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La vittoria di Trump: alcuni commenti a temperatura ambiente

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1. La dicotomia tra l'analisisi "pessimista" e quella "ottimista" non è convincente, in quanto le due analisi non si contraddicono logicamente.

2. Le due analisi sono entrambe vere ed è più facile ragionare partendo da un quadro sintetico in cui l'enfasi è su entrambi i processi descritti.

3. Ciò che c'è di vero nella tesi "pessimista":

- Ci sono stati cambiamenti significativi nello spazio politico e si è affermato un nuovo tipo di offerta politica, connotata in senso "post-ideologico" (rispetto alle ideologie precedenti), e caratterizzata da un'avversione per i processi di globalizzazione (o i loro effetti). La tradizionale bipartizione dello spazio politico nei sistemi bipolari (destra-sinistra, conservative-liberal, nell'accezione prevalente dei due termini a partire dagli anni '80) non è più attuale. Non voglio dire che le idee di "destra e sinistra" non abbiano più alcun senso, perché hanno sicuramente ancora senso come categorie (platoniche) del pensiero. È la loro rilevanza causale che è ridotta - spiegano e motivano meno di quanto lo facessero in passato. (Le persone possono ancora definirsi "di sinistra" o "di destra", ma, statisticamente, questo incide di meno rispetto al loro comportamento politico, rispetto a prima.)   In un sistema bipolare, un partito che si ostini a utilizzare le vecchie categorie per analizzare lo spazio politico, organizzare il consenso, e quindi definire la propria offerta politica, si ritrova in una posizione di svantaggio, se si trova a competere con a chi sa operare con categorie che colgono meglio la nuova "componente principale" della varianza politica.

- le nuove categorie polarizzanti per il quadro politico (almeno, di uno che sia inerzialmente orientato ad assumere, per ragioni istituzionali o storiche, una configurazione bipolare) sono, come l'analisi da lei offerta suggerisce, "ostilità verso la globalizzazione" vs. "apertura verso la globalizzazione". Ogni individuo può essere considerato come più o meno "vicino" a ciascuno di tali poli sulla base di ragioni oggettive (i nuovi "interessi di classe" in senso Marxista, ma diversi da quelli specificati da Marx; e.g. rispetto alla globalizzazione gli interessi di chi si vuole spostare dall'Africa all'Europa  o un professionista colto con padronanza dell'inglese sono allineati), sia sulla base di ragioni soggettive (valori morali e culturali, e.g. rispetto per il diverso e lo straniero, curiosità e amore verso la diversità). (Ovviamente ci sono relazioni di interdipendenza e mutuo rinforzo tra i due. Ad esempio, è ipotizzabile che si trasferisce in un paese straniero per lavoro o gestisce un'azienda con persone da tutto il mondo, potrebbe essere più portato a sviluppare determinati valori di apertura, e viceversa) 

4: ciò che c'è di vero nella tesi "ottimista":

- non c'è alcuna ragione storica oggettiva per cui sia inevitabile la vittoria del polo "anti-globalizzazione" [Trump, CinqueStelle, etc.] se il polo "pro-globalizzazione" è almeno altrettanto organizzato, coeso, e realista negli obiettivi politici di breve termine da perseguire. Certo, la vittoria di Trump e Brexit vanno nella stessa direzione, e questo può fare pensare alla "fine di un'era", ma in entrambi i casi le parti vittoriose hanno vinto di poco. (E.g. si consideri la vittoria del voto popolare da parte di Hillary Clinton, a prescindere da valutazioni sulla bontà del candidato.)

- questi schieramenti sono circa 50% ciascuno e ci sono alcuni potenziali "swing voters": la battaglia si vince ai margini.

Sulla base della mia analisi (solo in parte alternativa alla quella da lei esposta), la risposta politica adeguata (per un sistema istituzionalmente tendente al bipolarismo politico) dovrebbe essere:

1. riconfigurare i partiti politici in modo più coerente possibile rispetto alle nuove categorie polarizzanti dello spazio politico. Nessuno dei nuovi partiti vincenti potrà essere categorizzato come di "destra" o di "sinistra" (nel senso che coglie le associazioni di idee tradizionali con i due termini). Un partito che voglia essere elettoralmente vincente dovrà essere ottimizzato per la nuova battaglia e quindi, molto probabilmente, finirà per essere soltanto transversale rispetto a quelle vecchie. [Inciso: questo in Italia l'ha capito molto bene Casaleggio. Forse anche Renzi l'ha capito. Sicuramente non l'ha capito Bersani.]

