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La vittoria di Trump: alcuni commenti a temperatura ambiente

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infatti...

Loi Michele 16/11/2016 - 21:13

In riferimento alla sua risposta, non è detto che sia necessario il grande partito (necessariamente eterogeneo) per la globalizzazione, forse funziona anche una coalizione (di partiti internamente più omogenei). La variabile dirimente, mi pare, è che la coalizione/partito trovi una leadership efficace, la quale ha il compito di ridefinire le priorità dell'offerta politica del fronte "pro-globalizzazione", decidere cosa va in primo piano e cosa nello sfondo. Dovrà  studiare le debolezze dell'offerta avversaria (cioè le cause di insoddisfazione del Trump o chi per lui al governo) e  perseguire realisticamente (e reattivamente) obiettivi di breve termine elettoralmente premianti.  Il meccanismo è noto a chi abbia seguito la politica italiana, in cui ad un certo tutti gli attori politici si sono dovuti adattare al "nuovo bipolarismo" definito come dall' (anti-)Berlusconismo. (Il quale ha generato anche le vittorie elettorali delle coalizioni guidate da Prodi).

In riferimento alla sua domanda ("quale politica anti-globalizzazione sia la meno dannosa."), penso che una risposta ragionevole sia:

probabilmente un mix di tutte e tre, in parti dosate in modo tale che il mix risulti più accettabile alla più vasta coalizione che sia possibile rinchiudere all'interno dell'ombrello liberale "pro-global", senza rinunciare a, o mettere in pericolo, i valori essenziali comuni (e.g. diritti individuali liberali, maggiori libertà) nel breve periodo, e la capacità, per ciascuno dei consociati, di realizzare la visione complessiva e armonica della propria visione di liberalismo nel lungo periodo (la visione complessiva del liberalismo di ciasuno dei coalizzati può essere diversa , ma ciò chiaramente non impedisce una convergenza nel breve atta a realizzare obiettivi comuni - l'obiettivo del meno peggio)

In altre parole, penso anche che sia sbagliato cercare di identificare la politica meno "dannosa" in termini a-politici, cioè in un senso slegato dalla strategia politica, intendendo per strategia politica qualcosa che dipende in modo contingente dalla realizzabilità nel breve termine di ciò che si propone (cioè, occorre avere chance decenti di vincere le elezioni o almeno influenzare il governo, e poter governare abbastanza a lungo per realizzare le idee nella pratica). La strategia meno dannosa per salvare la globalizzazione corrisponde, allora, a una qualsiasi nel set di equivalenza tra le offerte elettorali che forniscono una probabilità accettabile di ottenere e esercitare per un tempo utile il potere, al minimo costo rispetto alla deviazione dal "modello ideale" per ciascuno dei consociati.  (Dove l'essere "accettabile" della probabilità di successo dipende anche da quanto è distante dai propri valori l'alternativa dall'altra parte.)  Penso che l'ambizione di determinare la natura di questo mix a - priori (cioé non per prova ed errori, e non sulla base di dati su ciò che la gente è favorevolmente disposta a votare) non porti da nessuna parte (o meglio, porta a interessanti brainstorming e piacevoli chiaccherate come questa, ma finisce lì). 

In generale, non riesco a capire, e quindi a condividere, il tono dell'analisi che percepisco un po' catastrofico. Certo, Trump è una catastrofe, ancora non sappiamo bene di quale entità. Ma la competizione politica è la cosa più normale che ci sia; in politica tutto è azione e reazione, ed era prevedibile che, prima o poi, si sarebbe eroso il consenso su alcuni principi liberali (o come dicono alcuni "neoliberali") che per un bel po' sono stati accettati e messi tra parentesi, almeno in pratica se non in teoria, nella competetizione politica tra le maggioranze elettorali capaci di esprimere governi. Per poco più di un venteenio (più o meno 1990-2010) ci siamo abituati a un quadro liberale dominante ("The end of history", anyone?) che ha obbligato persino le coalizioni elettorali a differenziarsi su altri fattori (penso al peso del fattore culturale-religioso con Bush Jr). Quanto poteva durare? Siccome nessun modo di arrangiare la società è perfetto (ovvero, ci sono sempre trade-off) ogni forma di consenso che ci protrae per molto tempo, a lungo genera inevitabilmente una reazione. È solo una questione di tempo prima che tale reazione esplichi le sue conseguenze elettorali (serve un catalizzatore come Trump, ma statisticamente, uno che abbia la voglia, la capacità e l'interesse, prima o poi si trova). Analogamente, un governo Trump (o di Maio) genererà sicuramente abbastanza scontento, che permetterà se ben sfruttato una vittoria del fronte opposto.  Se le garanzie procedurali di una democrazia liberale sono ben congegnate, dovrebbero garantire che ciò sia possibile, anche dopo l'elezione di un Trump, di un Di Maio, o di un Berlusconi. È la politica no?

