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La vittoria di Trump: alcuni commenti a temperatura ambiente

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Nel merito

Nasissimo 14/11/2016 - 11:51

del buon commento del prof. Federico, dico che anche se affronta il tema nella prospettiva opposta a quella che prediligo, ne apprezzo la compostezza e noto che giunge a conclusioni per me condivisibili.

Guardando da un punto di vista di pura strategia politica, è probabile che il male minore sarebbe l’introduzione di barriere all’emigrazione non qualificata.

E' più che probabile.
Aggiungerei l'aggettivo "regolare". Il fatto che l'immigrazione sia più/meno qualificata è significativo per gli effetti economici. Ma in chiave politica è più significativo che l'immigrazione sia regolamentata e le regole siano fatte rispettare. Il cittadino, soprattutto quello più debole, percepisce (non senza ragione) come minaccia un processo così palesemente fuori-controllo, di fronte a cui le autorità manifestano e spesso confessano la loro impotenza.
Si lavori per portare under-control il fenomeno, per quanto possibile. Ciò implica una chiarificazione e semplificazione del binario regolare, ma anche una ferma determinazione a respingere chi si serve del binario irregolare.

L’immigrazione è economicamente necessaria per contrastare l’invecchiamento della popolazione, ma l’effetto è di lungo periodo e comunque le restrizioni possono sempre essere abolite.

Questo è vero, purtroppo. Si potrebbe dire che se l'invecchiamento della popolazione (la denatalità, il trend demografico degli ultimi 30 anni in tutto l'occidente) è la madre di tutti i problemi (compresi la crisi dei migranti e la crisi economica) allora una strategia politica lungimirante sarebbe quella che tenta di capirne le ragioni, e poi di agire su di esso per invertire la rotta, con qualcosa di meglio che una ridicola campagna di spot in stile Lorenzin.
Ma questo è forse è un parlare politicamente scorretto, nella civiltà borghese occidentale del terzo millennio.

L'immigrazione irregolare è spesso il primo argomento di chi vede il proprio contesto sociale peggiorato. E' un argomento di forte impatto mediatico. Penso anche io che creare della modalità per cui il fenomeno sia percepito e diventi al 98% regolare possa aiutare moltissimo.
Parlando di Europa e di USA significa in realtà che i paesi che stanno immediatamente a sud dovrebbero essere interlocutori stabili, mentre spesso si ha a che fare con mondi in guerra (civile, fra stati, fra narcos, criminalità organizzata, etc.). Quindi oltre alle regole serve farle rispettare. Se io decido che entrano 100, ma in Messico o in Libia ci sono 3000 persone che aspettano di entrare irregolarmente non ce la farò mai. Riportare quei paesi alla normalità non dipende solo da noi e sarà sicuramente una strada lunga.
Qui c'è un altro aspetto del problema. Che ha a che fare con i trattati internazionali che sono stati un cavallo di battaglia di Trump e la cui rinegoziazione tanto spaventa. Per quanto riguarda quelli economici, la gente ne sente parlare almeno dagli anni 90. Probabilmente molti si aspettavano che i benefici avrebbero limitato l'immigrazione. Ma sappiamo che vaste aree del pianeta non ne hanno beneficiato (Africa?). Il Messico ha sicuramente accordi di libero scambio con gli USA, questi hanno beneficiato la popolazione messicana? In che misura? In quali aree del Messico? Infine dobbiamo sempre ricordarci che esistono aree geografiche in cui si sta meglio a prescindere dal reddito. Al di là del legame con la propria terra, è perfettamente logico che un giovane del pueblito messicano dell'altipiano voglia trasferirsi a San Francisco. Idem per un giovane del Sudan che aspira a vivere a Barcelona. Tanto più se questi hanno accesso a internet.
I trattati militari come la NATO, hanno, in questi ultimi anni, sicuramente posto le basi per una accusa molto comune rivolta ai politici e ai loro esperti e consiglieri. Cioè che mentono. Troppe campagne militari inutili, violente, basate su un motivazioni addirittura false (armi di distruzione di massa docet). Sembrano temi difficili, ma poi in guerra a morire per chissà quale motivo ci vanno i ragazzi reclutati nelle provincie depresse degli USA. Le famiglie saranno poco scolarizzate, ma capiscono e anche loro votano. Vogliamo parlare del bisticcio/pasticcio Siria? Dell'alleanza con i sauditi, tanto cara a Hillary? Delle sanzioni economiche alla Russia, che tanti danni economici fanno in casa nostra?

Mi scuso in anticipo con roccog. Prendo la sua frase solo come esempio: 

 Delle sanzioni economiche alla Russia, che tanti danni economici fanno in casa nostra?

L'export italiano è dell'ordine di grandezza dei 400 miliardi di € ; verso la russia prima delle sanzioni era sui 2o miliardi di €. L'export italiano totale e verso l'area ue, da quando ci sono le sanzioni, è mediamente in crescita e più che compensa la perdita verso la russia (tra l'altro la bilancia commerciale era pure negativa se la memori anon m'inganna). Il rublo,  causa prezzo del petrolio, è crollato rispetto all'€. Quanto del calo degli interscambi è dovuto alle sanzioni e quanto alla crisi economica russa? Andrebbe come minimo sostanziato.