2. riconfigurare il partito "pro-globalizzazione" "a specchio" rispetto a quello "anti-globalizzazione" (un po' come fa l'allenatore della squadra di calcio della Germania), massimizzando la complementarietà (l'offerta "alternativa") e minimizzando la sovrapposizione. Enfatizzare i tratti di unione condivisi di un partito che si possa spendere a tutti i livelli per una politica ragionevolmente pro-globalizzazione. Puntare sul "consenso di sovrapposizione" (per dirla alla Rawls) tra le diverse anime del polo "pro", mettendo in secondo piano le differenze. Nella pratica, questo si traduce nel  de-enfatizzare gli elementi di contrasto all'interno dello schieramento "pro-globalizzazione", legati alle precedenti ideologie trainanti. Ad esempio, il partito "pro-globalizzazione" non dovrà essere fortemente caratterizzato in senso socialmente libertario (per non alienare gli elettori socialmente conservatori) ma neppure in senso socialmente conservatore (per non alienare gli elettori socialmente libertari). Il posizionamento esatto, ad esempio su questioni bioetiche, dovrà essere ottimizzato per massimizzare il "collante ideologico" (o ridurre le dissonanze cognitive) con l'elettorato di riferimento. Quale sia tale posizionamento non può essere definito in modo aprioristico (=ideologia) ma empirico (=e.g. big data). 

3. alcuni elementi a mio avviso strategici nel "vendere" questa piattaforma politica:

3a. combattere le idee, non gli elettori. Occorre avere coraggio nello spiegare a testa alta i benefici della globalizzazione, anche facendo appello a quella galassia di valori che a tale idea si abbinano (apertura, libertà, diversità, etc) - questo può essere fatto a livello emotivo. A livello "razionale", smontare le soluzioni proposte dalla piattaforma "contro" mostrando che non servono a mitigare i problemi che la globalizzazione crea. Il partito deve essere allo stesso tempo post-ideologico (rispetto alla tradizionale divisione destra-sinistra) e fortemente ideologico: deve avere una chiara visione di ciò per cui si batte e deve essere coraggioso, e orgoglioso, nel difendere la propria visione della società. Il partito dovrà essere tanto più partigiano nella battaglia per gli ideali (e contro quelli opposti), tanto meno interessato e coinvolto nella denigrazione delle qualità umana di chi sostiene gli ideali opposti. 

3b. diversificare (o, come si dice oggi "personalizzare") il messaggio a seconda dell'interlocutore. Se devi vendere la globalizzazione a una persona di sinistra, devi enfatizzare la coerenza della globalizzazione con gli ideali di società aperta, di libera espressione dell'individualità, e di coesistenza pacifica delle differenze. Se la devi vendere a un imprenditore che votava a destra o liberale, insisti sui benefici economici.

3c. poiché la battaglia si vince ai margini, occorre ascoltare attentamente e capire i bisogni del potenziale "swing voter" (il "perdente nella globalizzazione"). Questo non per proporre politiche che rinnegano i propri valori di fondo, ma per elaborare "aggiustamenti ai margini" (incluso compromessi politicamente accettabili) che possano garantire la vittoria delle elezioni. Tenendo conto del trade off tra "coerenza interna della piattaforma politica" e "attrarre l'elettore al margine", occorre puntare a un margine di vittoria ragionevole (non al plebiscito) senza con questo ritrovarsi con una piattaforma politica di cui (per dirla in modo grossolano) più del 60% sia sicuramente irrealizzabile.  

 

P.S. Piccola nota personale. Mi considero socialmente liberale e ritengo che i valori di rispetto dei diritti individuali siano meglio garantiti in società aperte rispetto alla globalizzazione, rispetto a come lo possano essere  in società chiuse. Pur essendo meno sicuro, rispetto a molti di voi, dei benefici economici della globalizzazione (o meglio, pur avendo molti dubbi sulla giustizia della loro distribuzione), questo tende a determinare la mia attuale scelta di campo. 

grazie

giovanni federico 16/11/2016 - 17:57

dell'articolato commento. Tutto questo mi sembra molto ragionevole nell'ottica della strategia 'vincente' (per usare la mia terminologia) ma temo sia troppo tardi. Il partito 'pro-globalizzazione' non c'è e non mi sembra possa nascere e svilupparsi in pochi mesi. In pratica, svolge il suo ruolo un'alleanza di vecchi partiti, formale (la grande colaizione tedesca) o informale (la probabile convergenza dei socialisti sul candidato gaullista in Francia) - con tutti i problemi di immagine che questo comporta. Spero che basti, ma ho i miei dubbi. Per questo mi domandavo quale politica anti-globalizzazione sia la meno dannosa.

Un piccolo appunto. La tesi 'ottimista' si riferiva all'interpretazione della vittoria di Trump come un black swan determinato dalla scelta di Hillary Clinton come candidata democratica piuttosto che come manifestazione americana di un trend generalizzato

 

infatti...