 

P.S. Una strategia valida deve tenere conto degli studi empirici (in assenza dell'intuito politico di un Trump o di un Berlusconi): https://www.researchgate.net/publication/298423977_Why_do_the_less_educa...

... a me sembrano convincenti, oltre che di grande portata: un'analisi e una previsione, volendo una proposta, che aprono un grande spazio per un'azione politica insieme positiva e realistica.

Condivido in particolare la tesi secondo cui è cruciale una leadership efficace, nella direzione e nei modi indicati da Loi stesso. Federico, in un commento all'articolo recente di Moras e Piergentili e in risposta credo a Boldrin, incisivamente si chiedeva:

purtroppo le pecore hanno la pessima tendenza a scegliersi il pastore sbagliato. O meglio il pastore che le porta nella direzione opposta a quella che tu (ed io) considerano giusta. Credi che sia solo una questione di qualità del pastore, e che basterebbe trovare un grande oratore, appoggiato da un team di professionisti eccezionali per la comunicazione in rete per  convincere il popolo delle virtù della globalizzazione?

Gli argomenti di Loi consentono di dare una risposta cautamente positiva alla domanda di Federico. Naturalmente non è semplicemente questione di trovare "un grande oratore" bensì un leader politico e intorno a lui un gruppo che sappia fare ciò che Michele Loi suggerisce, mi sembra, con solido realismo. E' una previsione confutabile, quindi si vedrà, o magari si farà.

Chiederei a Michele Loi se ritenga che Ciudadanos in Spagna si avvicini a ciò che lui prevede. O in Italia Renzi stesso, se superasse alcuni suoi (secondo me) gravi difetti.

ci si preoccupa di quello che dovrebbe dare un partito favorevole alla globalizzazione per ottenere il consenso dell'elettorato.

Io ho difeso la globalizzazione, nel mio campo, nel 2000: penso di poter osservare che oggi, prima di preoccuparsi del modo di ottenere il consenso, sarebbe opportuno chiedersi a quale globalizzazione si aspira e perché. Altirmenti, sarà arduo confutare sovranisti, nazionalisti, isolazionisti, fascisti, e chi più ne ha più ne metta.

nalogamente, un governo Trump (o di Maio) genererà sicuramente abbastanza scontento, che permetterà se ben sfruttato una vittoria del fronte opposto.  Se le garanzie procedurali di una democrazia liberale sono ben congegnate, dovrebbero garantire che ciò sia possibile, anche dopo l'elezione di un Trump, di un Di Maio, o di un Berlusconi.

Se Trump scatenasse una guerra commerciale con la Cina o un governo Di Maio facesse saltare l'euro (ambedue ipotesi possibili anche se non certe) l'economia mondiale si avviterebbe in una crisi tale da rendere inutile anche l'elezione di S. Teresa di Calcutta

inutile?

Loi Michele 17/11/2016 - 11:58

Inutile rispetto a cosa? Nel senso che la specie umana sarebbe estinta? Nel senso che non ci sarebbero più democrazie? Nel senso che si arriverebbe la 3a guerra mondiale? Nel senso che il livello di benessere sarebbe così basso da... cosa? Continuo a non capire.

inutile

giovanni federico 17/11/2016 - 13:51

nel senso di evitare una de-globalizzazione ed una grave crisi paragonabile o addirittura peggiore della Grande Depressione. Poi è chiaro che la razza umana non si estinguerà. Non credo che si arriverà alla terza guerra mondiale e neppure alla fine della democrazia. Ma non sarebbe piacevole.

Sulla questione politica cruciale "I leader politici cavalcano preferenze popolari pre-esistenti o invece hanno una grande influenza nel determinarle?", ripetutamente discussa su nfa, Cochrane propende per la seconda e porta un robusto dato a suo sostegno: http://johnhcochrane.blogspot.it/

In sostanza, i dati mostrano che Trump ha contribuito moltissimo alla recente avversione dei cittadini USA al libero commercio internazionale. La buona notizia, come dice Cochrane, è che allora può avvenire anche il contrario!