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Un SI contro il ritorno alla prima repubblica

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In questo secondo intervento proporrò alcune osservazioni riguardanti il titolo quinto della costituzione ed altri rilievi sparsi. In primo luogo, la riforma non si applica alle regioni a statuto speciale e alle province autonome, benché le ragioni della specialità siano ormai sfumate: l'art. 116, co. 3, sembra ampliare le loro competenze, aggravando il gap rispetto alle regioni ordinarie. 

Il titolo quinto non menziona più le province ordinarie ma neppure ne dispone l'abolizione: non si può escludere che esse sopravvivano, seppure prive di protezione costituzionale. 

L'art. 73 prevede un controllo preventivo di costituzionalità delle leggi elettorali ma non esclude successivi controlli da parte della stessa Corte costituzionale o del Presidente della Repubblica nel momento della promulgazione. D'altra parte, non sembra giustificata l'attribuzione ad un piccolo numero di senatori del potere d'investire la Corte quando il senato non partecipa alla formazione della legge elettorale.

L'art. 70, co. 1, prevede che le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali a tutela delle mioranze linguistiche siano adottatr con procedimento bicamerale, ma l'art. 117, co. 3, riserva alle regioni la potestà legislativa in materia di rappresentanza delle stesse minoranze, sollevando un serio problema di coordinamento.

Il co. 1 dell'art. 82 assegna ad entrambe le camere il potere di disporre inchieste su materie di pubblico interesse che, nel caso del senato, devono riguardare le autonomie territoriali: la difficoltà di individuare una netta demarcazione tra materie d'interesse generale e materie d'interesse locale schiude la prospettiva di conflitti tra le due camere.

Altre disposizioni meriterebbero una rapida menzione: così quella che prevede di correlare la maggioranza per l'elezione del Presidente della Repubblica al numero dei votanti, anziché a quello degli aventi diritto, a partire dalla settima votazione che - come è stato osservato dal prof. Zagrebelsky - rende possibile alla maggioranza parlamentare di eleggere un candidato di parte; così l'art. 64, co. 2 che riserva ai regolamenti delle camere la garanzia dei diritti delle minoranze parlamentari, esponendosi alla duplice critica di attribuire alla maggioranza il potere di determinarne i contenuti e di essere incompatibile con la nuova composizione del senato nel quale, stante la sua missione di rappresentante delle autonomie territoriali, non dovrebbero formarsi gruppi politici.

Per concludere questa coppia di interventi: i rilievi esposti mostrano la superficialità, anzi l'imprevidenza e l'incapacità di disegnare un assetto ordinato e coerente delle istituzioni rappresentative. Se l'obiettivo perseguito era quello di semplificare il procedimento legislativo in modo da assicurare al governo la celere realizzazione del suo programma politico, le incertezze riguardanti le competenze delle due camere sembrano porne a repentaglio il conseguimento.

In tutti i punti toccati dalla riforma, permangono zone oscure, contraddizioni, duplicazioni di attività, soluzioni prive di senso o di coerenza con la ripartizione delle competenze. In qualche misura, il funzionamento del sistema - se così si può chiamare - richiede una legge elettorale che assicuri una maggioranza blindata al partito o alla coalizione che vince le elezioni, ma anche una compressione del ruolo del senato che, eletto da una costinuency diversa, potrebbe "porsi di traverso" alle politiche del governo nei settori nei quali ha competenza legislativa o assilare la camera dei deputati con richieste ed osservazioni continue. In definitiva, il sistema funzionerebbe solo assicurando l'omogeneità delle maggioranze.

No so fino a che punto, nel panorama italiano, questo obiettivo sia auspicabile. Ma questo dubbio riaprirebbe un discorso politico che abbiamo già fatto.