Loi Michele 16/11/2016 - 21:13

In riferimento alla sua risposta, non è detto che sia necessario il grande partito (necessariamente eterogeneo) per la globalizzazione, forse funziona anche una coalizione (di partiti internamente più omogenei). La variabile dirimente, mi pare, è che la coalizione/partito trovi una leadership efficace, la quale ha il compito di ridefinire le priorità dell'offerta politica del fronte "pro-globalizzazione", decidere cosa va in primo piano e cosa nello sfondo. Dovrà  studiare le debolezze dell'offerta avversaria (cioè le cause di insoddisfazione del Trump o chi per lui al governo) e  perseguire realisticamente (e reattivamente) obiettivi di breve termine elettoralmente premianti.  Il meccanismo è noto a chi abbia seguito la politica italiana, in cui ad un certo tutti gli attori politici si sono dovuti adattare al "nuovo bipolarismo" definito come dall' (anti-)Berlusconismo. (Il quale ha generato anche le vittorie elettorali delle coalizioni guidate da Prodi).

In riferimento alla sua domanda ("quale politica anti-globalizzazione sia la meno dannosa."), penso che una risposta ragionevole sia:

probabilmente un mix di tutte e tre, in parti dosate in modo tale che il mix risulti più accettabile alla più vasta coalizione che sia possibile rinchiudere all'interno dell'ombrello liberale "pro-global", senza rinunciare a, o mettere in pericolo, i valori essenziali comuni (e.g. diritti individuali liberali, maggiori libertà) nel breve periodo, e la capacità, per ciascuno dei consociati, di realizzare la visione complessiva e armonica della propria visione di liberalismo nel lungo periodo (la visione complessiva del liberalismo di ciasuno dei coalizzati può essere diversa , ma ciò chiaramente non impedisce una convergenza nel breve atta a realizzare obiettivi comuni - l'obiettivo del meno peggio)

In altre parole, penso anche che sia sbagliato cercare di identificare la politica meno "dannosa" in termini a-politici, cioè in un senso slegato dalla strategia politica, intendendo per strategia politica qualcosa che dipende in modo contingente dalla realizzabilità nel breve termine di ciò che si propone (cioè, occorre avere chance decenti di vincere le elezioni o almeno influenzare il governo, e poter governare abbastanza a lungo per realizzare le idee nella pratica). La strategia meno dannosa per salvare la globalizzazione corrisponde, allora, a una qualsiasi nel set di equivalenza tra le offerte elettorali che forniscono una probabilità accettabile di ottenere e esercitare per un tempo utile il potere, al minimo costo rispetto alla deviazione dal "modello ideale" per ciascuno dei consociati.  (Dove l'essere "accettabile" della probabilità di successo dipende anche da quanto è distante dai propri valori l'alternativa dall'altra parte.)  Penso che l'ambizione di determinare la natura di questo mix a - priori (cioé non per prova ed errori, e non sulla base di dati su ciò che la gente è favorevolmente disposta a votare) non porti da nessuna parte (o meglio, porta a interessanti brainstorming e piacevoli chiaccherate come questa, ma finisce lì). 

In generale, non riesco a capire, e quindi a condividere, il tono dell'analisi che percepisco un po' catastrofico. Certo, Trump è una catastrofe, ancora non sappiamo bene di quale entità. Ma la competizione politica è la cosa più normale che ci sia; in politica tutto è azione e reazione, ed era prevedibile che, prima o poi, si sarebbe eroso il consenso su alcuni principi liberali (o come dicono alcuni "neoliberali") che per un bel po' sono stati accettati e messi tra parentesi, almeno in pratica se non in teoria, nella competetizione politica tra le maggioranze elettorali capaci di esprimere governi. Per poco più di un venteenio (più o meno 1990-2010) ci siamo abituati a un quadro liberale dominante ("The end of history", anyone?) che ha obbligato persino le coalizioni elettorali a differenziarsi su altri fattori (penso al peso del fattore culturale-religioso con Bush Jr). Quanto poteva durare? Siccome nessun modo di arrangiare la società è perfetto (ovvero, ci sono sempre trade-off) ogni forma di consenso che ci protrae per molto tempo, a lungo genera inevitabilmente una reazione. È solo una questione di tempo prima che tale reazione esplichi le sue conseguenze elettorali (serve un catalizzatore come Trump, ma statisticamente, uno che abbia la voglia, la capacità e l'interesse, prima o poi si trova). Analogamente, un governo Trump (o di Maio) genererà sicuramente abbastanza scontento, che permetterà se ben sfruttato una vittoria del fronte opposto.  Se le garanzie procedurali di una democrazia liberale sono ben congegnate, dovrebbero garantire che ciò sia possibile, anche dopo l'elezione di un Trump, di un Di Maio, o di un Berlusconi. È la politica no?

