella fredda, lucida, dell’analisi. Si può immaginare anche che nei suoi scritti il bisogno della propaganda politica usasse, più o meno consapevolmente, degli strumenti retorici che non si ritrovano davvero nell’elaborazione teorica (e viceversa). Ma questi due aspetti possono essere distinti se si è avvertiti del problema. Gli epigoni hanno preso un aspetto e lo hanno esasperato e stravolto, rendendolo una parodia.  Spero di aver risposto in parte alla sua questione.