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Perché gli studenti del Sud ottengono voti più alti alla maturità?

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Nella città in cui sono cresciuto c'erano 4 licei, tra cui il Leomardo Ximenes, classico, ed il Vincenzo Fardella, scientifico.

Lo Ximenes, che ha una storia che affonda le proprie radici nei primi del '600, è sempre stato molto parco nei voti, mentre il Fardella era più liberale. Per non parlare della selettività. Non dico che un 60/100 alla maturità allo Ximenes costasse in termini di impegno come un 100/100 al Fardella, ma non saremmo distanti, e soprattutto una marea di 60/100 al Fardella non avrebbero mai raggiunto la maturità allo Ximenes.

Io sulla selettività personalmente preferivo l'approccio del Fardella, anzi, trovavo perfino il Fardella eccessivamente selettivo, ma questo post facto, perché mi iscrissi e mi diplomai allo Ximenes.

Lo Ximenes oggi non esiste più, se non per gentile concessione del Fardella, che oggi ha cambiato nome in Fardella Ximenes, dopo che negli ultimi anni per sopravvivere lo Ximenes aveva dovuto farsi traghettare dall'artistico Eustachio Catalano.

Quello che è successo è che la percezione di quanto si guadagnava con la selettività e l'obiettivita dei voti dello Ximenes è praticamente scomparsa. Una volta che la qualifica che si ottiene ha lo stesso valore, per quale motivo prendere 60/100 allo Ximenes quando si può ottenere 100/100 al Fardella con lo stesso impegno?

E quindi studenti e famiglie hanno smesso di scegliere lo Ximenes, per scegliere invece il Fardella. Io stesso suggerii alla più giovane delle mie sorelle di iscriversi addirittura al Catalano, perché non essendo per nulla selettivo, le avrebbe garantito la certezza matematica di ottenere un diploma in 4 anni, e se avesse studiato pochissimo, le avrebbe garantito un ottimo voto alla maturità, eventi che poi si verificarono puntualmente.

Il commento di Alessandro è molto interessante perché pone, anche se in maniera un po' obliqua, una domanda importante sulla funzione dei voti. Dal punto di vista economico la scuola dovrebbe servire a due cose. Da un lato, la formazione di capitale umano, anche in senso lato (non solo apprendere nozioni ma acquisire abitudine al ragionamento, all'interazione con altri etc.). Dall'altro, segnalare al resto del mondo la qualità delle persone per favorire una migliore allocazione dei talenti. Lo scenario descritto da Alessandro è interessante perché pare che nessuno dei due aspetti giochi un ruolo importante. In particolare, la formazione di capitale umano sembra essere assente (scegliere una certa scuola per ottenere una formazione migliore, indipendentemente dai voti che da, non entra nelle considerazioni di scelta) e la funzione di segnalazione sembra essere andata persa nel tempo; se tutti passano e tutte le scuole sono facile è chiaro che ben poco può essere segnalato sulla qualità dei discenti.

Restano quindi considerazioni non-economiche. Il titolo di studio serve in quanto è stato deciso dallo Stato che esso è necessario per accedere a certi posti di lavoro (non solo pubblici, la regolamentazione delle professioni spesso impone requisiti) o altro, come l'accesso all'università. Se questa è la principale funzione della scuola allora lo scenario descritto da Alessandro ha senso. Ha anche senso tutta la polemica su ''eh, ma al Sud è più facile''.

Notate infatti che dal punto di vista economico  il voto è irrilevante per la formazione di capitale umano e se è conoscenza comune che al Sud i voti sono ''più facili'' allora semplicemente il segnale dato dal voto verrà reinterpretato a seconda della provenienza geografica. Ci sarebbe poco da far polemica.