 

P.S. Una strategia valida deve tenere conto degli studi empirici (in assenza dell'intuito politico di un Trump o di un Berlusconi): https://www.researchgate.net/publication/298423977_Why_do_the_less_educa...

... a me sembrano convincenti, oltre che di grande portata: un'analisi e una previsione, volendo una proposta, che aprono un grande spazio per un'azione politica insieme positiva e realistica.

Condivido in particolare la tesi secondo cui è cruciale una leadership efficace, nella direzione e nei modi indicati da Loi stesso. Federico, in un commento all'articolo recente di Moras e Piergentili e in risposta credo a Boldrin, incisivamente si chiedeva:

purtroppo le pecore hanno la pessima tendenza a scegliersi il pastore sbagliato. O meglio il pastore che le porta nella direzione opposta a quella che tu (ed io) considerano giusta. Credi che sia solo una questione di qualità del pastore, e che basterebbe trovare un grande oratore, appoggiato da un team di professionisti eccezionali per la comunicazione in rete per  convincere il popolo delle virtù della globalizzazione?

Gli argomenti di Loi consentono di dare una risposta cautamente positiva alla domanda di Federico. Naturalmente non è semplicemente questione di trovare "un grande oratore" bensì un leader politico e intorno a lui un gruppo che sappia fare ciò che Michele Loi suggerisce, mi sembra, con solido realismo. E' una previsione confutabile, quindi si vedrà, o magari si farà.

Chiederei a Michele Loi se ritenga che Ciudadanos in Spagna si avvicini a ciò che lui prevede. O in Italia Renzi stesso, se superasse alcuni suoi (secondo me) gravi difetti.

ci si preoccupa di quello che dovrebbe dare un partito favorevole alla globalizzazione per ottenere il consenso dell'elettorato.

Io ho difeso la globalizzazione, nel mio campo, nel 2000: penso di poter osservare che oggi, prima di preoccuparsi del modo di ottenere il consenso, sarebbe opportuno chiedersi a quale globalizzazione si aspira e perché. Altirmenti, sarà arduo confutare sovranisti, nazionalisti, isolazionisti, fascisti, e chi più ne ha più ne metta.

nalogamente, un governo Trump (o di Maio) genererà sicuramente abbastanza scontento, che permetterà se ben sfruttato una vittoria del fronte opposto.  Se le garanzie procedurali di una democrazia liberale sono ben congegnate, dovrebbero garantire che ciò sia possibile, anche dopo l'elezione di un Trump, di un Di Maio, o di un Berlusconi.

Se Trump scatenasse una guerra commerciale con la Cina o un governo Di Maio facesse saltare l'euro (ambedue ipotesi possibili anche se non certe) l'economia mondiale si avviterebbe in una crisi tale da rendere inutile anche l'elezione di S. Teresa di Calcutta

inutile?

Loi Michele 17/11/2016 - 11:58

Inutile rispetto a cosa? Nel senso che la specie umana sarebbe estinta? Nel senso che non ci sarebbero più democrazie? Nel senso che si arriverebbe la 3a guerra mondiale? Nel senso che il livello di benessere sarebbe così basso da... cosa? Continuo a non capire.

inutile

giovanni federico 17/11/2016 - 13:51

nel senso di evitare una de-globalizzazione ed una grave crisi paragonabile o addirittura peggiore della Grande Depressione. Poi è chiaro che la razza umana non si estinguerà. Non credo che si arriverà alla terza guerra mondiale e neppure alla fine della democrazia. Ma non sarebbe piacevole.

Sulla questione politica cruciale "I leader politici cavalcano preferenze popolari pre-esistenti o invece hanno una grande influenza nel determinarle?", ripetutamente discussa su nfa, Cochrane propende per la seconda e porta un robusto dato a suo sostegno: http://johnhcochrane.blogspot.it/

In sostanza, i dati mostrano che Trump ha contribuito moltissimo alla recente avversione dei cittadini USA al libero commercio internazionale. La buona notizia, come dice Cochrane, è che allora può avvenire anche il contrario!

Però non sono così convinto che chi ha votato HRC sia pro globalizzazione, se l' ipotetico fronte pro global fosse così vicino al 50% e addirittura più del 50 nel caso di HRC semplicemente non dovremmo preoccuparci troppo, ovvero limitiamo i danni(esempio non cediamo su trade e capitali) e poi torniamo alla carica, ma se come penso siamo lontani dal 50% i tempi si allungano e i potenziali danni aumentano. Fermo restando che la strategia politica da lei indicata rimane ottima, è il tempo che ci manca purtroppo...

http://blogs.wsj.com/washwire/2015/06/22/support-for-free-trade-drops-amid-raging-congressional-debate-wsjnbc-poll/