Questo per mostrare un perfetto esempio di quanto certe frasi differiscano dalla realtà, quanto sia facile ed efficace far passare certi messaggi che hanno rapida presa , e quanto sia faticoso  time consuming e in definitiva poco efficace confutarli.

infatti

valerio 14/11/2016 - 15:21

infatti.
bisogna anche considerare due cose:
1) che non sono le sanzioni ALLA russia che colpiscono l'export, ma le sanzioni DELLA russia. le sanzioni alla russia colpiscono principalmente l'élite finanziaria russa, quelle della russia invece gli esportatori europei (tanto per far capire chi si interessa del popolo);
2) le sanzioni servono a disincentivare le élite russe nell'interventismo militare in europa orientale. se la russia invade le repubbliche baltiche, o l'europa entra in guerra o si sfalda. in entrambi i casi l'economia italiana va a farsi friggere.

effettivamente

roccog 14/11/2016 - 17:46

Quanto del calo degli interscambi è dovuto alle sanzioni e quanto alla crisi economica russa?

La domanda tende un po' a sviare la discussione, o meglio, se è vero che la crisi russa è causata dalle sanzioni... (probabile anche dalla stagnazione dei prezzi degli idrocarburi e quindi entrano in gioco i sauditi, i sauditi che vogliono combattere gli alleati russi in medio oriente, i sauditi che finanziano Hillary... so che dovrei sostanziare...). Non vedo come uscire da questo circolo vizioso per cui alla fine le sanzioni alla Russia sono dannose per l'UE.

Valerio ha ragione, qui c'è una disamina della situazione scambi commerciali UE-Russia abbastanza seria, per lo meno più della mia:

http://geopoliticalreview.org/2016/06/gli-effetti-delle-sanzioni-commerc...

ma le sanzioni DELLA Russia sono la reazioni alle nostre sanzioni, mi sembra, mirate a colpire le elite e quindi il sistema economico russo in modo sostanziale, diciamo che non sembra il modo migliore per convincere Putin ad abdicare alla sua sfera di influenza ai confini russi. Abbiamo verificato che non cede neanche con le armi. Anzi, un regime come il suo prende forza dal sentirsi accerchiato.

Tra l'altro l'immigrazione dall'est è un'altra voce che contribuisce a creare la sensazione di insicurezza. Rapporti commerciali e diplomatici più stabili servirebbero a rendere più appatibile agli europei dell'est a rimanere a casa.

Alla luce dei commenti qui sotto (non so se con il mio secondo intervento ho chiarito o no), mi chiedo proprio se questo modo di rispondere da parte di un esperto (marcodivice) chiarisce o viene visto dai più solo come fumo negli occhi. Il commento è giustamente critico e tende a notare quanto una frase semplice e sulla bocca di tutti possa in realtà essere falsa, perché altri fattori entrano in gioco. Ma poi, in soldoni, quello che avevo scritto è così lontano dalla realtà? Sanzioni DALLA russia sono conseguenza delle sanzioni ALLA russia? La crisi della Russia a cosa è dovuta? In generale il clima di tensione favorisce o no gli scambi con quel paese? Alla fine, l'imprenditore del Veneto cosa percepisce? Cosa legge nei suoi dati export verso la Russia? L'imprenditore, i suoi operai, le loro famiglie, la gente al bar e via discorrendo... Alla fine la questione economica degli scambi economici UE-Russia si può tradurre in una posizione (geo)politica comprensibile? Questa decisione avrà impatto sull'imprenditore del nordest?

La crisi economica russa è come sempre dovuta a molteplici fattori, il primo di tutti è il crollo del prezzo del petrolio. Le sanzioni se hanno inciso, lo hanno fatto in minima parte. L'imprenditore del nord est vede il calo del suo fatturato verso la russia, ascolta in tv tizio che gli dice che la colpa è delle sanzioni e si convince che è così, malgrado il crollo del rublo verso l'€.

L'esperto, grazie ma sicuramente non lo sono, dovrebbe spiegare che il rublo è crollato a causa di..., dovrebbe dire è vero che l'export verso la russia è diminuito ma è una piccola frazione di quello totale che è aumentato, dovrebbe aggiungere andiamo a dare una occhiata all'export verso paesi limitrofi alla russia e non soggetti a sanzioni scommetto che è aumentato, dovrebbe infine spiegare il quadro geopolitico. Venti mn di discorso, sicuramente interrotto più volte, comunicativamente assolutamente poco efficace.

Ps: come detto ho preso la frase solo come spunto.

Ps2: Lupus in fabula.La crisi deve essere veramente brutta se accade questo.

non credo che abbia letto con sufficiente attenzione il post. Ripeto il punto: solo una minoranza dei 'protestatari' ha perso veramente dalal globalizzazione e solo una parte di loro sono in grave sofferenza. Gli altri o hanno perso in termini relativi o non hanno perso affatto, ma razionalmente sperano di ottenere comunque qualcosa o sono irrazionalmente spaventati.  E questi 'altri' sono troppi per fare qualcosa per loro mantenendo l'architettura del sistema economico attuale. Al massimo si può (e si deve) fare qualcosa per i veri perdenti - il 5%-10% al massimo.