Invece la polemica c'è, e questo un po' mi preoccupa. Significa che l'aspetto burocratico-amministrativo tende a essere più importante degli aspetti fondamentali.

se è conoscenza comune che al Sud i voti sono ''più facili'' allora semplicemente il segnale dato dal voto verrà reinterpretato a seconda della provenienza geografica (Brusco)

Con un problema però: se anche al Sud ci sono studenti eccellenti, per quanto rari, com'è ben possibile, il voto non permette di distinguerli dai mediocri che pure hanno il massimo dei voti. Discriminazione invece più affidabile dove il massimo dei voti è riservato a pochi studenti mediamente molto bravi. Alla fin fine, quindi, gli studenti meridionali più bravi possono venire danneggiati.

Corretto

sandro brusco 23/8/2016 - 13:36

In sostanza i più danneggiati sarebbero gli studenti eccellenti del Sud, a cui verrebbe tolta la possibilità di segnalare in modo efficace il proprio valore. Se passasse l'idea che ''100 in Puglia è equivalente a 90 in Lombardia'' (numeri a caso) allora gli studenti pugliesi che meriterebbero 100 in Lombardia non avrebbero alcun mezzo per uguagliare la forza del segnale di un 100 in Lombardia. Però se questo fosse il problema principale dovrebbero essere i governatori del Sud a protestare, non quelli del Nord. Dato che accade il contrario, il ruolo burocratico-amministrativo del voto sembra essere più importante.

Per quanto riguarda i posti di lavoro "pubblici", il voto spesso (direi sempre, per lo meno per la mia limitata esperienza più o meno diretta) fa parte dei criteri di selezione e fa punteggio. La "polemica" di conseguenza, almeno in questo ambito, mi sembra plausibile perchè una differenza di valutazione in questo caso può portare a (estremizzando):

- svantaggiare chi ha migliori capacità/competenze ma ha seguito un percorso di studi meno "generoso"

- non assumere nella PA il meglior capitale umano possibile (tra chi partecipa alle selezioni)

Io sono uscito dal liceo con 56/60, grazie ai due membri esterni della commissione, uno Veneto e l'altra Lombarda, o viceversa, mi scuso ma sono passati molti anni, che mi diedero 10 allo scritto di italiano e 10 all'orale di storia, e si impuntarono per fare aumentare il mio voto finale, come il voto finale di molti miei compagni, perché i voti con cui i membri interni ci avevano presentati, ancorché perfettamente in linea con la tradizione dello Ximenes, erano troppo bassi rispetto a quella che era la loro percezione e la loro esperienza nelle scuole delle rispettive regioni di provenienza (Lombardia e Veneto). Un 56/60 alla maturità allo Ximenes era un voto enorme, soprattutto per chi come me non aveva tutori privati. Ma me lo aspettavo, non ostante fossi stato presentato con 42/60, perché quando uscirono i nomi dei membri esterni delle commissioni quelli delle altre sezioni vennero a commentare che eravamo stati fortunati, perché non uno, ma addirittura due commissari del nord Italia avrebbero certamente innalzato i voti della sezione. Troppa grazia.

Commiseravamo invece quei poveracci che al nord si beccavano commissari dello Ximenes. Pochi anni prima un mio docente, se non ricordo male quello il cui figlio è oggi un gran bravo servitore dello stato, era stato mandato come presidente di commissione in un famoso liceo di Torino, e ne era nato uno scandalo perché aveva fatto una strage, bocciando senza pietà un bel numero di maturandi. Quella selezione, sbagliata, eccessiva, che da noi veniva fatta durante i 5 anni, lui l'aveva imposta alla maturità.

Da parte mia penso che la selezione dello Ximenes fosse sinceramente eccessiva, ma non la distribuzione dei voti. Avrei personalmente preferito che le promozioni si fossero guadagnate con il 40%, invece che con il 60%, il che avrebbe mitigato notevolmente la selezione, e che fosse stato meno raro vedere dei 10 durante il quinquennio (i voti effettivi erano da 0 a 9). Ma non avrebbe salvato lo Ximenes, perché quello che è successo nel quarto di secolo successivo non è che il mondo si sia rovesciato, ma semplicemente che quando usciti dalla scuola la qualifica dello Ximenes vale tanto quella del Fardella, per non dire del Catalano, non esiste alcun incentivo, se non il masochismo, per andare ad iscriversi a scuole come lo Ximenes, che infatti si sono estinte.