La retorica del 'bisogna ascoltarli', 'bisogna fare qualcosa', il 'primato della politica' è inutile.  Ci sono tre opzioni

i) qualcuno li convince che stanno tutto sommato bene e quindi il movimento si esaurisce spontaneamente. Non sono credente, non credo ai miracoli

ii) si 'cede' su qualcosa sperando che questo li soddisfi.  Ho suggerito, con un certo disagio, alcune idee alla fine del post

iii) vincono loro (e i demagoghi che pretendono di interpretarne il disagio) e si ritorna agli anni Trenta - protezionismo, niente migrazioni, niente movimenti di capitale. Tutti perdiamo, anche (gran parte dei) protestatari, che però avrebbero la grande soddisfazione di vedere ridotte le differenze sociali e di reddito con l'élite

Alcuni punti

tizioc 14/11/2016 - 18:17

Ripeto il punto: solo una minoranza dei 'protestatari' ha perso veramente dalal globalizzazione e solo una parte di loro sono in grave sofferenza.

Concordo nel complesso su questo punto, ma non sottovaluterei l'importanza delle aspettative e della percezione generale bollandole come "irrazionali".  Del resto, se uo slogan come "Make America Great Again" (Rendere gli Stati Uniti grandi di nuovo) può aver avuto il suo successo è proprio perché esiste una percezione diffusa di non essere più "great".  Ciò implica che un mix di politiche pubbliche ben impostate potrebbe riuscire a convincere i protestatari, in particolare una fusione tra politiche dirette a "render[ci] grandi di nuovo" (o, per dirla con parole che qui sono indubbiamente più familiari, "fermare il declino") e una politica di assicurazione sociale/sostegno al reddito diretta ai "veri perdenti" del cambiamento - che detto per inciso potrebbero essere anche qualcosina in più del 10% se consideriamo gli effetti sinergici tra globalizzazione e crisi economica. Quanti veterani del manufatturiero nel Midwest hanno perso il lavoro nello shock del 2008, e non hanno ora la minima speranza di essere occupati in un impiego simile (con tutte le conseguenze di ordine sociale che ciò comporta)? Quanti sono in una situazione analoga in Europa? Il discorso di Peter Thiel alla convention nazionale repubblicana è alquanto rilevante in questo contesto, quantomeno per dare un'interpretazione un po' più ottimistica (e più vicina al nostro FARE) dell'orientamento di Trump.

Fare l'america great, creare milioni di posti di lavoro, prima i nostri, ... sono tutti slogan accattivanti ma il problema è vedere come si pensa di realizzarli, a quale pubblico ti rivolgi e con quali argomenti. Poi si tratta di vedere, per chi vince grazie a questi slogan, come realizzare il tutto nella pratica. 

Un aspetto da affrontare è che relazione ci sia tra le promesse di Obama (yes, we can) non mantenute in 8 anni e l'attuale voto per Trump. Quando deludi è naturale, in regime di alternanza, votare per chi non era al potere e sperare che ora le promesse/sogni vengano esaudite. 

Non so se può dare un contributo al dibattito, tuttavia a proposito della percezione dell'impoverimento (relativo) si possono mutuare alcune considerazioni anche dalla finanza comportamentale.

E' ormai evidente che negli investitori (che sono sempre cittadini) esiste un noto effetto ancoraggio rispetto al picco di valore degli investimenti. Mi spiego.

A titolo d'esempio, se oggi io investo 10 € e mi trovo a dicembre con 12 € sarò felice del mio 20%. Tuttavia se a giugno mi fosse stato comunicato un valore dei miei investimenti di 14€ io a dicembre non sarei felice della mia performance (+20%) ma sarei infelice di essere sceso dal picco di 14 (giugno) ai 12 € di dicembre. Anche se +20% fosse un ottimo risultato la maggior parte di noi sarebbe infelice della discesa dal massimo, piuttosto che dal paragone rispetto al livello di partenza.

Nei redditi penso possa avvenire la stessa cosa. Se siamo più ricchi oggi rispetto a 10 anni fa, ma con un picco di reddito (Reale, o nominale, non importa, qui anche la percezione che conta) di 5 anni fa, noi non realizziamo l'incremento nel periodo, ma solo la discesa dal picco (massimo). Per questo ci sentiamo impoveriti, traditi ecc. Questi bias esistono, i politici sembrano cavalcarli bene. Può avere senso?

high watermark

dragonfly 21/11/2016 - 19:38

ha perfettamente senso, però poi bisogna riferire il fenomeo ad elettorati con storie  molto diverse e allora funziona meno. l'impoverito, vero o presunto della middleclass americana ha quasi tutti i suoi risparmi nel piano pensionistico, è ben abituato a vedere il suo 401k sbandare paurosamente e non scende in piazza con torce e forconi come farebbe invece il suo omologo italiano, aduso ai diritti inviolabili. il malessere americano è forse culturale?